L’inclusione è un dovere. Per chi viene incluso

Da un po’ di tempo ho scritto, qui su HR e in Codice Giallo, che in un pensiero “giallo” (aggettivo che allude a quell’area democratica, riformista, che si potrebbe chiamare “di sinistra” se non fosse che l’etichetta urta qualcuno e crea equivoci a qualcun altro) deve essere, fra le altre cose, inclusivo ma con merito, intendendo che l’inclusione è sì un principio fondativo di un pensiero moderno e democratico, ma con l’aggiunta di un “ma”. L’inclusione te la devi guadagnare e meritare. Un cordiale amico, più rosso che giallo, mi ha criticato asserendo che il principio veramente ispiratore e discriminante della sinistra (non essendo giallo lui può dire ‘sinistra’, io, ormai, non so…) non è neppure l’eguaglianza, che ho già utilizzato più volte come esempio di fragilità concettuale, ma quello di fratellanza. La fratellanza, intesa (cristianamente?) come essere uguali in quanto persone, merita di essere discusso per non lasciar cadere il principio – a mio avviso dirimente – di merito.

images.jpegChiariamo subito che il concetto di ‘inclusione’ è piuttosto impegnativo; non è un’accettazione passiva (per esempio: tu rom, tu africano, tu povero, tu infelice, puoi stare qui nel mio Paese, ma ognuno per sé); non è neppure l’integrazione formale (scuole, sanità, diritti civili per tutti). L’inclusione è l’equivalenza, è il sostanziale superamento di pregiudizi e barriere, è la reale possibilità d’accesso alla vita sociale e culturale di noi tutti.

Io dico che l’inclusione non è un diritto, e con ciò nego la sostanza di quella fratellanza come declinata dal mio amico rosso. Tale fratellanza (o qualunque altro sentimento analogo o limitrofo, inclusa l’uguaglianza) o ha una natura trascendente oppure no. Nel primo caso si presenta come dogma religioso o, in una versione più laica, come ispirazione proveniente da una spiritualità non messa in discussione, e forse non perfettamente percepita. È un a-priori. È principio non negoziabile. In questo primo caso non è oggetto di politiche, salvo lo scadere in una politica “etica” pericolosa, come ho già avuto modo di scrivere. Se conserviamo appieno la nostra laicità, quindi, dobbiamo derivare la fratellanza inclusiva da qualcosa d’altro.

Una fratellanza inclusiva di derivazione laica, che piaccia o no, ha solo un significato utilitaristico. Per quale ragione, non trascendente, dovrei dividere i miei spazi, le mie risorse, il mio tempo, con un estraneo? Lo faccio identificandomi in lui e immaginando di essere ricambiato in analoga situazione; la signora gentile che si ferma per insegnarmi una strada, mi regala due minuti del suo tempo perché due minuti, prima o poi, le saranno donati da qualcun altro in analoga situazione, e poiché ci troviamo in un sistema di “giochi” perfetto, con infinite potenziali interazioni, vince il gioco definito tit for tat, che in italiano potremmo chiamare “colpo su colpo”, in cui tutti collaborano sapendo di vincere. Nella teoria dei giochi, e in particolare nel celebre “dilemma del prigioniero” (ne parlammo QUI), il colpo basso volto a massimizzare un profitto immediato a scapito degli altri giocatori, viene immediatamente sanzionato: che nella vita reale significa biasimo sociale, sfiducia o, in casi gravi, galera. Tutto ciò non fa riferimento necessariamente a calcoli coscientemente utilitaristici; la cosiddetta “buona educazione”, che è educazione borghese, è il modo in cui ogni generazione insegna alla successiva le regole del tit for tat.

Ora: il diverso che bussa alla mia porta esula da queste regole (a dire il vero anche il testimone di Geova, il venditore di aspirapolvere e il rappresentante di Enel energia…) perché il suo è un bisogno totale: viene da un mondo differente, che ha regole in qualche modo differenti e non saprà, e forse non vorrà, ricambiare il mio gesto di fratellanza che dovrebbe essere gratuito, disinteressato, e fatto per amore di qualcosa di superiore; un amore, appunto, trascendente. In caso contrario, e laicamente, io accolgo il diverso aspettandomi un futuro suo integrarsi col gioco. Apro a te egiziano che cerchi lavoro, perché poi imparerai la lingua, troverai lavoro, pagherai le tasse e con quelle aiuterai a far crescere il Pil italiano e a sostenere le casse dell’INPS. Apro a te Rom perché manderai i tuoi figli a scuola, non promuoverai i piccoli furti in casa mia e, a tua volta, lavorerai. Se questa è semplice integrazione (‘semplice’ è un eufemismo, magari ci arrivassimo!) poi si potrà immaginare, in particolare per le successive generazioni, l’inclusione. Trovo meraviglioso vedere i giovani della mia città correre nel parco cittadino con coetanei di diverso colore che parlano col loro stesso accento… Questa è certamente inclusione, bella, ricca, di successo.

Ma accanto ad alcune storie di successo ce ne sono molte di insuccesso. Spesso a causa del nostro egoismo ma ancora spesso a causa dell’ostinata mancanza di voglia di fratellanza da parte di nostri ospiti. Sulle nostre colpe personali abbiamo già abbondantemente scritto su HR. Ma saremmo ipocriti se non scrivessimo, molto chiaramente, che non siamo sempre e a prescindere noi bianchi, noi ricchi, noi europei, noi privilegiati, noi occidentali, ex colonialisti, ex razzisti o razzisti in servizio attivo, noi predatori delle ricchezze del terzo mondo, noi viziati dall’edonismo epicureo liberista, no, non siamo sempre e necessariamente solo noi ad essere colpevoli, e rifare ogni volta la storia della rava e della fava sulle nostre colpe (di chi poi? Mie? Di mio padre o addirittura di mio nonno?) non cambia di un ette questa storia. Prendiamo, per favore, l’islam politico, detto anche, spregiativamente, islamismo; non c’è alcunissima volontà di integrazione; noi siamo i diavoli e loro gli eletti. Loro predicano l’odio nelle moschee a casa nostra e bruciano le nostre chiese a casa loro; laddove ce le lasciano fare. Notare bene: non sto parlando di Islam come religione né di musulmani. Sto parlando di “Islam politico”, che è tutt’altra cosa dalla normale professione di una fede come di un’altra, cosa della quale mi interesso pochissimo. L’islamista mi disprezza, obbliga le “sue” donne a vestire col velo integrale e alcune di queste poverette sono talmente alienate da pretendere di andare in spiaggia col burkini (ricorderete, un paio d’anni fa…).

Fatemi spiegare qualcosa prima di sentire proteste inaccettabili: 1) il velo non è un precetto religioso obbligatorio; 2) nell’Iran pre-hayatollah, nell’Egitto degli anni 50, nella Turchia prima di Erdogan, la stragrande maggioranza delle donne vestiva all’occidentale, andava in spiaggia in bikini e nei luoghi pubblici era normalmente mescolata agli uomini; 3) il velo integrale è una delle strade di accesso all’integralismo fanatico, come si è visto benissimo in Egitto, sotto la sapiente regìa dei Fratelli Musulmani, che per essere la faccia “buona” dell’islamismo sono – a mio avviso – già discretamente terrorizzanti. La sciocchissima reazione occidentale, che il velo sarebbe una scelta e via stupidando, è semplicemente una specificazione dell’ottusità terzomondista di certa sinistra.

Conclusione: velo a parte, che se integrale è proibito dal nostro ordinamento, la fratellanza non è un diritto ma un dovere; comporta dei doveri. Io ti chiamo “fratello” e ti nutro e ti accolgo se tu diventi fraterno. Se invece mi mordi la mano non son più fraterno. Non sono più egualitario. Non sono per nulla amico. Questo discorso deve fare il paio con numerosi altri che mettono l’accento sui doveri. Il lavoro come diritto dovrebbe essere declinato anche come “dovere” nel lavoro. Poi c’è il dovere di studiare, quello relativo alla sanità, alla convivenza etc.

La lunga stagione dei “diritti” in Italia ci lascia con alcuni contestati e proibiti (quelli relativi alla sfera morale, per esempio) e con altri pretesi a prescindere, senza una considerazione sul fatto che la cittadinanza, ben lungi dall’essere un diritto tout court, è soprattutto un dovere.