Ogni giornale che chiude è un colpo alla Democrazia

Una delle battaglie del M5S e, in generale, degli indignati anti-casta, riguarda il finanziamento pubblico dell’editoria e, in particolare, dei quotidiani. Si tratta di una battaglia con molti risvolti superficiali e sbagliati, e voglio provare a spiegare il perché. Vorrei partire dalle ragioni di chi combatte l’editoria sovvenzionata. Il disegno di legge a firma Crimi e altri presentato il 10 Aprile dell’anno scorso viene motivato (art. 1, comma 1)

ai fini della promozione della concorrenza e della tutela dei consumatori nel settore dell’informazione nonché al fine di assicurare il conseguimento di rilevanti economie di spesa per la finanza pubblica.

Un discorso, in astratto, che può suonare molto liberale e opportuno ma che non tiene in minimo conto una serie di dati di sistema abbastanza noti sulla difficoltà, per l’editoria contemporanea, di sopravvivere all’editoria digitale, al calo dei lettori, alla perdita di quote pubblicitarie a favore, per esempio, della televisione.

Per capire qualcosa e giudicare serenamente, occorre innanzitutto distinguere fra contributi diretti e indiretti. I contributi diretti vanno a una limitata tipologia di testate: organi dei partiti politici, quotidiani gestiti da cooperative di giornalisti e quelli delle minoranze linguistiche e che fanno riferimento a «enti morali», cioè per le comunità italiane all’estero (QUI trovate l’elenco ufficiale); fra i quotidiani più noti ammessi a contributo troviamo, nel 2012:

  • Avvenire (4,355 Milioni);
  • Il Foglio (1,523 Milioni);
  • Il Manifesto (2,712 Milioni);
  • La Padania (2,001 Milioni);
  • L’Unità (3,616 Milioni);
  • La Voce (0,351 Milioni).

Fra i periodici troviamo (per cifre enormemente inferiori):

  • Animazione Sociale (3.787€)
  • La Civiltà Cattolica (21.553 €)
  • Famiglia Cristiana (142.070 €)

e una quantità di altri periodici cattolici a prevalente carattere diocesano (più altre cose bizzarre come Italia ornitologica) ma tutte con cifre modestissime.

Comunque sia la stragrande maggioranza dei quotidiani più noti e diffusi (la Repubblica, la Stampa, il Corriere…) non percepisce questo tipo di contributo.

È facile comprendere come il calderone dei contributi diretti contenga un po’ di tutto. Onestamente non capisco perché con soldi pubblici (per quanto modesti) si debba finanziare l’organo dell’Arcidiocesi di Camerino (L’Appennino Camerte), della diocesi novarese (Il cittadino oleggese) o della confraternita S. Rocco (Gazzetta d’Asti), se non inquadrando questo trattamento di favore alla luce dei molti piaceri che lo Stato concede alla Chiesa cattolica, ben oltre quanto previsto nel nefasto Concordato. Il finanziamento dei quotidiani di partito è poi una forma neppure tanto occulta di finanziamento pubblico ai partiti, e qui ovviamente il giudizio è legato all’opinione che avete su quest’ultimo tema; però nelle pieghe italianamente furbette della legge ci si infila per esempio Il Foglio di Giuliano Ferrara, organo di una fantomatica Convenzione per la Giustizia, pseudo movimento politico fondato da Marcello Pera (Popolo delle Libertà) e Marco Boato (Verdi), amici di Ferrara, al solo scopo di garantirgli questo finanziamento. Restano le cooperative, a volte forme eroiche di giornalismo militante, pochissimo appetibili alla pubblicità, con pochi lettori, ma a volte con storie politiche importanti, come Il Manifesto, in perenne crisi, recentemente liquidato e rifondato, e come l’Unità, decisamente un pezzo di storia italiana, che ha cessato le pubblicazioni a fine luglio 2014, malgrado il finanziamento pubblico che quindi, con tutta evidenza, è essenziale ma non sufficiente.

I contributi indiretti, diversamente dai precedenti, riguardano un’agevolazione fiscale pari al 4% dell’IVA (anziché il 21%) sul 20% delle copie stampate, mentre il restante 80% è esente IVA; questa agevolazione riguarda quotidiani, periodici ma anche libri, carte geografiche e insomma tutti i prodotti editoriali con pochissime eccezioni (p.es. i periodici pornografici); altre agevolazioni (tariffe postali, acquisto della carta) sono cessate dal marzo 2010.

Nel complesso i contributi diretti alla carta stampata riguardano il 10% delle copie diffuse in Italia, mentre il restante 90% non percepisce contributi diretti che comunque, su base annua, sono stimabili in 67 milioni di Euro secondo l’Espresso e in 175 secondo Grillo che secondo Andrea Zitelli (vedi “Risorse”) avrebbe comunque contato male e che non sembra distinguere contributi diretti e indiretti.

Cerchiamo di arrivare a una conclusione. D’accordo ripensare ai privilegi della Chiesa o di piccoli gruppi locali che pubblicano giornaletti per pochi intimi; d’accordo rivedere il finanziamento degli organi di partito veri o finti (come Il Foglio). Ma i quotidiani “veri”, diciamo così, quelli che fanno informazione politica ed economica su scala nazionale, quelli gestiti e redatti da autentici giornalisti, che di quel centinaio di milioni l’anno rappresentano una frazione abbastanza ridicola, a mio avviso devono essere preservati, aiutati anche con denaro pubblico, per la semplice ragione che sono espressioni di libertà e democrazia. In questo senso trovo inaccettabile il tripudio grillesco per la chiusura dell’Unità e incomprensibile la motivazione basata sul fatto che

Meno giornali significa più informazione.

Schermata 2014-08-02 alle 16.00.57Come dire che meno partiti significa più democrazia, che meno ospedali significa più salute o che meno scuole significa più istruzione. I facili slogan non argomentati non lasciano spazio al pensiero; il pensiero, la ragione, la logica, mi porta a pensare che più offerta culturale (più libri, più giornali, più musei, più eventi…) significhi più accesso dei cittadini alla cultura plurale. I drammatici dati sulla scarsa lettura in Italia, correlabile alla scarsità di competenze sono lì a confermare questa ipotesi.

Nella notte del populismo tutti i gatti son bigi, e distinguere buona e cattiva editoria, sacche di privilegio da presidi da tutelare, è spesso uno sforzo eccessivo; quel ridicolo 10% di stampa sovvenzionata diventa, tutta assieme, casta, scandalo e quindi nemico da abbattere, un po’ come il Partito Comunista Cinese, durante la nefasta Rivoluzione Culturale, ha voluto distruggere la cultura tradizionale cinese in una furia iconoclasta che non ha voluto distinguere fra patrimonio culturale e “ideologia borghese” (o, in questo caso, confuciana). La battaglia per una giusta e trasparente contribuzione all’editoria deve partire da un’analisi e – attraverso meditate scelte politiche – razionalizzare il settore. Meno privilegi ma più libri; meno quotidiani di partito ma più quotidiani che dignitosamente presentano un punto di vista autonomo (anche se sgradito a Grillo).

Risorse:

4 commenti

  • Un paese dove cooptazione è via di affermazione personale o sopravvivenza e i grandi media sono tutti di proprietà di gruppi d’interesse e guidati da funzionari di fiducia finendo per diventare strumenti di formazione di consenso politico e sempre meno spazi di elaborazione critica degli eventi e dei problemi che emergono, è destinato a vedere la fine economica di ogni giornale di partito o testata indipendente, a darsi e a venerare improbabili leaders, sempre più inadeguati, e all’inevitabile declino.

  • Questo discorso forse poteva andare bene che so, 30 anni fa. Comunque, secondo me andrebbero trattate in maniera distinta due temi: quello “tecnologico”, che vede i giornali stampati superati dalle nuove tecnologie, essenzialmente da internet, e il tema “principale”: ogni giornale che chiude è un colpo alla democrazia. Una testata che faceva quanti? 20000 copie vendute al giorno? Se un prodotto è valido, non ha bisogno di finanziamenti; finanziare i giornali vuol dire tassare i cittadini per qualcosa che magari neanche vogliono. E significa anche proteggere una lobby. Tutte cose che non ci servono.

  • Giorgio Monello

    Bell’analisi senz’altro, però trovo ingiusto che alcuni imprenditori nel campo dell’editoria godano di benefici, tramite finanziamenti pubblici diretti o indiretti, solo perché “sono/sarebbero espressione di libertà e democrazia” [1] , mentre tutti gli altri imprenditori in tutti gli altri settori niente… solo pagare le tasse.

    [1] Che poi come imprenditorii il loro scopo è quello di fare ricavi, mica difendere la libertà e la democrazia.

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