Non lasciamoci confondere dalle manifestazioni di piazza

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I cattolici no-gender sono scesi in piazza in un milione (Viminale sostiene 400.000, qualcuno ancora meno, diciamo comunque che erano veramente molti) e diversi autorevoli commentatori hanno alzato il sopracciglio per esclamare il loro “ohibò!”. Ma come – hanno discettato subito dopo gli autorevoli commentatori – addirittura senza l’esplicito sostegno del Vaticano si sono radunati così in tanti contro l’omosessualità, le unioni civili, l’insegnamento laico di una equilibrata educazione sessuale nelle scuole… questo fa davvero riflettere!

L’idea che su una visione filosofica del mondo, considerata però essenziale per l’integrità della fede, il mondo cattolico manifesti come ieri una sensibilità esasperata e risentita, è una novità che tutti noi stentavamo a considerare così sentita e centrale. Nel cattolicesimo italiano si è aperta una spaccatura profonda che arriva dritta al cuore delle istituzioni ecclesiastiche. La manifestazione antigender è insieme uno spauracchio e un avvertimento. La fonte di un nuovo, imprevisto conflitto. Il mondo laico non può dormire sonni tranquilli (Pierluigi Battista, Il fronte del rifiuto di gender e unioni gay che riscopre la piazza, “Corriere della Sera”, 21 Giugno 2015).

Non condivido la sorpresa per i tanti convenuti né le riflessioni in merito a un qualche particolare significato per questa manifestazione e vorrei spiegarvi il perché.

Le mie riflessioni si svolgeranno su due piani differenti, il primo nel merito della questione delle unioni fra gay e il reale consenso/rifiuto del popolo italiano sulle unioni civili, e il secondo generale, nel metodo (che quindi vale anche per altri generi di manifestazioni, anche e soprattutto politiche, come in fondo era anche questa).

Gli italiani vogliono oppure no le unioni fra omosessuali? La prima e dirimente questione riguarda il merito della faccenda, per capire se quel milione in piazza (non mi interessa il numero) sia rappresentativo dell’opinione del nostro popolo oppure no. A quello che posso capire la risposta è NO, quel milione non è rappresentativo perché gli italiani sono abbastanza aperti su questo argomento. “Abbastanza” significa – secondo un recente sondaggio – sì alle unioni civili anche fra omosessuali (solo 27% contrari), fra il sì e il no ai matrimoni (51% favorevole) e un secco no alle adozioni (73%). Il mio modesto parere è che se questo sondaggio riflette la realtà delle cose probabilmente molti omosessuali non saranno contenti ma in generale, in una società plurale e in Italia ci si potrebbe anche accontentare e si farebbe fare un notevole balzo all’Italia fra i paesi civili. Questo sondaggio ripropone dati piuttosto simili degli anni scorsi (per esempio questo dell’Ottobre 2014 di altro sondaggista, il precedente di Luglio di sondaggista ancora diverso e così via). Questo atteggiamento aperto e abbastanza liberale è proprio dell’epoca in cui viviamo, è un trend di tutto l’Occidente come mostrano sia il referendum irlandese favorevole alle nozze gay (nozze, non unioni civili) sia il movimento civile e politico negli Stati Uniti dove perfino i repubblicani sono sempre più disponibili alle unioni gay. A questo punto la manifestazione di Roma è chiaramente e senza ombra di dubbio una manifestazione di minoranza; legittima, sia chiaro, ma non in grado di preoccupare i difensori dei diritti civili. La piazza è di tutti, ma andare in piazza in un milione (o quanti erano) non significa nulla in termini di rapporti fra maggioranza e minoranza di valori presenti nel paese.

E quindi dal merito posso passare al metodo, perché il gioco delle piazze piene l’hanno fatto un po’ tutti, dai 5 Stelle a Camusso, da Salvini ai no-gender, spaventando stranamente settori politici e civili che hanno visto in tali piazze chissà quali segnali (ben sottolineati, di volta in volta, da chi di quelle piazze si era fatto promotore). Io ricordo bene (si tratta di pochissimi anni fa) le piazze piene di un Berlusconi già chiaramente in difficoltà, come – in anni lontani – le piazze piene del vecchio PCI capace di mobilitare iscritti e simpatizzanti ma non di conquistare il potere col voto. Perché i due fenomeni sono distinti; le persone disponibili al disagio e alle spese di una giornata in treno per arrivare a Roma, urlare sotto il Sole per le proprie idee e poi tornare a casa sono, con tutta evidenza, la parte più attiva, più ideologizzata, più convinta dell’importanza di una partecipazione (importanza in quanto testimonianza se non altro) ma ciò non solo non significa essere maggioranza ma spesso indica la frustrazione della propria minorità. Su idee connotate fortemente da valori così importanti, che affondano nel profondo della nostra personalità, non è poi difficile immaginare la capacità di mobilitazione, specie da parte di chi dispone di una rete capillare sul territorio (come decenni fa il PCI e come ora le associazioni cattoliche). Ma oggi la piazza, a differenza di qualche decennio fa, non è più l’agorà, il luogo di costruzione del linguaggio politico collettivo, ma solo l’arena della comunicazione eterodiretta, del proclama utile per una comunicazione a terzi (ai leader degli altri partiti, agli avversari, ai potenziali alleati…), dell’esibizione muscolare di una capacità di mobilitazione desiderosa di impressionare.

La mia personale conclusione è estremamente semplice e pragmatica. Tutti hanno diritto di manifestare le proprie idee andando in piazza, scrivendo sui giornali, testimoniando immobili in piedi con un libro in mano e via discorrendo. Inclusa la partecipazione agli organi collegiali della scuola e rompere le scatole (democraticamente). Finisce lì. Solo politici improvvisati e giornalisti poco navigati possono trarre conclusioni sbagliate e vedere, in un episodio limitato, un sovvertimento dell’ordine, un mutamento di prospettiva politica, un monito epocale. Vada quindi avanti il governo con la proposta di legge sulle unioni civili senza lasciarsi impressionare più di tanto.

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