Se non capite la complessità dove credete di andare?

Ho accennato un sacco di volte, in miei articoli passati, al concetto di ‘complessità’ come elemento che spiegherebbe situazioni sociali ed economiche particolarmente ingarbugliate della nostra epoca. In questo articolo cerco di spiegarvi di cosa si tratta perché, veramente, se non capiamo la complessità, e le sue conseguenze, non riusciamo a spiegarci il mondo e restiamo schiavi di pregiudizi, stereotipi, posizioni ideologiche. Specialmente di posizioni ideologiche.

Senza eccessivi sociologismi la complessità sociale è il frutto del moltiplicarsi delle interazioni sociali fra individui e gruppi (gli amanti delle argomentazioni più profonde troveranno indicazioni in fondo). La redazione di Hic Rhodus è condivisa fra due sole persone: ci possono essere differenze d’opinione, obiettivi solo parzialmente coincidenti, tutto quello che volete, ma dopo un piccolo rodaggio “ci capiamo”, abbiamo instaurato delle nostre routine, e la complessità del microcosmo hicrhodusiano è prossima allo zero, perché è un microcosmo chiuso (non abbiamo relazioni con altri gruppi, non dipendiamo da nessuno, facciamo quello che ci pare, siamo totalmente autoreferenziali). Nel vecchio istituto di ricerca in cui lavoravo un’era geologica fa invece, gli individui presenti erano una ventina divisi in maniera piuttosto visibile in gruppi professional-disciplinari differenti, con ruoli diversi, con simpatie e antipatie, conflitti e amorazzi, obiettivi condivisi (quelli generali dell’istituto), obiettivi personali (fare carriera, avere gratificazioni professionali, cercare di lavorare il meno possibile…) e obiettivi ricevuti dall’esterno (dai committenti per esempio). Ogni riunione di lavoro – indetta quindicinalmente dal direttore – era un estenuante partita a scacchi dove le trame sopra accennate si rivelavano con le alleanze o le fratture del caso, ma in qualche modo sclerotizzate dalla consuetudine e dal consolidarsi delle affinità. Una complessità bassa ma non del tutto inesistente.

Di questo passo il lettore può comprendere come gruppi sociali via via più ampi e articolati (come una realtà nazionale o globale) producano una complessità da capogiro, anche perché non si tratta solo, e banalmente, del prodotto persone × interazioni. “Persone × interazioni” produce numeri crescenti che possono essere “complicati”, ma non necessariamente complessi. Un problema importante da considerare è la molteplicità di ruoli che ciascuno di noi ricopre. Io, per esempio, ho una certa famiglia, sono un certo tipo di lavoratore, con una determinata formazione, iscritto ad alcune associazioni, praticante determinati passatempi e così via. Come padre potrei essere membro di un organismo collegiale scolastico, dirigente sportivo di una società amatoriale frequentata da mio figlio, volontario in un’associazione che si occupa di problemi dei minori e altro. Come professionista potrei frequentare alcune comunità di pratiche, essere iscritto ad associazioni sindacali, essere in relazione professionale con ambienti diversi. La molteplicità dei ruoli che rivestiamo non è necessariamente coerente; potrei assumere un atteggiamento rivendicativo e aggressivo come utente di un servizio male erogato (a mio parere), e poi essere difensivo ed elusivo come gestore di un altro tipo di servizio di mia responsabilità. Potrei essere esigente come consumatore e superficiale come produttore di beni o servizi. Essere un amante degli animali che maltratta la moglie. Un laureato colto che giudica ideologicamente la realtà perché il senso di un’appartenenza acceca la mia formazione e cultura.

99 Se non capite la complessità dove credete di andare 01La complessità ha quindi a che fare con persone × ruoli × interazioni. I “molti io” che interagiscono con i “molti voi”, pirandellianamente, creano non già una complicazione (un numero elevato di situazioni) ma quella che chiamiamo complessità (un numero elevato di situazioni, mutevoli e scarsamente prevedibili). Che poi non è finita perché occorre aggiungere almeno due altri fattori: l’umoralità cangiante (cioè: chiunque io sia, nel mio ruolo del momento, posso essere più o meno felice o arrabbiato, avere il mal di pancia, o essere comunque in una qualunque situazione che rende variabile il mio comportamento) e i gruppi in quanto tali che, pur essendo fatti di singoli individui, hanno anche una loro presenza in quanto tali agendo sui suoi stessi membri in maniera notoriamente incisiva in quanto a imprinting culturale e professionale. La complessità sociale ha a che fare con la coesistenza di mondi aperti in interazione sistemica, un modo complicato per dire che l’interdipendenza reciproca non può essere oggetto di pianificazione (se non di massima) e di previsione (se non a grandi linee).

Cosa ce ne facciamo di questo straordinario concetto, così elastico ed esplicativo da coprire e “spiegare” qualunque situazione (e quindi nessuna)? È molto semplice. Ci serve per evitare la rigidità del giudizio stereotipato e di comodo, la gabbia ideologica, la pretesa causalista (per cui dato A deve accadere per forza B) e, specialmente, l’ipersemplificazione (che ovviamente è il contrario della complessificazione). Vi faccio un esempio chiaramente di fantasia ragionando su Renzi. Renzi è:

  • Presidente del Consiglio che deve guidare un gruppo di Ministri, ciascuno dei quali è portatore di complessità avendo alle spalle partiti di riferimento, gruppi sociali e professionali, lobby, interessi, opinioni diverse;
  • capo quindi di una maggioranza eterogenea di partiti, ciascuno dei quali ha bisogno di mostrare autonomia, visibilità, difesa degli interessi di riferimento;
  • segretario di un partito in cui ha stravinto le primarie, molto sostenuto dalla base ma non dall’apparato, con una minoranza poliedrica e frammentata e parlamentari che dichiarano quotidianamente di non essere d’accordo con lui e di voler votare come pare a loro;
  • leader di un gruppo imprecisato di amici, alleati, estimatori ed opportunisti che l’hanno sostenuto e lo sostengono in forme diverse, non sempre necessariamente politiche (diciamo: il gruppo della Leopolda) a loro volta diversissimi per esperienze, competenze e visioni del mondo;
  • simbolo politico e istituzionale dell’Italia nel mondo in tutti i vertici internazionali dove si muove in maniera e con tattiche differenti a seconda se parla all’Onu, se è in colloquio riservato coi Clinton, se difende le ragioni italiani a Strasburgo o se discute col gruppo socialista al parlamento europeo;
  • uomo; ovvero una persona con la propria storia, col proprio ego (fin troppo oggetto di attenzione, anche perché effettivamente molto visibile), con una moglie, dei figli, degli amici (i quali anche inconsapevolmente agiscono sul suo quadro personologico, contribuendo al sedimentarsi o al vanificarsi di determinate idee).

Per quanto volitivo e decisionista Renzi sia, in questa fase storica italiana, immaginate che ciascuno dei suoi interlocutori (Berlusconi, Alfano, Del Rio, Napolitano, Camusso…) ha un’analoga stratificazione di ruoli, di prospettive e interessi, e che ciascuno di questi si rapporta con molteplici altri, e che tutte queste interazioni modificano, poco o molto, il modo di pensare e di agire di ciascuno. L’esito di questa moltiplicazione di situazioni, che chiamiamo “complessità”, non è mai nelle mani di una singola persona, o di un gruppo, perché le interdipendenze infinite rendono qualunque discorso, qualunque azione, qualunque mossa politica, una mera possibilità, e mai una certezza. Non c’è rigida causalità. Ovviamente esiste una certa causalità. Quando Renzi ha risposto pubblicamente picche alla Camusso e alla minoranza del suo partito, ovviamente c’è stata una reazione sostanzialmente attesa, di protesta, di scandalo… Ma poi la CGIL ha parzialmente moderato i toni prima, poi ha preso una differente piega di contrapposizione frontale e – sull’onda di Landini – piuttosto intransigente; la sinistra PD ha invocato il dialogo, poi si è contrapposta, si è divisa al suo interno, in una situazione di estrema fluidità…  Le cose potevano (e ancora possono) andare in maniera diversissima, perché ciascun attore di questo gioco fa parte di contesti aperti e complessi che possono orientare in maniera inaspettata le azioni.

Quando giudichiamo una qualunque situazione (non necessariamente politica; vale anche al supermercato, vale nella scuola di nostro figlio, vale nel nostro lavoro…) dovremmo quindi evitare di applicare logiche chiuse, causali, ipersemplificate, stereotipate (tratte pari pari da esperienze precedenti ritenute analoghe); il mondo è invece aperto, a-causale (che in questo caso non significa che mancano situazioni di causa-effetto, ma che semplicemente sono difficilmente determinabili), complesso e necessitante di riflessione e argomentazione ad hoc.

La complessità su Hic Rhodus:

Risorse:

  • Luciano Gallino, Complessità sociale, “Enciclopedia Treccani”; un testo base, erudito, scritto da uno dei più noti sociologi italiani;
  • Niklas Luhmann, Complessità sociale, “Enciclopedia delle scienze sociali”; altro testo base, per lettori evoluti, scritto da uno dei più grandi sociologi europei.

One comment

  • ci stai dicendo che tutto è collegato e gli eventi accadono per ragioni che apparentemente non hanno nulla a che vedere con i determinanti gerarchicamente più “vicini” all’evento.
    Avrei apprezzato anche un’introduzione sulla complessità “matematica”, che è alla fine la base sulla quale si sono poi sviluppate le altre teorie delle complessità, tra cui anche quella sociale. Nel frattempo mi leggo i due link a fine articolo.

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