Cronache del virus # 10 (reprise)

(Cronache del virus è stata una sorta di rubrica che ci ha accompagnati da metà marzo a fine maggio, lungo 9 puntate. A quanto pare occorre rispolverarla…)

In fondo lo sapevamo, no?

Troppo facile illudersi, troppo difficile rinunciare all’estate, troppo deprimente mettere la mascherina da sfigati quando tutti, nelle strade delle nostre città, giravano senza sfidandoti con lo sguardo…

Poi la sciocchezza dei complimenti venuti da importanti leader stranieri, da paesi che guardiamo da sempre con quel mix di ammirazione e disprezzo e che, quando ci lodano, ci fanno gonfiare il petto d’orgoglio, come quando era l’amato/odiato papà a farci un complimento… Ma bravi dove? Bravi in che senso? E così ci siamo ricaduti alla grande e adesso, comunque vada, sarà un disastro.

Riapro la rubrica delle cronache. Spero veramente per poco ma temo che la nottata sarà lunga. La posizione di Hic Rhodus la conoscete ed è stata limpidamente descritta da Filippo Ottonieri in diversi contributi, fra i quali ve ne segnalo solo due, probabilmente i più netti e incisivi: Mi spiace, ma bisogna chiudere le scuole e – giusto sabato – Covid: lockdown o non lockdown?. Non c’è bisogno che le riproponga. Io, qui, farò solo un po’ di cronaca…

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Sono stato a Roma, alla fine della settimana scorsa, per lavoro: due giorni e due notti. Appena mi avvicino al ricevimento dell’albergo spuntano le pistole con termoscanner: non mi fanno dire ne “A” né BAH” e prima controllano se sia febbricitante. Mi informano col sorriso che in camera non troverò – per norme igieniche – i classici saponcini e gadget da bagno; li desidero? Sì? Mi consegnano una busta chiusa con dentro tutto l’occorrente. Desidero anche le pulizie in camera? Sì? Allora me le faranno (potrei essere un po’ paranoico, non volere nessuno, e allora mi rifarei il letto da solo). I flaconi di gel per le mani sono ovunque, con invito esplicito ad usarli. La colazione al mattino funziona così: ti avvicini al buffet che è sbarrato da un banco messo di traverso. Al di là di una lastra di plexiglas il cameriere ti chiede cosa desideri mangiare e bere, esponendoti con cortesia la mercanzia e invitandoti ad assaggiare anche questo o quello. Le tue scelte sono collocate su un vassoio che ti prendi e ti porti al tavolo (ovviamente distanziatissimo dagli altri).

Camminando per le strade vedo solo gente con mascherina; davvero rare le persone senza, come avevo già notato nella mia città. Nell’ufficio dove vado a lavorare, né piccolo né grande, è affisso il calendario dei turni: hanno stabilito di non essere compresenti in più di tre (distribuiti nei vari locali); con la mia presenza, e quella di altri due professionisti, siamo quindi al completo; accendiamo la piattaforma per discussioni a distanza, si collegano (da altre parti di Roma e d’Italia) altre sei persone, e in quel modo lavoreremo per un giorno e mezzo, neppure male.

Per la cena passo davanti a un locale messicano e mi fermo, con mia moglie (che mi ha accompagnato per godersi la città): ci sediamo a un tavolino fuori dal locale e arriva la ragazza col termoscanner; poi ci dà un foglio dove scrivere i nostri nomi e telefoni. Il tavolino più vicino è certamente oltre il metro. Ceniamo bene, come ottimamente consumiamo i pasti principali, in quei due giorni, in altri locali; quasi tutti, per prima cosa, tirano fuori il termoscanner; tutti ti chiedono nome e telefono per l’eventuale tracciabilità; tutti hanno i tavoli adeguatamente distanziati e addetti rigorosamente mascherati. Mia moglie – che nel frattempo ha girato per mostre e musei – mi ha detto di essere la persona più sana d’Italia, per le tante volte che le hanno presa la temperatura, e mi ha raccontato il rigido contingentamento delle persone nelle sale museali visitate (non accedi alla sala successiva se qualcuno non ne è uscito).

Conclusione: mettendo da parte l’ovvio fatto che la mia non è un’esperienza rappresentativa e generalizzabile, e dando per scontate piccole sbavature inevitabili (è impossibile non avvicinarsi mai a qualche estraneo; è ovvio che finisci col toccare molteplici superfici e che non corri subito a disinfettarti le mani; eccetera), colgo l’evidenza di una preoccupazione che si è rapidamente diffusa col rapido risalire dei contagi. Qualcuno forse obtorto collo, i più probabilmente per sana consapevolezza, vedo in giro attenzione e premura. 

Verrebbe da fare una sorta di semplificazione statistica: se in estate, con lo sbrago collettivo, sono aumentati i contagiati, perché ora, con questa prudenza generalizzata, non calano, o quanto meno non rimangono stabili? La risposta l’ha già data Ottonieri nei testi citati sopra. L’imprudenza che ha indotto tantissimi ad ammucchiarsi irresponsabilmente questa estate è stata sostituita dall’ammucchiarsi nei mezzi pubblici, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Ecco perché le misure del governo ci sembrano decisamente inadeguate, tardive, ondivaghe; scaricano una responsabilità (certo doverosa) sui cittadini, ma non creano i presupposti organizzativi e strutturali perché la prudenza di ciascuno di noi possa avere l’effetto decisivo sperato.

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E mentre scrivevo queste righe leggevo, sui giornali, del complicato iter del nuovo DPCM, dell’infruttuoso dialogo con le Regioni, e via tutto l’ambaradan che conoscete. E cascano le braccia.