4) Quali strumenti per la conoscenza sociale – Parte II

Questo testo fa parte di una serie; la presentazione del lavoro e l’introduzione generale la trovate QUI.

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4.3) Lo strumento delle scienze sociali: la parola

I telescopi e i microscopi dello scienziato sociale sono quindi ridotti semplicemente alla parola. Nascosta sotto tonnellate di questionari, focus group, esperimenti controfattuali, analisi multivariate e test di Cronbach, si cela una verità molto semplice: l’unico strumento che possiede lo scienziato sociale è la parola; chiedere agli informatori qualche cosa, registrare la risposta, rifletterci sopra. La ricerca sociale è tutta qui. Il metodo è l’intelligenza inferenziale, e lo strumento è la parola.

Vediamo alcune possibili obiezioni.

Gli strumenti statistici (dagli indici di validità alle sofisticate analisi statistiche delle variabili rilevate) non sono parole, e forniscono dimostrazioni “scientifiche”. Ho messo le virgolette a ‘scientifiche’ per sgomberare subito il campo dalla madre di tutte le obiezioni. Le dimostrazioni matematiche non sono scientifiche nel medesimo senso in cui utilizziamo questo aggettivo in una ipotesi fisica, chimica o perfino sociologica. La matematica non è una scienza ma un linguaggio, e per di più un linguaggio essenzialmente tautologico. I numeri primi erano lì ben prima che fossero “scoperti”, e la loro scoperta non è equiparabile a quella, per esempio, della legge di gravitazione universale; quest’ultima è frutto di molteplici osservazioni che richiedevano una spiegazione (“Perché la mela casca per terra?”), e la spiegazione aveva bisogno di uno sforzo intellettuale capace di concepire un Universo piegato a una determinata legge fisica; prima non c’era la legge di gravitazione, prima, semplicemente, la mela cascava giù. I numeri primi sono, come concetto, semplicemente l’etichetta che abbiamo dato a numeri che non hanno altri divisori che 1 e se stessi. Non è una “scoperta”, è un’osservazione alla quale si è dato un nome; tutta la matematica del mondo è un complesso linguaggio formalizzato che esprime relazioni fra numeri, e che 2+2 faccia 4 non può essere considerata una scoperta alla stregua del vaccino contro la poliomielite, ma semplicemente il modo per descrivere delle relazioni fra quantità. Tutta la sofisticata costruzione statistica per elaborare i dati (fisici o sociali) è quindi una straordinaria (utilissima, intelligentissima, fantastica) manipolazione di uno specifico linguaggio, altamente formalizzato quanto essenzialmente tautologico. Che nelle scienze sociali elabora, in ogni caso, i “dati” costruiti linguisticamente, chiedendo qualcosa a qualcuno. Quando si illustrano i dati di una ricerca, e si afferma che il 27,35% del campione avrebbe affermato una certa cosa, il pensiero corre a quel 27,35%, mentre dovrebbe risalire a come quei dati sono stati costruiti a monte; come sono state chieste le cose agli informatori; cos’ha capito il ricercatore…

A seguire cadono altre obiezioni figlie di questa: il valore dei test statistici, la costruzione di indici, il concetto di ‘validità’ statistica. Una volta entrati nel regno del linguaggio matematico, tutto torna con una (impossibile diversamente) precisione che può impressionare l’ingenuo, ma che è tutta interna alla proprio logica simbolica. È decisamente utile, a volte è fondamentale; ma i dati non originano in quelle elaborazioni ed equazioni, bensì in una fase precedente, la fase della parola: qualcuno ha chiesto qualcosa a qualcun’altro.

4.4) Vincoli della parola (non solo nella ricerca sociale)

La differenza fondamentale fra il linguaggio della matematica e quello della parola è che il primo è più formalizzato; 3 mele non sono “alcune mele” ma proprio 3. In termini linguistici: i numeri possiedono il minimo di intensione e di estensione, assieme, che è poi quello che fa dire, alla persona ordinaria, che sono “più precisi”. Le parole hanno un rapporto inverso fra estensione e intensione concettuale: “mammifero” è concetto di ampia estensione (ci sono centinaia di specie di mammiferi, ciascuna con migliaia o milioni di esemplari) e di limitata intensione (le caratteristiche comuni a tutti i mammiferi, per esempio allattare i piccoli), mentre Golden Retriever è un concetto di più limitata estensione (il Golden sono una razza di cani, che sono una delle molteplici specie di mammiferi) e di maggiore intensione (tutte le caratteristiche e proprietà che rendono quel cane non solo diverso dai gatti e dai delfini, ma anche dai barboncini e levrieri).

E’ proprio per quella maggiore formalizzazione, e in particolare per la bassissima intensione, che il linguaggio matematico andrà benissimo per l’analisi fra variabili, ma non per esprimere opinioni; non per descrivere un paesaggio; non per dichiarare il proprio amore… Il linguaggio matematico va bene per definire quantità e distribuzioni, ma non per spiegarle. Se noi vogliamo indagare i consumi culturali fra i giovani possiamo, fra le altre cose, elaborare statistiche sulle presenze a teatro o al cinema, sulle spese per musica o viaggi, e diverse altre questioni di indubbio interesse per il ricercatore, ma se poi non andiamo a chiedere, a quei giovani, i perché e i percome, i quando e i se, la nostra ricerca ci potrà anche dire che sì, i giovani consumano più musica degli anziani ma vanno a teatro meno, ma non sapremo mai il perché; non ne conosceremo le ragioni, le motivazioni (o i “meccanismi” indicati al par. 3.3). E senza queste ragioni e motivazioni non produrremo quel senso invocato nel capitolo precedente.

Il prezzo da pagare, per l’uso (indispensabile) della parola è certamente quella che ho chiamato minore formalizzazione, che trascina però con sé molteplici questioni: il linguaggio è vago (Russel), non indica esattamente la realtà come il nostro cervello crede (Ogden-Richards; Cicourel), è organizzato dalla cultura dominante (Denzin; Whorf), è denso di significati simbolici a volte prevalenti rispetto ai significati veicolati (Goffman; Garfinkel). Oltre a ciò – che riguarda strettamente il linguaggio – ci sono poi gli usi concreti del linguaggio in situazione: essere reticenti o addirittura mentire, per esempio, sono comportamenti da tenere in conto nelle conversazione ed enormemente più frequenti di quanto si immagini, perché non è necessaria la menzogna eclatante per modificare il senso della parola; i nostri molteplici Ego (par. 1.4) ci inducono non solo a descrivere parzialmente certe dichiarazioni, ma ad accentuarne alcune parti a scapito di altre, sottacere o enfatizzare particolari, utilizzare parole con una connotazione emotiva piuttosto che un’altra. Ciò avviene perché la parola possiede una semantica (i numeri no, sono solo sintassi) che può essere manipolata, e che poi deve venire intesa.

In conclusione l’uso della parola è più ricco e sfaccettato, apre a infinite possibilità ma, appunto, è dispersivo e sostanzialmente oggetto di una continua interpretazione. Il ricercatore chiede: l’informatore deve capire la domanda e rispondere; il ricercatore deve capire la risposta; poi deve indurne inferenzialmente delle conclusioni o delle prospettive. La fatica di Sisifo, altro che i matematici, al riparo da tutto questo nel loro castello di certezze!

4.5) Conclusione: il linguaggio è il metodo

In conclusione il ricercatore sociale affronta un mondo in cui è immerso, di cui è parte, e che si modifica nel mentre viene osservato, perché ogni suo elemento è continuamente sollecitato da miriadi di altri, incluso lo stesso ricercatore che, nell’atto di indagare, lo perturba e contribuisce a complessificarlo. 

Anche qualora fosse possibile “congelare” per un attimo il sistema sociale universale, e con calma indagarlo “così com’è”, il ricercatore non saprebbe esattamente cosa sta osservando, perché gli individui agiscono secondo molteplici Ego, in svariate circostanze, sotto i vincoli o gli stimoli di innumerevoli interazioni (molte delle quali non note, non visibili), e ogni osservazione non sarebbe mai “oggettiva”, ma valida solo ed esclusivamente in quel momento.

E valida anche secondo gli strumenti utilizzati. Abbiamo chiesto cosa? Come? Quale semantica è implicita, quale reciproca comprensione? E lo strumento in sé, quello utilizzato per chiedere quella cosa, quanto ha contribuito a limitare la sintassi, a determinare la semantica? Come possiamo anche solo immaginare che l’individuo A abbia compreso come l’individuo B, e parimenti sia interessato a rispondere, abbia in sé una semantica idonea a rispondere secondo gli astratti bisogni e desideri del ricercatore?

Eppure non possiamo che chiedere.

E questo va bene; non solo va bene perché, in ogni caso, altro non potremmo fare, va bene proprio perché questa è la radice dell’interazione umana, è il senso dell’essere individui sociale, è il fondamento della nostra umanità: il dialogo. Più o meno felice e fruttuoso, solo a volte veramente interessante e privo di stereotipie, qualche volte perfino mendace, ma tal è e dobbiamo avere l’intelligenza di individuare gli straordinari punti di forza di questo dialogo, di questo scambio linguistico, anche nella ricerca sociale.

Poiché l’oggetto della ricerca è differente rispetto alle scienze della natura, è diverso anche il metodo, ed è completamente diverso il concetto di “validità del dato”, è nel senso del linguaggio, nel significato della parola, che troveremo l’essenza del metodo della ricerca sociale.

L’interazione sociale è verbale. La riflessione scientifica è inferenza. Gli strumenti di indagine sono linguistici. Il linguaggio è il metodo.

Ho scritto approfonditamente di questo nel mio recentissimo Costruire il dato nelle scienze sociali, Franco Angeli, Milano 2022.

(Il dossier metodo finisce qui)

(Foto di Claudio Bezzi)