Lavoro o sfruttamento?

Forse, tra i mille terreni di battaglia della nostra politica, non ce n’è uno più centrale e controverso del lavoro. Da un lato è normale, anzi direi positivo, che il lavoro sia un tema fondamentale del dibattito politico in un paese, come il nostro, dove la disoccupazione e la precarietà del lavoro sono fenomeni che coinvolgono intere generazioni. Dall’altro è purtroppo frequente che questo dibattito si avviti intorno a posizioni ideologiche, spesso legate a un mondo del lavoro che, piaccia o no, non esiste più. Queste posizioni preconcette sono quelle che, ad esempio, inducono sindacati e “sinistra radicale” a negare come per riflesso condizionato il positivo andamento dell’occupazione negli ultimi tre anni, o la “destra imprenditoriale” a ignorare l’impoverimento delle generazioni in età produttiva. Negare i fatti però non li rimuove, e non a caso qui su Hic Rhodus abbiamo più volte parlato sia di occupazione che di disuguaglianze e povertà.

L’occasione per riprendere questi temi ci è offerta dalle, ormai prevedibili, reazioni ai più recenti dati Istat sull’occupazione. Partiamo quindi dai freddi numeri, che evidenziano il persistere della crescita dei posti di lavoro in Italia:

occupati

Elaborazione Hic Rhodus su dati Istat

Nel complesso, è facile vedere che, dopo il pesante calo che tra il 2008 e il 2013 aveva condotto alla perdita di oltre un milione di occupati, ad agosto 2017 l’occupazione ha interamente recuperato ed è tornata ai massimi. L’incremento è particolarmente accelerato dal 2015, ed è difficile non vederci almeno in parte un contributo delle politiche adottate dai governi Renzi e Gentiloni, piaccia o meno.

Vediamo anche la composizione di questi numeri, che aggregano tutte le forme di occupazione. Il grafico qui sotto mostra che, mentre l’andamento degli occupati a tempo indeterminato replica sostanzialmente quello del totale degli occupati, nel periodo in esame i lavoratori autonomi tendono a diminuire, mentre i lavoratori dipendenti con contratti a termine tendono ad aumentare, con temporanei cali nei momenti di crisi o in quelli in cui gli incentivi ne hanno favorito la conversione in contratti permanenti (per rendere gli andamenti più visibili abbiamo usato scale diverse). Anche in questo caso, possiamo osservare che i lavoratori con contratti a tempo indeterminato sono tornati praticamente al numero massimo osservato prima della crisi del 2008-2009.

occupati per tipologia

Elaborazione Hic Rhodus su dati Istat

Vista così, sembra difficile dar torto ai sostenitori del governo: i posti di lavoro perduti con la crisi sono stati recuperati, in sostanza quelli a tempo indeterminato hanno mantenuto la stessa incidenza del 2008, e l’aumento dei contratti a tempo determinato, in particolare negli ultimi mesi, hanno compensato il declino dei lavoratori autonomi (che come sappiamo includevano, e includono, anche autonomi “fittizi” che mascherano forme occulte di lavoro dipendente). Visto che anche il PIL ha ripreso a crescere, è tutto a posto?

No. Il problema è che avere un lavoro non è più garanzia sufficiente di una condizione economica tranquilla, non diciamo benestante. È un “paradosso” di cui su Hic Rhodus abbiamo parlato fin dai nostri primissimi articoli, e che è stato negli ultimi anni esacerbato dall’effetto convergente della recessione economica e della crescita abnorme delle disuguaglianze di reddito. La mia opinione, da cittadino, è che chi lavora regolarmente e a tempo pieno non possa e non debba rischiare di essere povero. In altre parole, è per me politicamente inaccettabile che un lavoro non garantisca un livello minimo di sussistenza, quello che l’Istat associa alla cosiddetta povertà assoluta. Eppure, in Italia, nel 2016 si trovava in condizione di povertà assoluta il 6,4% delle famiglie in cui la “persona di riferimento” era occupata, in aumento dal 6,1% del 2015; e si tratta prevalentemente di giovani, molti stranieri.  Questo, come sa chi ci legge, è il filo conduttore di molti nostri pezzi, con i quali abbiamo cercato di evidenziare che la vera categoria da tutelare in Italia non sono i pensionati, né coloro che vorrebbero andare in pensione e non possono, e neanche gli esodati, che da anni vivono a spese dei lavoratori produttivi. La categoria per la quale occorre battersi è quella dei lavoratori giovani e di età intermedia che guadagnano troppo poco per mantenere dignitosamente se stessi e i loro figli, ed è su questa categoria che occorre concentrare gli interventi (quindi niente prepensionamenti, niente soccorsi ad aziende morte come Alitalia, niente bonus a pioggia, ma anche meno incentivi alle aziende, che in questi anni hanno rastrellato miliardi, e più sostegno al reddito). Diciamolo chiaramente: lavorare e fare la fame significa essere in stato di servitù, una condizione che in un paese civile non deve esistere. Al di là delle politiche economiche, non possiamo dimenticare che in Italia esistono ampie sacche di lavoro “nero” e “grigio” che non sono tollerabili e verso cui serve una politica repressiva molto rigorosa a difesa dei diritti dei lavoratori.

Per comprendere le difficoltà che derivano dal deterioramento del “lavoro normale” non bastano, temo, i miei beneamati dati Istat. Bisogna ricorrere forse alla lettura di narrazioni meno imparziali, che però evidenziano come molte frange di lavoratori sono sottoposte a “trattamenti” lavorativi ai limiti dello sfruttamento più cinico, con forme di lavoro non pagato, sottopagato, precario (ma senza contropartite per la precarietà), sommerso o parzialmente sommerso. Una raccolta di queste storie si trova ad esempio in un libro eloquentemente intitolato Non è lavoro, è sfruttamento, dell’economista e giornalista  Marta Fana, autrice a suo tempo di una nota e durissima lettera aperta al ministro Poletti. Al di là della sua (per me) pesante impostazione ideologica marxista, il libro ha il merito di citare numerosi esempi di precarizzazione e dequalificazione del lavoro, e di conseguente impoverimento di lavoratori che un tempo sarebbero stati garantiti da contratti collettivi e forme permanenti di impiego. Particolarmente interessanti sono i casi relativi alle cosiddette sharing economy e gig economy, come i servizi offerti da società come Uber, Foodora, JustEat, e così via: dietro la facciata del lavoro flessibile e libero in realtà questi servizi fondano buona parte della loro competitività sul ribaltamento di costi fissi sui “collaboratori”, e sull’eliminazione di contributi, costi di struttura, straordinari, ecc. Naturalmente le mie opinioni su cosa si dovrebbe fare sono molto diverse da quelle dell’autrice, che auspica una “ricomposizione di classe” del proletariato frammentato dalle strategie del capitale e una ripresa della lotta di classe che, peraltro, i “padroni” non avrebbero mai abbandonato.

La mia opinione è semplice: secondo me la valorizzazione del lavoro non può venire da una lotta di classe, ma dipende dall’effettivo valore del prodotto del lavoro; la qualità, anzi l’eccellenza, sono oggi il discriminante tra un prodotto “qualsiasi” e un prodotto di valore. E senza valore (che può consistere anche nell’eccellenza dei processi produttivi di un prodotto banalissimo) è  impossibile che il lavoro possa ricevere il suo “giusto” compenso e rischierà sempre di essere sfruttato, perché se il prodotto non ha valore non ne ha neanche il lavoro che occorre per realizzarlo. In questo senso, le nostre imprese hanno delle enormi responsabilità, perché non investono in qualità, ricerca, perfezionamento, si accontentano di limare i costi senza correre rischi, e tirano a campare cercando magari vie traverse per ottenere qualche contratto anziché competere sulla qualità e sull’efficienza. Abbiamo visto tante volte che, per quanto poco qualificati siano i lavoratori italiani, le aziende chiedono spesso loro attività ancora meno qualificate; crediamo che questo non abbia conseguenze? La Confindustria che lamenta i costi dell’emigrazione intellettuale italiana dovrebbe semmai prendersela con i propri associati, che a quei laureati non offrono nulla. Se la competitività di servizi come quelli che abbiamo citato è ottenuta sostanzialmente comprimendo salari e garanzie per i lavoratori, e non innalzando la qualità dei servizi e offrendo qualcosa di unico ai clienti, alla lunga non crea benefici se non per chi intasca profitti alla mordi e fuggi.

Ecco perché insistiamo tanto su questi temi, sul valore della ricerca, sulle competenze nella scuola, sulla necessità di contenere le spese “correnti” e investire in conoscenze e qualità, sul valore della ricerca dell’eccellenza, sulla necessità di non spendere neanche un Euro per tenere in piedi carrozzoni che distruggono valore. E, al contempo, sulla necessità di politiche di sostegno a chi, in questa competizione, si trova dalla parte dei perdenti, ma verso i singoli cittadini, non verso imprese inefficienti e fuori mercato. Chi lavora deve poter contare su regole che lo tutelino e su una protezione sociale adeguata, e non su posti di lavoro artificiali a spese delle attività davvero produttive, mentre chi fa l’imprenditore deve creare nuovo valore e non cercare una rendita di posizione. O forse sto parlando di lotta di classe anch’io?

One comment

  • Tutti d’accordo, qualità delle competenze e quindi del lavoro, quindi investimenti in istruzione e ricerca. Ma i lavori a basso valore aggiunto esisteranno sempre (se non ce li portano via i robot) e i gig jobs rientrano appunto nella categoria. Un’inquadramento di questi lavoratori nel senso di una maggior tutela mi sembra inevitabile.
    Così come mi parrebbe che un sostegno del lavoro a tutti i costi non sia lungimirante in un mondo globalizzato e forse le risorse andrebbero spostate in un “sostegno della vita”. Qualcosa tipo strumenti (non necessariamente reddito) di inclusione, anche e spt dei minori, e di riqualificazione professionale gratuita. Non so, ovviamente, come tali strumenti andrebbero modulati ma dovrebbero essere sottoposti ad un valutazione, sul campo, di utilità effettiva e a un affinamento continuo.
    Saluti dottore

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