Migrazioni, possiamo uscire da slogan e ipocrisie?

Qualche settimana fa, all’interno di un’interessante rassegna cinematografica intitolata (S)cambiamo il mondo, ho assistito alla proiezione di un film intitolato L’ordine delle cose, di Andrea Segre, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2017. Si tratta di una storia di estrema attualità, che tratta del dibattutissimo tema dei migranti dal punto di vista di Corrado, un funzionario del Ministero degli Interni esperto di missioni internazionali, e incaricato di prendere accordi “sul campo”, in Libia, per frenare le partenze di migranti verso l’Italia. Si tratta, insomma, della politica attuata proprio in quel periodo dal ministro Minniti, basata su accordi con la fragile e inaffidabile Guardia Costiera libica e con signorotti locali in grado di allestire hot spot molto simili a prigioni. Una politica il cui successo si è misurato, e si misura, in un drastico decremento degli arrivi, ma che difficilmente è in grado di garantire ai migranti trattenuti o riportati in Libia un trattamento umano. Proprio l’incontro con una di questi migranti porrà Corrado di fronte al dilemma di lasciarla a un destino che lui stesso ha contribuito in modo decisivo a segnare, o di usare il proprio potere per salvarla, una tra mille altri.

Il film rappresenta in modo realistico ma asciutto, senza retorica, sia le drammatiche condizioni dei migranti internati in un improvvisato hot spot, sia le dure e ciniche trattative di Corrado con i suoi interlocutori libici e con i partner europei. Insomma, il film spiega chiaramente cosa significhi il “successo” di questo tipo di politica, e i suoi costi. Dall’altra parte, l’unica alternativa che la vicenda propone è una soluzione tutta privata e individuale per una sola migrante, e con questo espediente, praticamente una zoomata che isola una persona dalla folla sinora indistinta, il film può riportare in primo piano i diritti individuali, il valore di ogni vita umana, ponendolo in opposizione al successo personale, alla tranquillità sociale e familiare del protagonista. Senza svelare troppo del film, la sua chiave risiede appunto in quest’apparente antitesi tra l’impersonalità della politica che ragiona in termini di numeri e statistiche e la relazione umana personale, anch’essa però altrettanto indifferente alle migliaia di persone anonime che circondano la donna.

Insomma, in un periodo in cui su questi temi si ascoltano e leggono quasi solo slogan stereotipati e sostanzialmente lontani dai dati di fatto, anche, se non soprattutto, da parte di chi dovrebbe invece misurare gesti e parole, un’opera “di intrattenimento” che rappresenta la realtà senza edulcorarla e senza spettacolarizzarla è il migliore invito a una riflessione che io potessi raccogliere, e suggerire a voi. Quanto ai frutti di questa riflessione, del tutto personale, sono in un certo senso meno importanti: chiunque si ponga di fronte a questi problemi riconoscendone la complessità e le contraddizioni fa in un certo senso un gesto già di per sé utile, perché le risposte semplificatrici e unilaterali sono tanto comuni quanto nefaste. Ciononostante, provo a condividere qui sotto alcune delle mie riflessioni su questo argomento, senza pretesa che siano più rilevanti di quelle di chiunque altro, ma accompagnandole quando possibile con dei dati che spero aiutino a mantenere il ragionamento agganciato alla realtà e non a scenari fittizi costruiti ad hoc per questa o quella tesi. Proprio per questo, i punti qui sotto potranno sembrare contraddittori tra loro: non sono stati selezionati per corroborare una tesi precostituita.

  • Le migrazioni sono un fenomeno di dimensioni enormi. Inutile negarlo (eppure c’è chi lo fa, basti leggere, tra i tanti, l’apertura di questo articolo). Per capirlo, e capire che è un problema che non sparirà e che durerà nei prossimi decenni, riporto alcune fonti tra le molte possibili:
    • Un rapporto Gallup del 2017, secondo il quale il numero dei potenziali migranti (persone adulte che vorrebbero spostarsi in un altro paese se potessero) in tutto il mondo supera i 700 milioni di persone, di cui il 31% dell’intera popolazione dell’Africa subsahariana. Di questi 700 milioni, circa 15 milioni sceglierebbero l’Italia come destinazione (sarebbero peraltro molti anche gli italiani che vorrebbero lasciare il nostro paese. C’è chi nei due fenomeni vede una compensazione, io, come spiegherò più avanti, no).
    • Le previsioni dell’United Nations Population Division, che analizzando i flussi e le tendenze attuali proiettano un flusso migratorio netto (ossia una volta sottratta l’emigrazione dall’Italia) di circa 100.000 unità l’anno per i prossimi 40 anni:
trend migrazione netta

Immigrazione netta in Italia, dati storici e previsti – Fonte: United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2017)

  • L’Italia è un paese particolarmente sotto pressione. Anche qui, molti non concordano, osservando che in Italia vivono meno immigrati che negli altri grandi paesi europei, come Francia, Germania, UK. Ma, proprio perché l’elemento decisivo non è la fotografia statica della situazione bensì le linee di tendenza in presenza di un fenomeno di dimensioni dirompenti, è invece necessario sottolineare che, come riporta l’ONU, tra i paesi occidentali sono Spagna e Italia i due che in questo secolo hanno visto il maggiore tasso di crescita del numero di immigrati, che in Italia sono passati dai 2,1 milioni del 2000 ai 5,9 milioni del 2017 (v. anche la mappa qui sotto). L’Italia inoltre è decisamente al centro di uno dei principali flussi migratori, e questo non si traduce solo in un incremento degli stranieri residenti: anche solo dover gestire il “passaggio” di migranti è un problema in sé, come sanno benissimo a Lampedusa.
tasso di crescita dell'immigrazione

Fonte: ONU, International Migration Report, 2017

  • Le leggi internazionali esistenti sono inadeguate a governare il fenomeno. Questa naturalmente è solo una mia opinione, non un dato di fatto. Eppure, assistere a intricate dissertazioni sulla “legge del mare” o sulle altre norme internazionali considerate applicabili, quando nessuna di esse è stata scritta per gestire fenomeni migratori e tantomeno il traffico illegale di migranti (ma, ad esempio, il soccorso a naviganti in difficoltà) non può che farmi pensare che è inevitabile che queste norme finiscano per essere violate o ignorate, come nella pratica fa la tanto criticata Malta, che altrimenti diventerebbe un hot spot grande quanto l’intera isola. I maltesi sarebbero folli a permetterlo, e infatti non lo permettono, checché dica la “legge del mare”.
  • L’Europa in generale e l’Italia in particolare hanno bisogno di immigrazione. Questo è assolutamente vero, in generale: l’invecchiamento della popolazione europea, e ancor più italiana, rende indispensabile “importare” giovani in età produttiva. Il grafico qui sotto riporta una stima di quanto i migranti contribuiranno a contrastare la riduzione della forza lavoro in Europa nei prossimi decenni:

Forecasing_infographic_20.11.2017_FINAL-01-01

  • Tuttavia, i migranti non sono tutti uguali, nonostante le ottimistiche considerazioni di chi ritiene che l’immigrazione possa non solo compensare l’invecchiamento della nostra popolazione, ma anche la sostanziosa emigrazione dei nostri giovani verso paesi come UK e Germania. In realtà, come attesta il report Istat su immigrazione ed emigrazione nel 2016, oltre il 30% degli italiani sopra i 25 anni che emigrano è laureato. Al contempo, i paesi di origine degli immigrati che hanno visto il maggiore incremento negli arrivi sono quelli dell’Africa subsahariana (Nigeria, Ghana, Gambia, Senegal), il Brasile e il Pakistan: il livello di scolarizzazione di chi immigra in Italia è il più basso d’Europa, ed è in peggioramento. Realisticamente, i due fenomeni non si compensano, come qualcuno vorrebbe: si sommano, in negativo, a segnare un impoverimento delle conoscenze specialistiche nel nostro paese, che già in partenza sono mediocri, in un momento in cui solo la cultura dell’innovazione può consentirci di agganciarci ai modelli produttivi dei paesi più avanzati. Semmai, dobbiamo porci l’obiettivo di riconoscere e valorizzare le competenze che almeno alcuni immigrati hanno, perché oggi in Italia anche quelli laureati fanno più fatica che altrove a svolgere lavori qualificati, e in questo anche arrivare attraverso canali clandestini e anonimi non aiuta.
  • Resta però il fatto che introdurre una cospicua popolazione di immigranti extraeuropei, privi di una formazione scolastica e professionale, che non parlano la nostra lingua, e che non hanno legami con il nostro contesto sociale e la nostra cultura, non può che avere da un lato l’effetto di allargare la platea di manodopera non qualificata e ampiamente ricattabile da criminalità organizzata e caporalato, dall’altro quello di esporre queste stesse persone al rischio di diventare esse stesse dei criminali. Proprio in questi giorni su http://www.fondazionehume.it è stato pubblicato uno studio che evidenzia che, se è vero che non esiste in questi anni in Italia un’emergenza criminalità, perché c’è semmai un calo di tutti i principali reati, è altrettanto vero che i reati commessi dagli immigrati sono aumentati molto più della loro popolazione, che pure come abbiamo visto è velocemente cresciuta. L’immigrazione insomma costituisce un problema di ordine pubblico; e non parlo dei molti altri problemi che l’accompagnano (uno per tutti, quelli posti dalla religione islamica professata da una parte significativa degli immigrati residenti in Italia, e per favore non ditemi che l’Islam non è un problema).
  • I migranti, lungo tutto il loro viaggio, sono trattati come una merce, e in ogni “passaggio” sono alla mercè dei mercanti di uomini. Bisogna esserne consapevoli: da un lato, ogni azione che provoca un “blocco” nel loro percorso, in Libia ma anche prima, aumenta i rischi della loro sorte già estremamente incerta; recentemente L’Espresso ha pubblicato un réportage appunto su centri di “raccolta” gestiti da milizie libiche, dove le condizioni dei migranti “trattenuti” (a che titolo? Fino a quando?) sono drammatiche. Dall’altro, ogni viaggio che va “a buon fine” alimenta questo lucroso traffico di sradicati, e consegna i migranti, anche in Italia, a una condizione spesso di sfruttamento o di maltrattamento. Ostacolare le migrazioni ha un costo in vite umane, di cui possiamo sentirci più o meno responsabili, ma che è giusto conoscere.

Questi elementi, in modo più o meno esplicito, sono presenti o almeno evocati nel film, che in realtà, oltre e prima di tutto questo, mi ha suggerito una domanda ancora più fondamentale: i diritti umani sono davvero assoluti e inviolabili, o la loro effettività dipende da fattori “quantitativi”? Quello stesso soccorso che riconosceremmo come dovuto a una persona, è ancora dovuto altrettanto categoricamente se richiederlo sono in mille? O un milione? O cento milioni? O un miliardo? I politici col pelo sullo stomaco che trattano la sorte dei migranti all’ingrosso sono criminali o applicano un’inevitabile Realpolitik?

È chiaro che giuridicamente la domanda non si pone, perché tutta la letteratura giuridica prescinde da considerazioni numeriche: se la persona X ha un diritto legale, ce l’ha indipendentemente da quanti altri condividano quel diritto; a mio avviso, invece, e qui infrango consapevolmente un tabù, nel momento in cui rendere effettivo un diritto ha un costo, quel diritto è una nozione puramente astratta se non si delimita quantitativamente l’insieme dei potenziali detentori del diritto stesso. In termini economico-aziendali (che confesso essermi più congeniali di quelli giuridici), dichiarare incondizionato e universale un “diritto” che abbia un costo non zero equivale a ragionare a risorse infinite; e la caratteristica fondamentale delle risorse è quella di non essere mai infinite. La mia opinione, insomma, è che i diritti possano essere considerati (più o meno) incondizionati solo se si assume implicitamente che a poterne godere sia la stessa comunità, in senso economico, che li finanzia; altrimenti possono essere solo best effort, in funzione delle risorse disponibili. Il diritto all’assistenza sanitaria gratuita per i non abbienti, poniamo, in Germania, può essere incondizionato per un tedesco, ma che sia incondizionato per qualsiasi numero di persone di qualsiasi nazionalità è impossibile. Quand’anche sia sancito dalle più sacre pandette dell’Umanità, è impossibile lo stesso, e le cose impossibili non accadono. Sono questi gli “imperativi categorici” che poi alla prova dei fatti vengono disconosciuti da governi e popoli.

Tutto ciò premesso, cosa si può, o si deve, fare? A mio avviso, in primo luogo prendere atto della realtà: non è ragionevole pensare che si possano cacciare gli immigrati, anche irregolari, che vivono già in Italia, né che si possa impedire che ne arrivino altri, anche irregolari: le forze demografiche ed economiche esercitano una pressione che non può essere completamente respinta, ed espellere chi già vive qui è irrealistico per ragioni di cui su HR si è già parlato. D’altra parte, è altrettanto irrealistico pensare che un paese come l’Italia possa sopravvivere senza una strategia anche drastica per frenare questi flussi, perché i numeri in gioco sono semplicemente insostenibili; e il fatto che di una certa quantità di immigrati abbiamo bisogno non solo non è in contraddizione con una strategia di contenimento attivo, ma è in accordo con essa, perché se vogliamo essere un paese moderno non possiamo esportare laureati e importare manovali: solo permettendo un’immigrazione governata e un minimo selettiva è possibile far corrispondere almeno approssimativamente gli ingressi alle necessità del paese, e contemporaneamente riconoscere e valorizzare le competenze di chi entra, senza obbligare i laureati a raccogliere pomodori, altrimenti si importano milioni di persone senza sbocchi e ricattabili che finiscono preda della criminalità e del caporalato. Bisogna prendere consapevolezza che un paese che rinuncia a governare le proprie frontiere non può governare se stesso, perché non è possibile pianificare e gestire nulla senza un ragionevole controllo sulle dimensioni della popolazione. Non si può definire un piano di finanziamenti del Sistema Sanitario Nazionale, solo per fare un esempio, senza sapere se l’anno successivo entreranno nel paese diecimila, centomila o un milione di immigrati. Lo stesso vale per la scuola, l’Università, la sicurezza, eccetera. Credo, personalmente, che la strada delineata tempo fa dall’Italia con il documento sul Migration Compact che abbiamo commentato qui sia l’unica percorribile, con un mix di investimenti nei paesi di origine, progetti di collaborazione, accordi bilaterali e multilaterali, che richiedono un lavoro diplomatico lungo e faticoso, con interlocutori precari e talvolta inaffidabili, con l’obiettivo di frenare il più possibile le migrazioni il più possibile vicino alla fonte, perché mostrare i muscoli quando i barconi carichi di persone sono già in mare è inutile, se non a fini elettorali. Invece la politica alla Minniti può funzionare, come dimostrano i dati del Ministero dell’Interno, che dimostrano che in questo primo semestre del 2018 gli sbarchi dalla Libia sono calati di quasi l’85%, e può e deve essere affiancata e rafforzata da una politica onesta di sviluppo locale, per la quale l’UE ha risorse sufficienti. La Realpolitik insomma può essere efficace, a patto di farla “bene”, come ci racconta anche il film.

sbarchi

Fonte: Cruscotto statistico giornaliero del Ministero dell’Interno

Bisogna però anche essere consapevoli che questo tipo di ragionamento è principalmente orientato al nostro punto di vista e ai nostri interessi, e che nella misura in cui tuteliamo i nostri interessi rinunciamo a preoccuparci di quelli di almeno una parte della popolazione migrante, con i costi umani di cui ho parlato. E viceversa: chi ritiene che si debbano a ogni costo privilegiare le ragioni umanitarie deve dire chiaramente che questo avrebbe un impatto potenzialmente dirompente e non facilmente preventivabile a carico della qualità e dello stile della vita degli italiani e degli europei. Dobbiamo rinunciare all’ipocrisia, su entrambi i fronti, o saranno posizioni brutali ma chiare come quelle dei Salvini a prevalere.

Il dilemma di base, l’alternativa tra il nostro benessere e il nostro stile di vita da una parte, e i principi umanitari “universali” dall’altra, non è eludibile, e richiede da ciascuno una risposta. E, anche così, una “soluzione” che tuteli appieno anche una sola di queste priorità non esiste: problemi come questo non ammettono soluzioni, ma solo strategie per la riduzione del danno, sulla base di priorità chiare. Prima lo capiremo tutti, meglio sarà.

L’immagine di apertura è tratta da una scena del film L’ordine delle cose, 2017

6 commenti

  • Grazie dottore, un sunto lucidissimo.
    Non posso fare a meno di sentirmi un po’ imbarazzato sull’argomentazione di far valere i diritti di qualcuno (miei, del mio paese, della mia comunità) più di quelli di qualcun’altro (i migranti), perché mi divide da costoro solo la fortuna di essere nato nel posto giusto piuttosto che in quello sbagliato ma per farmela digerire posso configurarla come una sorta di autodifesa (quale é in effetti).
    Capisco e apprezzo il discorso sul costo economico dei diritti e sulla necessaria contrazione degli stessi quando non sostenibili per tutti (forse un giorno anche in Occidente dovremmo considerare una “redistribuzione” con criteri oggettivi di necessità e prelazioni conseguenti) ma nel caso di chi viene bloccato in Libia o in Algeria il rischio é di vedersi negati quelli più basali (incolumità fisica, vita) ma ciononostante NON possiamo salvarli tutti.
    Ho compreso poi, grazie a pezzi simili al suo, come il sistema dell’accoglienza sia rimasto indietro rispetto alla realtà delle cose; mi limito peró a segnalare che, accanto a chi fa notare che il sostegno legale all’accoglienza era stato strutturato in presenza di flussi ben diversi, c’é anche chi fa notare che la distinzione migrante umanitario e economico è, essa stessa, un poco pelosa perché ai suoi estremi una categoria tracima nell’altra (anche se va detto che i più poveri non hanno le risorse per partire dai loro paesi).
    Saluti

  • Dottor Ottonieri le lascio un link che potrebbe interessarla. http://advances.sciencemag.org/content/4/6/eaaq0883.full
    Io non ho le competenze per valutare lo studio (comunque uscita su una rivista ad alto impact factor) ma le figure con gli intervalli di confidenza al 90% mi pare indichino prudenza sui risultati enunciati

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    “Un paese che rinuncia a governare le proprie frontiere non può governare se stesso.”
    Verità sacrosanta… purtroppo io vedo che molti italiani, intronati dalle ideologie (destra-sinistra…) e animati da un individualismo opportunista e menefreghista che si ammanta di un internazionalismo fasullo, non dimostrano nessun attaccamento alla propria identità collettiva, al proprio passato, alla propria cultura. E la nostra identità collettiva per sopravvivere deve riuscire ad imporsi su chi viene da noi.
    Ma c’è ben poco da sperare con simili italiani che godono nel dire che “non si sentono italiani” mentre si autoproclamano “cittadini del mondo” (ma che fanno una crisi di nervi se la pasta non è al dente) che beatificano il “diverso” (purché questo sia un diverso straniero), che inorridiscono di fronte a un normale amor patrio nostrano (mentre tribalismi e patriottismi stranieri sono da loro tenuti in gran conto), e che sono dei gran cultori degli odi civili…

  • Pingback: Migrazioni, possiamo uscire da slogan e ipocrisie? — Hic Rhodus | alessandrapeluso

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    La cultura dei popoli europei è un bene che andrebbe tutelato, e cio’ malgrado il compiacimento autodenigratorio in cui i buonisti europei, italiani in testa, eccellono, mentre invece esaltano il mitico “Diverso”, di cui sanno in realtà cosi’ poco.
    Non esistono paesi “ricchi” in assoluto, ossia paesi che sono sempre stati prosperi e che lo saranno fino alla fine dei tempi grazie al dono di un dio generoso che avrebbe deciso di privilegiarne gli abitanti in saecula saeculorum. Che l’Europa sia ricca lo si deve dopotutto agli europei. È la gente, con i suoi valori di base, la sua mentalità, il suo agire, il suo spirito d’intraprendenza, la sua coesione e il suo rispetto del bene collettivo e delle regole, in una parola: la sua cultura, a creare la ricchezza di un paese.
    Che siano gli uomini e non una bacchetta magica a creare ordine, giustizia sociale, buon governo, prosperità non mi sembra possa essere messo in dubbio.
    Ma la storia cambia, il passato si fa presente e diviene a sua volta passato. E così anche l’identità culturale dei popoli lentamente cambia. Che si pensi ai grandi Romani di ieri divenuti i piccoli romani di oggi. O agli antichi Egizi divenuti i modesti egiziani di adesso. Le condizioni economiche cambiano, insomma, col tempo. Gruppi umani che erano fino a ieri assai poveri, vedi gli svizzeri, sono divenuti prosperi. La stessa Italia ha compiuto negli anni del boom un prodigioso balzo in avanti. Ma, ripeto, sono le caratteristiche comportamentali, le mentalità, il carattere, i valori degli individui costituenti nel loro insieme il popolo, a contribuire fortemente al livello di benessere di una società. È la cultura – termine da intendere nel suo senso piu’ ampio – insomma, l’elemento decisivo. Speriamo quindi che la cultura europea riceva un arricchimento e non un impoverimento dai valori dell’Islam, i quali non sono sempre in armonia con i nostri, o dai costumi tribali di chi giunge in Europa fortemente deciso a conservarli.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.