Pensare la Democrazia nel Terzo Millennio. 12 – Il pensiero unico

Una serie di punti chiave, chiari, ineludibili, per ripensare la politica, da tempo scomparsa in Italia e – probabilmente – in stato comatoso in tutto l’Occidente. Una serie di punti che riteniamo fondamentali, in ordine logico, che proporremo in diverse puntate ravvicinate. In questa dodicesima puntata: il pensiero unico.

Invitiamo tutti i lettori a dibattere questi temi scrivendo suggerimenti e critiche nei commenti.

12. Il pensiero massificato, omologato, standardizzato, è una forma patologica di stupidità sociale. Tutte le forme di pensiero unico vanno combattute. Le ideologie, le mode, le religioni ritualizzate e trasformate in mero devozionismo, fino ai modi linguistici stereotipati e al linguaggio politicamente corretto, sono forme di pensiero non pensato, di servitù a un pensiero terzo, di ubbidienza alla massa. Questo è sempre sbagliato, in qualunque forma appaia. L’impegno attento, critico, profondo contro il pensiero omologato è una forma di resistenza politica.

12.1 L’immensa varietà del mondo complesso, la globalizzazione, le infinite possibilità di un mondo multiplo, viaggiare, aprire il computer e scoprire milioni di argomenti… per poi pensarla tutti allo stesso modo. Non vi pare curioso? L’adesione a un pensiero comune, maggioritario, è sempre esistita, ovviamente, ed è la conseguenza di sistemi di educazione e socializzazione storicamente costruiti. Ogni società costruisce “visioni del mondo”, scale di valori, morali, regole, inculcati nei cittadini con la scuola, la religione, la famiglia, il potere costituito; è indispensabile per sopravvivere; l’anarchia dove ognuno la pensa differentemente non avrebbe dato spazio ai governi, alle università, alle fabbriche, agli ospedali. Anche il semplice e banale “Buongiorno signora, come sta? – Bene grazie, e lei?” è una formula rituale di reciproca assicurazione che il mondo esiste ancora come l’abbiamo lasciato la sera dianzi, che tutto va bene e che possiamo sopravvivere anche oggi. Quindi il problema non è la base culturale comune di un popolo, il modo collettivo di rapportarsi, in generale, gli uni agli altri, le meta-credenze condivise (il vivere fuori casa dei mediterranei; il cibo; l’influenza della religione sull’economia…), ma un’adesione più specifica a segmenti comportamentali che, se acquisiti ed esibiti, costituiscono motivo di identità a scapito di una più personale costruzione di argomenti pertinenti in determinate situazione. Esempi: il taglio dei capelli contraddistingue da alcune decenni le giovano generazioni (in epoche precedenti erano stati barba e baffi per i maschi): l’esibizione di quel taglio non ha a che fare con una scelta estetica ma con l’adesione a un modello (che comprende anche molti altri elementi linguistici, di abbigliamento, postura etc.) che consente di essere parte di un determinato gruppo, condividerne linguaggi, comportamenti, azioni. 

12.2 La complessità sociale contemporanea ha consentito il proliferare apparente di gruppi sociali (e generazionali, culturali, artistici…) ai quali aderire, e indubbiamente i forti legami di un tempo fra individuo e i suoi gruppi di riferimento (la famiglia, i compagni di lavoro, i correligiosi e pochi altri) oggi sono indeboliti a favore di un’adesione meno ferrea e vincolante, ma sempre molto potente e fondamentale per la costruzione sociale della propria identità: ciascuno di noi è membro di un certo numero di organizzazioni, società, confraternite (formali e informali) che gli danno sicurezza, che lo rappresentano, al cui interno ci sentiamo bene. Questi gruppi possono a volte essere messi in discussione in aspetti pratici (cose fatte o da fare), nelle gerarchie e in alcuni altri elementi, ma non nella visione e nei valori che trasmettono. Posso aderire a un partito e criticarne il segretario, ma non certo l’orientamento politico generale; posso stare in una squadra di calcio e non stimarne l’allenatore, ma ovviamente quel gioco continuerà ad appassionarmi.

12.3 La principale funzione sociale e culturale di questi gruppi che forniscono identità è quella di non farci pensare. Gli individui hanno bisogno di routine, di procedimenti comportamentali standardizzati, altrimenti dovrebbero impiegare un eccezionale sforzo intellettuale ogni giorno per riconosce e ricostruire il mondo; così, invece, è tutto più facile: la famiglia è quella cosa lì, funziona così e ci si comporta così; il lavoro è quella cosa là, serve in quel modo, ci si va per quegli scopi e ci si comporta nel modo prescritto. Questo è l’aspetto necessario e positivo del pensiero collettivo condiviso. Questo pensiero collettivo consente comunque la diversione, la contestazione, l’originalità: è grazie a un pensiero diverso che la scienza ha progredito, che l’arte si è evoluta, che le forme di governo sono cambiate. Il pensiero divergente è il motore del cambiamento, del progresso, e dobbiamo ringraziare i sempre pochi coraggiosi che hanno sfidato pregiudizi e convenienze per affermare una verità nuova e diversa – spesso pagando a carissimo prezzo il loro coraggio.

12.4 La società resiste in ogni modo al pensiero divergente. Disprezza, umilia, abbandona i contestatori, e in certe latitudini li imprigiona e li uccide. Lo fa – come se fosse un organismo dotato di volontà – per sopravvivere, e adopera i suoi membri (gli individui) per contrastare gli innovatori. Le persone medie trovano rassicurante la società inclusiva e “certa”, e vedono con sospetto, e a volte con odio, gli innovatori che gli vogliono cambiare il mondo sotto i piedi. Ecco l’ostracismo, l’ostilità, la rabbia dei più contro i sognatori, gli anarchici, gli intellettuali critici. Ecco le ragioni dell’odio verso gli omosessuali (che urlano la non universalità della sessualità e dei modelli coniugali “tradizionali”); verso gli atei (che mettono in discussione la rassicurante narrazione di dio); verso gli innovatori in genere (che pretendono di saper fare meglio quello che tutti hanno sempre fatto in quel determinato modo). La resistenza sociale contro i divergenti si compie tramite la morsa dei valori sociali: quelli “giusti” del gruppo di maggioranza contro quelli nuovi, e per ciò stesso sbagliati, e quindi pericolosi, degli innovatori. E quando parliamo di ‘valori’ intendiamo potenti concetti che formano le basi della nostra psicologia, della nostra personalità, dell’identità e delle appartenenze. È davvero difficile dare battaglia sul piano dei valori!

12.5 Tutto quanto descritto nei punti precedenti si riproduce migliaia, milioni di volte, ogni giorno, attorno a noi. Non necessariamente in forme drammatiche, e anzi spesso come farsa, che i legami sono diventati deboli, i valori più sfumati e le poste in gioco spesso irrisorie nei molti luoghi delle nostre appartenenze; ma naturalmente ne esistono ancora di potenti: la religione, la politica, l’identità di genere e diverse altre.

12.6 Tralasciando la religione, che riguarda la rappresentazione di un soggetto (dio) indiscutibile in quanto trascendente (indiscutibile in senso letterale: non si può usare un linguaggio immanente per discutere di un Ente trascendente), la più potente forma di costrizione collettiva è l’ideologia. L’ideologia è un pensiero politico articolato che cerca di spiegare, con un certa coerenza interna, il funzionamento della società (rapporti sociali ed economici degli individui, conseguenze sulle loro vite…) fornendo una visione che funga da guida comportamentale. L’ideologia ti spiega chi sei (socialmente, culturalmente), per cosa dovresti lottare, contro chi. L’esempio sommo di ideologia è ovviamente il comunismo, che ha pretese di basi “scientifiche” (il marxismo), si è fatto sistema politico e ha segnato le vite di molti milioni di persone; meno forte, ma di poco, il fascismo; assai più deboli altre ideologie politiche. La natura dell’ideologia è di fondarsi (in questo come le religioni) su un a priori, indiscutibile, che sorregge tutta l’impalcatura argomentativa. Che il comunismo sia una teoria scientifica è un a priori che giustifica tutti i successivi asserti; che le ingiustizie sociali si possano superare solo con la lotta di classe è un altro a priori. Accettati acriticamente quegli a priori, tutto il resto, se non si sottilizza troppo, funziona logicamente. Sia gli a priori (indiscutibili per tutti) sia i singoli asserti che costituiscono un’ideologia (che possono essere oggetto di revisione) sono comunque pensati da altri. La persona ideologizzata (per esempio: il comunista) pensa pensieri che gli sono stati dati, e che lui deve assumere come propri schemi mentali a partire dai quali elabora ulteriormente le questioni quotidiane e vitali che lo coinvolgono. La persona ideologizzata naturalmente non si pone il problema in questo modo; per lui/lei ciò che abbiamo chiamato ‘a priori’ è una verità, è evidente, è indiscutibile. A partire da ciò segue tutto il resto, ma le fondamenta poggiano solidamente su concetti eterodiretti. Tutti gli individui ideologizzati sono pericolosi, perché sono refrattari ad argomentazioni che mettano in discussione i loro a priori, ovvero quelle verità che danno loro identità, senso di fratellanza coi sodali (compagni, camerati), aiuto psicologico, guida morale, bussola nel labirinto della vita. Occorre dire che la forza coercitrice di massa delle grandi ideologie del Novecento è tramontata da un pezzo; nella società occidentale è difficile trovare ancora quei comunisti; si trovano certamente, confusi e dubbiosi, in numero assai ridotto, assieme a un nutrito gruppetti di neo fascisti. 

12.7 La “piccola ideologia” del Terzo Millennio è il populismo. Al posto di pochi a priori e di un ricco corpo successivo di argomentazioni sistemiche, su quegli a priori fondati e giustificati, il populismo è fondato su una serie casuale e variabile di a priori, e il corpus argomentativo successivo è cangiante, in parte incoerente, con rarefatti collegamenti logici. Questo accade per una sorta di paradosso comunicativo: mentre – semplificando – un secolo fa le cose potevano essere o vere o false, oggi nulla è più vero, nulla è più falso ma tutto è plausibile: esistono gli alieni? Boh, non si sa, ma è plausibile… I governi lo sanno? Boh, non si sa, ma è ipotizzabile… Oggi, con uno sforzo minimo, trovate quantità cospicue di materiali e testimonianze a giustificazione di qualunque tesi, e gli sforzi per la verifica dell’attendibilità di questi documenti è semplicemente titanico e dall’esito incerto. I politici sono tutti ladri? Almeno uno, o forse due, li conosciamo tutti, e una fallacia logica abbastanza impercepibile conduce facilmente a pensare che se un politico è notoriamente ladro allora forse molti politici potrebbero esserlo (ma non sono ancora stati scoperti) e quindi probabilmente lo sono ma al popolo non viene detto, e se incontro altre tre persone che pensano in questo modo, l’esito è che certamente i politici sono tutti ladri. Esistono prove a questa generalizzazione? Certamente! Esiste un caso acclarato, forse due; lo si è sempre saputo e già tuo nonno lo diceva; un sacco di gente lo sa; il Potere lo nega, ovviamente… Le inferenze sottostanti questi pensieri sono reali, nominabili, come realmente fragili e minate da errori grossolani. Come accade, come è mai possibile questa grossolana confusione, questa ridda di fallacie, queste semplificazioni eccessive e generalizzazioni indebite? Le ragioni sono molteplici sia sotto il profilo psicologico che sociologico, ma volendo cogliere una sintesi si potrebbe dire che il populismo offre ricette semplici alla spaventosa complessità sociale. Se non capiamo il mondo siamo spaventati, e se siamo spaventati abbiamo necessità di approdi sicuri, certi, solidi. Poiché questo spavento, questo senso di insicurezza, questa paurosa incomprensione del mondo è anche legata all’incultura, una grande quantità di persone con nulle o scarse capacità di analisi, critica, argomentazione, inferenza, ricerca delle fonti, comparazione e così via si affida a chi predica soluzioni semplici. Il numero, la massa, favorisce questo processo proprio nelle persone più culturalmente fragili: il numero protegge, conforta, offre l’illusione di una verità.

12.7.1 A differenza delle ideologie, che a partire dagli a priori offrono comunque parvenze di logica e coerenza interna, il populismo non necessita di coerenza, nel senso che le nebbie della complessità sociale rendono opache le incoerenze, poco pregnanti, raramente stridenti. Nelle mentalità populiste c’è spazio per l’incoerenza, per il cambiamento di principi anche radicali, per orientamenti e comportamenti che altrove sarebbero incompatibili.

12.7.2 Il populismo ha quindi una pericolosità diversa dall’ideologia, ma non meno preoccupante. L’ideologia ottunde le coscienze nella sua (apparente) logica formale, nell’obbligatorietà della meta prefissa decisa dall’alto; il populismo lo fa in modo diverso, lasciando credere a una verità popolare, creata dal basso, diffusa ed autoevidente. Il ribaltamento è notevole ed è dovuto al clima culturale e tecnologico del terzo Millennio, ma le componenti autoritarie, pervasive, irrazionali alla base sono identiche.

12.8 Ci sono molteplici forme di pensiero massificato che non sono chiaramente ascrivibili al populismo (termine da riservare all’agire politico): il cosiddetto linguaggio politicamente corretto è un esempio attuale e sconfortante di pensiero unico portato interamente e pesantemente nel linguaggio. Il femminismo ostile e ottuso è una particolare forma di pensiero unico sul piano di (presunti) diritti. L’abbattimento delle statue (l’ondata seguita al movimento Black Lives Matter) è esempio da manuale della follia cieca della folla alimentata dall’emotività quando si fa massa ottusa (con i riflessi sulla revisione storica che rinvia all’ideologismo). L’imposizione di personaggi omosessuali nella stragrande parte delle serie TV è una forma di comunicazione che induce elementi di pensiero unico di massa. Eccetera. Se vi guardate attorno vedrete come, nelle apparenti differenze e sfaccettature, nella diversità dell’”offerta”, il pensiero unico, quello che si fonda sul rifiuto della riflessione critica, è dilagato nella nostra società rendendo a volte perfino rischioso il semplice tentativo di indicare un errore, una scorciatoia indebita, una fallacia logica.

Prossimo tema: la necessità del pensiero razionale.

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