La politica della Paura

98 Paura grande

La fantasía abandonada de la razón produce monstruos imposibles: unida con ella es madre de las artes y origen de las maravillas (Francisco Goya)

Qualche anno fa Antonio Albanese creò il terrificante personaggio del Ministro della Paura. Con l’occhio acuto degli autori del suo calibro Albanese ha individuato un elemento profondo, oscuro, potente (perché irrazionale e ingovernabile, sostanzialmente animale) della creazione del consenso, della gestione del potere: la paura. Evito qualunque spiegazione tecnica e fornisco solo una definizione preliminare che ci servirà come strumento di lavoro (e che sintetizzo da quelle che potete trovare anche voi navigando sulla Rete).

Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso (Treccani.it).

Vi segnalo due parole fondamentali: ‘immaginario’ (il pericolo) e ‘credere’ (che sia dannoso). La paura può essere reale o immaginaria; presunta; prefigurata e ingigantita nella mente; alimentata da fattori oscuri, la notte, l’abbandono, i rimpianti… La paura di ciò che non si conosce, non si padroneggia, non si governa ma ci aspetta al varco alla fine del viaggio, del colloquio, del mese… della vita.

La paura accompagna tutta l’esistenza delle persone e nasce dall’incertezza e dalla fragilità della vita, dal senso dei limiti e dalla consapevolezza della finitudine (moriremo); alla paura poi dobbiamo aggiungere il senso di colpa radicato sin dall’infanzia, secondo la psicoanalisi, come strumento di controllo dell’aggressività, e quindi prodromica all’accettazione dell’autorità. Questi due elementi, imprescindibili del nostro essere “umani”, creano la combinazione ideale di paura-sottomissione che serve al potere per perpetuarsi. Siamo tutti, chi più chi meno, preda di timori, ansie, a volte angosce, che anche senza cadere nella patologia predispongono alla prefigurazione negativa, possibile, del futuro; io morirò, questo mi angoscia, ma Dio mi salverà, e quindi ubbidendogli troverò sollievo dalla pena che sento. Se questo è un po’ un archetipo del meccanismo paura-sottomissione, possiamo trovare molti esempi in ciascuno di noi: troverò lavoro? fammi essere compiacente al colloquio; lei mi amerà? lascia che l’accontenti così mi sarà grata… Naturalmente questo meccanismo non vale per tutti allo stesso modo. Anche se la paura è un meccanismo psicologico profondo, che agisce in ognuno di noi, le condizioni in cui operiamo ci portano a comportarci molto diversamente, e per ogni impaurita vittima troviamo un aguzzino; ma anche l’aguzzino serba nel cuore grandi paure…

La paura ha un’enorme funzione sociale: contribuisce a mantenere l’ordine, a far obbedire il popolo, a far accettare scelte politiche.

Io sono il Ministro della Paura, e come ben sapete senza la paura non si vive.
 Senza la paura della fame e della sete non si vive. Senza la paura della famiglia e della scuola non si vive. Senza la paura di Dio e della sua barba bianca non si vive.

Una società senza paura è come una casa senza fondamenta.
Per questo io ci sarò sempre.

Io aiuto il mondo a mantenere l’ordine.
Senza di me le guerre scoppierebbero inutilmente. Le epidemie non avrebbero senso. Le bombe esploderebbero senza nessun vantaggio sociale.
Io trasformo la paura in ordine, e l’ordine è il cardine di ogni società rispettabile.

Io le paure le plasmo, le elaboro, le impasto e poi ve le trasmetto (Albanese, Ministro della Paura).

Se la paura è umana, e cerca sollievo nell’autorità, è facile immaginare la relazione dal punto di vista di quest’ultima, che può cercare di far leva sulle paure per mantenersi al potere e indirizzare a piacere l’opinione pubblica.

L’immaginazione (come prefigurazione del pericolo, della sconfitta, del dolore) è una potente componente della paura, che naturalmente giganteggia laddove ci siano delle basi credute reali, dove il contesto si profila incerto e dove il mondo scorre attorno a noi in maniera incomprensibile. E probabilmente questo terzo millennio è l’epoca ideale per coltivare le nostre paure.

La tesi secondo la quale l’avvento della modernità avrebbe portato alla nascita di un ordine sociale più felice e sicuro è oggi scossa dall’evidenza pragmatica di un mondo denso di pericoli. Una seconda osservazione riguarda la penuria sociale di “sicurezza ontologica”, dalla quale provengono tutte le altre particolari tipologie di preoccupazione, timore e paura. I processi di trasformazione connessi alla modernità, generano in tutti noi uno stato di continua e profonda insicurezza ontologica. Il senso di paura nutre nell’inconscio la percezione delle incertezze che fronteggiano l’umanità nel suo complesso (F. Vianello e D. Padovan, Criminalità e paura: la costruzione sociale dell’insicurezza).

Privati della “sicurezza ontologica” brancoliamo nella paura e cerchiamo conferme. Perché la paura immaginata, incerta, indefinita è insopportabile e preferiamo averne conferma piuttosto che lacerarci nell’ansia, preferiamo sapere che sì, sì, è vero che c’è un complotto che ci annichilerà, è vero che le scie chimiche ci uccidono e abbiamo fatto bene a stare in guardia, e sì, sì, il Male esiste, eccolo che arriva!

Gli annunciatori di sventure hanno avuto fortune alterne nella storia dell’umanità, ma la versione “politica” di questi profeti, quelli cioè che annunciano l’arrivo del Male e anche una miracolistica soluzione salvifica, beh, questi possono anche fare una piccola fortuna. La ricetta si basa su un meccanismo molto semplice:

  1. confermare le paure degli individui; sostenerle, sostanziarle, semmai addurre “prove” della loro realtà, anzi: della loro imminenza;
  2. offrire una via d’uscita, anzi: l’unica via d’uscita; descriverla in modo facile, anzi: elementare, immediato, perché la paura blocca la mente e non si può concedere troppo spazio all’argomentazione.

Questo meccanismo ha naturalmente bisogno di alcune precondizioni psicologiche e socio-culturali che possiamo semplificare con scarsa cultura (che non è misurabile solo dal titolo di studio conseguito), limitata capacità di accesso all’informazione (che non coincide col numero di click che si fanno su Internet) ma, soprattutto, con un quadro personologico ansiogeno e fragile, che dispone all’adesione gruppale, alla credenza priva di dubbi, all’ancoramento tenace, e a volte fanatico, alle illusioni di salvezza che fornisce il leader.

In questo orizzonte politico l’obiettivo non è mai il superamento della paura, ma il suo mantenimento. Per il leader, il gruppo dirigente, il profeta o chiunque sia che trae vantaggio da questa strategia, l’obiettivo è il potere e la paura è solo il mezzo. La paura deve essere sostenuta paventando nuove minacce; il climax deve essere continuamente rinnovato da nuove emergenze, da nuove parole d’ordine, da ulteriori sforzi richiesti per meritarsi la salvezza. Prendiamo il quadro politico di queste settimane: la battaglia contro l’Euro, contro gli immigrati, contro la disoccupazione non sono quasi mai battaglie dialogiche dove si confrontano modelli, soluzioni, dati reali. L’Euro è lo strumento del demonio Troika e dei suoi servi di Bilderberg; gli immigrati portano malattie e stuprano le nostre donne; il lavoro non ci sarà mai, e poi mai e poi mai… Naturalmente è vero che l’Euro ha non pochi problemi, che gli immigrati denunciano un vulnus del nostro sistema sociale e giuridico e che il lavoro è un’emergenza, ma un conto è studiare i problemi, discuterne, controllare i dati e cercare soluzioni percorribili, democratiche e propulsive; altra cosa è continuare a urlare “Al lupo!” senza particolare intenzione di salvare le pecore.

La trappola moralista fornisce un aiuto possente al Ministero della Paura. La pietà cristiana, semmai nella versione banale del politicamente corretto, rende difficile prendere le distanze da molte argomentazioni demagogiche. Abbiamo da poco visto, qui su Hic Rhodus, come i suicidi per ragioni economiche siano pochi, pochissimi, e non ci siano dati per confermare l’allarmismo che invece sulla stampa dilaga con titoli catastrofici per ingenerare allarme, scandalo, paura e reattività popolare, puntualmente utilizzata da alcune forze politiche in modo strumentale. Ma dire “poveri disgraziati rovinati da Equitalia” consente di restare sull’onda populista in grande compagnia, sembra esprimere pietà e carità (anche se false), trova conferma negli stolidi mass media italiani che non si peritano di verificare i dati. È sempre la solita storia: se milioni di persone percepiscono la paura, la paura deve essere certamente fondata, e quindi perché dire che i suicidi sono pochi e non in crescita se proprio oggi un altro poveretto si è tolto la vita? Perché cavillare mostrando dei dati (dato = strumento retorico senz’anima) quando abbiamo qui davanti a noi l’evidenza di UN caso (caso = strumento retorico generatore di pietà). Questo vale anche per i delitti, inclusi gli omicidi (in calo negli anni) e i femminicidi. Vale per la delinquenza degli immigrati (non molto diversa da quella degli italiani). Vale per le statistiche economiche e del lavoro, così disponibili a lasciarsi interpretare… Insomma: spesso l’allarme è basato sull’emotività, e non sulla ragione e sull’analisi dei dati, ma tale emotività si presta a essere spacciata per partecipazione al sentimento popolare, alla solidarietà con ceti deboli, al sostegno di persone infelici. Non è mai così. La menzogna demagogica non serve mai all’aiuto di nessuno. I dirigenti del Ministero della Paura lo sanno, ma usano il continuo allarme verso l’universo mondo per mantenere l’ansia, il senso di precarietà dell’esistenza e manipolare così gli individui.

Cosa si può fare contro il Ministero della Paura? Quasi niente, sono sincero. Se il problema fosse una disputa razionale basata sull’identico desiderio di trovare una soluzione il problema non si porrebbe, ma i funzionari di questo particolarissimo Ministero non hanno alcuna intenzione di impegnarsi in una disputa razionale, e i loro amministrati, chiamiamoli così, si sentono paradossalmente protetti da chi conferma le loro paure, e diffidano di ogni argomentazione che, per incultura, debolezza di carattere o altro, appare a loro come un imbroglio che va contro il loro credo, e quindi contro la loro fonte di rassicurante identità. A coloro che sono arrivati fin qui senza sentirsi offesi, e quindi non appartengono a questo marchingegno demagogico, posso solo raccomandare di tenere alta la guardia, argomentare, informarsi e soprattutto continuare a testimoniare la forza della ragione. Si può avere paura, naturalmente, perché i tempi sono oscuri; ma la paura deve essere affrontata con intelligenza e razionalità combattendo la deriva dell’allarmismo continuo.

Se il sonno della ragione genera mostri, solo la battaglia in nome della ragione potrà debellarli; e in questa battaglia non si guarda quanto sia numeroso il nostro schieramento ma quanti buoni argomenti siamo in grado, con coraggio, di mostrare.

#Nonomologatevi!

(Ilaria Baldini ha letto una bozza preliminare e mi ha fornito preziosi suggerimenti migliorativi)

One comment

  • molto ben argomentato. Purtroppo gli elementi base per essere turbati ci sono tutti. In aggiunta si hanno persone, forse maggioranze, che, per propri limiti oggettivi o per acritica indole, preferiscono delegare ad altri la risoluzione dei propri problemi.

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