No, no e poi no! Perché non ci va più bene niente

Saying-No

La valanga di critiche su qualunque argomento, fatto, opinione, decisione è in crescita esponenziale grazie ai molteplici luoghi e forme che il dissenso trova a disposizione per esibirsi. L’evoluzione dei giornali on line per esempio, con la possibilità – in alcuni casi illimitata o quasi – di sfogarsi liberamente è un fenomeno sociologicamente rilevante per osservare i meccanismi psicologici e culturali attraverso i quali una quantità di persone trova necessario esprimere le ragioni del proprio dissenso. Poi ci sono i blog, ovviamente, in particolare quelli “caldi” (penso a Grillo). Ma al di fuori della Rete ci sono le mille e mille possibilità democratiche di rappresentarsi dissentendo, e così abbiamo No Expo, No Tav, No Muos, No Tap, No Musa, No Crescent, No Grandi Navi, No Tubo, No Canal, No Petrolio, No Gassificatore Cassola, No Biogas Latina, No Debito, No Inceneritori Terni, Offshore No Grazie, No Scorie, No Cave e c’è perfino un Comitato No Lombroso

affinché le teorie criminologiche di Cesare Lombroso vengano rimosse ufficialmente dai libri di testo e le commemorazioni odonomastiche e museali a nome “Cesare Lombroso” vengano soppresse al più presto.

L’elenco precedente è largamente deficitario naturalmente, e semplicemente mi sono stufato di cercare i numerosi “Comitati per il No A Qualcosa” che potete trovare in Internet.

Vorrei precisare che non voglio fare ironia gratuita; i cittadini che si organizzano per protestare contro qualcosa che – ritengono – lede i loro diritti, rappresentano una forza autenticamente democratica, un capitale sociale in crescita. Ma ci sono a mio avviso delle controindicazioni, che stavo per chiamare “regole” se non fosse che non ci sono vere e proprie regole per la protesta, salvo ovviamente quelle dettate dal Codice Penale. Direi:

  1. essere indignati e arrabbiati non significa automaticamente avere ragione;
  2. i diritti – che sono al centro di molte proteste – partono dagli altri, dai diritti degli altri, e non sono circoscritti ai nostri, solo i nostri, per come da noi stessi stabiliti;
  3. ogni organizzazione che protesta propone una pars destruens legittima che senza una pars construens è semplicemente sterile; ma qualsiasi pars construens necessita degli altri attori in gioco…

Perché siamo facili alla protesta indignata contro una quantità di cose? Per capire ciò che intendo argomentare occorre astrarre un po’ dai singoli casi: che il tale inceneritore preoccupi per la salute gli abitanti della zona e dia loro ottime ragioni per protestare è fuori dubbio, e ci sono analogamente decine di ottime e sacrosante ragioni per scendere in strada. Che ci siano ragioni discutibili, che possono benissimo essere contraddette da altre e diverse ragioni, è altrettanto palese; che ci siano poi ragioni paradossali e scarsamente sostenibili, per quanto raro, è un’altra possibilità. Tutto questo è un fenomeno moderno e per spiegarvelo farò un giro un po’ lungo. In uno dei suoi metaloghi Gregory Bateson, nel celebrato Verso un’ecologia della mente, spiega alla figlia Cathy perché le cose finiscano in disordine:

73a861d8ed527af9044a757758e667cf_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyInnanzi tutto, dopo aver chiarito che le cose sono l’oggetto e non il soggetto di questo andare in disordine, Bateson chiede che venga definito “ordine”. Si scopre, evidentemente, che ogni soggetto ha un proprio modo di ordinare le cose e quindi una propria rappresentazione personale di disordine. Ci si accorda su una ri-definizione della domanda iniziale che diventa: “Perché le cose finiscono in un modo che Cathy chiama ‘non ordinato’?” Una delle conclusioni riguarderà il fatto che meno loci vi sono perché qualcosa sia connotabile, per un dato soggetto, come ordinato, tanto più facilmente le cose “andranno” in disordine. In altri termini se incremento l’agitazione entropica di un sistema, tanto più, irreversibilmente, mi allontanerò dall’ordine. “C’è solo un modo di scrivere A Capri. … ci sono milioni e milioni di modi di sparpagliare sei lettere su un tavolo.” (Ivi p. 39). Se si “agitano” le lettere poste sul tavolo a formare il titolo del film, esse vanno in disordine e sarà praticamente impossibile che agitandole ancora esse tornino in ordine. La conclusione: siccome vi sono infiniti modi disordinati, le cose andranno sempre verso il disordine e la confusione. (Fonte: Gregory Bateson, un genio del ‘900)

Il ‘disordine’ è quindi un costrutto mentale, un’idea, un concetto così definito in maniera circoscritta da chi lo stabilisce, mentre l’infinità di altri “luoghi” (spaziali o concettuali) sono non-ordine o disordine. Una cosa di questo genere l’abbiamo già incontrata quando abbiamo discusso il concetto di ‘Verità’ che è in parte semanticamente coestensivo a ordine.

Nella società rurale dell’800, o prima, c’erano pochi oggetti che potevano stare in pochi luoghi, e per il resto un’infinita natura alla quale il concetto non è applicabile. Non poteva esserci un grande disordine. Parimenti le idee: queste riguardavano il tempo, la coltivazione, l’allevamento e poche regole sociali trasmesse da padre in figlio. Le cose, semplicemente, andavano così. La modernità contemporanea ha rotto quel cerchio di senso compiuto che il filosofo Lukács attribuisce all’epos greco (ne La teoria del romanzo) e che io mi permetto di estendere, semmai in una forma imperfetta, a tutto il mondo pre-complesso, in cui interiorità ed esteriorità dell’individuo si confondono. Poi il cerchio si spezza:

Per rompere questa organicità, questa compiutezza, ci voleva una radicale trasformazione negli uomini che la abitavano: il che è avvenuto. Abbiamo scoperto la produttività dello spirito: ecco perché gli archetipi ai nostri occhi hanno perduto, una volta per tutte, la loro oggettiva ovvietà, e il nostro pensiero batte la strada senza fine di un’approssimazione mai compiuta. Abbiamo scoperto la possibilità di dar forma: ragione per cui tutto ciò che le nostre mani, stanche e disperate, abbandonano manca sempre del compimento finale. Abbiamo trovato in noi stessi l’unica, vera sostanza: perciò abbiamo dovuto scavare incolmabili abissi tra conoscere e fare, tra anima e immaginazione, tra io e mondo, e spazzar via nella riflessione ogni sostanzialità posta al di là dell’abisso; di qui la nostra essenza ha dovuto per noi assurgere a postulato, scavando tra noi e noi stessi un ancor più profondo e minaccioso abisso (fonte: Lorenzo Gasparrini).

La frattura è data dalla complessità sociale di cui spesso accenno in queste pagine (e che ho descritta compiutamente in un post specifico). A questo punto le verità sono molteplici come i luoghi di una possibile concezione di ‘ordine’; i sensi attribuibili al mondo sono infiniti e tutti giustificabili entro una qualche logica; ognuno di noi è titolato a dare “una forma” al nostro spirito, per chiosare Gasparrini.

Per non cadere quindi in una palude relativistica dove può socialmente coesistere tutto e il contrario di tutto, occorre rileggere le regole del nostro convivere, a pena di vedere progressivamente crescere i “No!” a qualunque cosa in una progressione che inevitabilmente costringerebbe all’immobilismo. E queste regole, a mio modo di vedere, sono solo due:

  1. tutti hanno diritto di protestare su qualunque cosa, nei limiti e modi sotto specificati;
  2. tutte le volte che si fronteggiano posizioni differenti prevale la posizione di maggioranza, nei limiti e modi sotto specificati.

Il diritto di tribuna e i suoi limiti è un tema cruciale che va affrontato con mente aperta. Una delle ragioni di molte proteste vivaci, se non violente, è il silenzio a cui sono costretti i propositori di istanze ignorate o riferite in maniera distorta alla collettività.

Voi non ci ascoltate? E noi vi spacchiamo tutto. Siamo pari (Paolo, NoExpo, dopo la devastazione di Milano. Fonte).

Chi sente intimamente leso un suo diritto e contemporaneamente percepisce un cordone di silenzio attorno a lui si arrabbia comprensibilmente. Bisogna che tutti possano esprimere le loro ragioni direttamente e integralmente. A volte il Potere non vuole questa rappresentazione delle proprie idee da parte dei protagonisti e invece è esattamente in questa possibilità che si gioca il vero sviluppo di una Democrazia. L’accesso a una comunicazione di massa non filtrata deve essere chiaramente, facilmente, liberamente concessa a tutti. E qui finiscono i diritti dei cittadini che protestano (oltre al marciare per le strade, fare convegni, intonare cori). Una volta avuta questa libertà ogni forma di violenza e intolleranza deve essere sanzionata nella maniera più pesante che i codici prevedono, e il mio riferimento a quanto accaduto a Milano il primo Maggio da parte di componenti No Expo è chiaro.

La maggioranza deve vincere anche se lede gli interessi individuali e collettivi delle minoranze, fermo restando il divieto del pregiudizio della salute e l’equo compenso per ogni altro disagio. Premessi quei due punti fermi (salute ed equo compenso) è chiaro che non ci può essere nessuna altra scelta; gli interessi della minoranza non possono prevalere sugli interessi della maggioranza. Sulle complesse implicazioni di queste brevi frasi però mi fermo e mi riservo di riprenderle un’altra volta.

3 commenti

  • Ok, come sempre molto interessante ma mi permetto di andare sul pratico. Se si ascoltano i promotori dei NO la sensazione di non contare é evidente. Anche una minoranza che si fa sentire, seguita sui mezzi di comunicazione mainstream o osannata in rete come i No TAV o i No Expo rischia di avvertire come comunque sterile la propria visibilità. Frequentando gruppi che propugnano cambiamenti radicali a livello produttivo-finanziario avverto questa percezione del “non contare” che si traduce, in alcuni, in un nichilismo delle ragioni altrui (non parlo di torto e ragione) o, in minoranze arrabbiate e indottrinate, in una possibile tracimazione violenta. Oppure nella tolleranza delle azioni violente delle frange oltranziste grazie ad una risposta emotiva traducibile in: “io non lo farei ma vi sta bene che spacchino tutto”. Ora il problema, a mio parere, é non solo quello di dare visibilità ai NO, che già ce l’hanno (almeno per alcuni é così) ma di riconoscere loro una possibilità di interazione con l’istituzione corrispondente che costoro avvertano come Utile, come attestante il loro esistere fattivo. Facendogli, nel contempo, capire che ascoltare non significa dover cedere alle argomentazioni. Non é semplice, parliamo di equilibri dificili da raggiungere, parliamo di situazioni diverse, parliamo di un impegno, da parte delle amministrazioni di tutti i livelli, niente affatto banale e che, qualora sussistesse, andrebbe anche ben pubblicizzato, per togliere argomenti ai massimalisti del rifiuto. Che, come dici tu, ragioni, spesso, ne hanno. Che ne pensi? Ciao e grazie.

    • Ottimo spunto, lo faccio mio ma con la consapevolezza della sua illusorietà. Mentre il diritto di tribuna potrebbe, in astratto, essere garantito e addirittura normato, l’interazione di cui parli necessita di un autentico riconoscimento dell’altro da parte dell’Istituzione, ovvero da chi detiene il Potere. Questo riconoscimento, se lo si intende come reale e non puramente simbolico e retorico, non può essere oggetto di norme e rischia quindi di essere lasciato alla volontà (che presumo debole) di chi non ha interesse all’emergere di posizioni alternative. Ne consegue che al legittimo (e al momento poco praticato) diritto di tribuna deve (dovrebbe) corrispondere un’acuta capacità dell’opinione pubblica di discernere, comprendere e distinguere le posizioni alternative anche dentro l’assordante cacofonia delle opinioni dominanti, che sono vincenti, seduttive, maggioritarie. Un impegno difficile.

  • Ti ringrazio. Io mi accontenterei, sarebbe già un passo avanti. Tanto su molti argomenti la percezione del pubblico è comunque più ideologica che valutata, mentre altri sono intrinsecamente così difficili, incerti che si sceglie comunque per allineamento, per sentiment. Conterebbe già il far percepire il valore delle posizioni alternative (mi ripeto: a prescindere dalla loro quota di “verità”), tramite un atto di volontà delle istituzioni (anche normato). Io credo che anche solo tale percezione avrebbe un effetto positivo sulla parzialità di tutte le parti in gioco (gruppo proponente, istitizione, pubblico in generale). Ma forse sono un ingenuo, forse riduco la complessità, in realtà conosco poco gli ambiti istituzionali, il loro contorno e i mille rivoli della società civile.

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