E a Cesare cosa resta?

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Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio (Mc 12,13-17)

Durante la visita americana il Papa avrebbe incontrato Kim Davis incoraggiandola per la sua posizione oltranzista contro i gay. Per gli smemorati: Kim Davis è un’impiegata pubblica della contea di Rowan, Kentucky, USA, che per numerose volte si è rifiutata di concedere la licenza matrimoniale a coppie omosessuali che in quello Stato possono legalmente sposarsi. La Davis, sostenendo di rifiutarsi “in nome di Dio”, è stata prima incarcerata poi rilasciata dietro assicurazione che non avrebbe ulteriormente intralciato lo svolgimento dei compiti del suo ufficio. Naturalmente la Davis è diventata immediatamente un’icona dei cristiani fondamentalisti e dei Repubblicani più retrivi (non dimentichiamo che fra poco negli Stati Uniti si voterà). Il New York Times ci rivela che il Papa l’avrebbe incontrata segretamente (notizia ripresa anche dalla stampa italiana) e riporta le parole dell’avvocato della Davis che avrebbe precisato che “L’ha ringraziata per il suo coraggio e le ha detto di tenere duro”.

Successivamente, durante il ritorno in aereo, senza citare la Davis, ma alludendo al suo caso, il Papa ha continuato su questa linea dichiarando legittima l’obiezione di coscienza:

In his public addresses, the pope spoke in broad strokes about the importance of religious freedom. On the plane trip home, an American television reporter asked him about government officials who refused to perform their duties because of religious objections to same-sex marriage. The pope said he could not speak specifically about cases but that “conscientious objection is a right that is a part of every human right.” “It is a right,” he said. “And if a person does not allow others to be a conscientious objector, he denies a right.”

Vorrei delimitare attentamente il perimetro di questo post: non intendo parlare di omosessualità e di diritti degli omosessuali (tema più volte affrontato con posizioni, direi, ultra-liberali, i nostri lettori lo sanno) bensì di un tema assai più ampio e dirimente, vale a dire la possibilità di una commistione fra esercizio pubblico e religione, fra diritto all’espressione religiosa e doveri verso la collettività. Perché questa è un’aporia non riducibile, e se siete profondamente religiosi non potete che considerare il vostro (eventuale, se siete dipendenti pubblici) giuramento alla Repubblica e alla Costituzione come secondario, valido solo fin quando non confligga coi vostri giuramenti a Dio. La Repubblica è il prodotto storico (e quindi in sé corrotto) di uomini che possono essere buoni o malvagi, mentre Dio è fuori dalla Storia, è un Assoluto, è la Verità. Ciò determina l’incommensurabilità e l’irriducibilità dei due Regni (intellettivi, logici, prima ancora che “giuridici”) e quindi il fatto che non ci può essere un compromesso negoziale (come in politica, per esempio).

L’impossibilità della fede in politica sta in tale irriducibilità; la fede (qualunque) se pienamente espressa e vissuta è totalizzante, onnipervasiva e fornisce una guida completa al comportamento ritenuto corretto mentre la politica (in senso lato: l’amministrazione della cosa pubblica) è forzatamente piegata alla mediazione fra parti sociali, fra interessi, fra convincimenti diversi. Il “bene pubblico” non può essere un bene della maggioranza sopraffattrice delle minoranze, mentre i precetti divini sono immodificabili e tendenzialmente a-storici (di fatto non è vero, ma sono intesi come tali). Naturalmente se siete operatori ecologici o bibliotecari o uscieri o comunque addetti a servizi che raramente pongono problemi etici, probabilmente non avrete mai “crisi di coscienza”, ma più siete coinvolti in ruoli pubblici di responsabilità più potreste avere l’occasione di dover mettere in atto pratiche non conformi ai precetti della vostra religione. Nelle professioni sanitarie è facilissimo vedere questi casi, e anche senza considerare il caso limite dei ginecologi “obiettori di coscienza” (dei quali abbiamo già parlato) è evidente che la morte, la sofferenza, la cura e singole pratiche mediche investono spessissimo la sfera dei valori, che è parte fondante di quella religiosa. E che dire delle professioni dell’educazione? Di quelle relative la sicurezza e la difesa? E, sopra tutto, che dire di chi è deputato alla costruzione delle politiche sociali ed economiche, vale a dire i politici e i parlamentari?

Questa riflessione conduce diritti all’impossibilità di dichiararsi esplicitamente “cattolici” (o evangelici, buddisti, musulmani…) se si occupa un ruolo pubblico. Vi prego di non equivocare: l’impossibilità – a mio avviso – è nell’assunzione di una responsabilità pubblica, non nelle credenze personali. A me non importa nulla se siete cattolici o musulmani perché ritengo siano affari vostri che io devo rispettare nel modo più completo. Ma poiché voi – cattolici o musulmani o testimoni di Geova – dovete rispettare me (che non sono cattolico, né musulmano, né testimone di alcunché) non potete assumere le vostre responsabilità pubbliche (di medico, di insegnante, di politico…) come conseguenza della vostra fede, come azione successiva, succedanea, derivata dalla vostra esperienza religiosa. Il politico che dice “In quanto cattolico posso/non posso che agire così…” non sta facendo gli interessi pubblici al quale è stato chiamato, neppure quelli dei cattolici. Il dipendente pubblico che giura sulla Repubblica e la Costituzione ma si riserva di decidere “secondo coscienza” non rispetta il proprio giuramento, viziato da una fedeltà anteriore e implicita, quella verso il suo Dio.

Diversissimo il caso dei politici e dei dipendenti pubblici che distinguono le due sfere, riservando il sacro a quella privata, e agiscono il loro ruolo pubblico prescindendone.

Bene quindi la Corte americana che ha punito la Davis e malissimo, veramente malissimo Papa Francesco che l’ha incontrata e sostenuta (pure furtivamente, quindi sapendo di urtare una parte di opinione pubblica, quindi infingendo). La chiara verità su questo Papa è che è assai meno rivoluzionario di quanti, anche a sinistra, credono, basandosi essenzialmente su atti esteriori molto comunicativi e poco sostanziali, come abbiamo già avuto modo di scrivere. Ma il problema di fondo, pungente in Italia, è la scarsa laicità dello Stato. L’assoluta, urgente necessità di dare compimento a quella separazione fra Stato e Chiesa che è solo apparente e continuamente tradita; basta Concordato; no al finanziamento delle scuole private; no all’ostensione di simboli religiosi nei luoghi pubblici; no alle “obiezioni di coscienza” capaci di aggirare le leggi dello Stato e i diritti dei cittadini.

3 commenti

  • Articolo eccellente. Inappuntabile e completamente condivisibile. Ricordo le orride obiezioni di coscenza dei barellieri italici all’aborto…barellieri! La laicità dello Stato come garanzia per tutte le religioni. E io sono atea.

  • mi pare piuttosto grossolano nel porre l’equivalenza religione=coscienza. Chi teorizza una posizione come quella del post, deve rispondere alla, banale, domanda: quindi i tedeschi che, obbedendo alle leggi razziali, uccidevano handicappati, zingari, omosessuali, ebrei hanno fatto bene? Negli USA le cose sono poi rese più complicate dalla Costituzione, dagli emendamenti, e dalle sentenze della Corte in materia di libertà religiosa

  • ” “conscientious objection is a right that is a part of every human right.” “It is a right,” he said. “And if a person does not allow others to be a conscientious objector, he denies a right.” ”
    Argomentazione in se corretta affrancando la tesi della sussistenza di un diritto , ma con il limite di non chiarire che il diritto alla propria coscienza religiosa non può interferire con il diritto cogente di una norma statale.
    Etica e diritto appartengono a due sfere separate della società e quindi dell’individuo. La prima prettamente interiore e la seconda esteriore e quindi diretta alla gestione dei rapporti della collettività e dei suoi individui.
    La Davis negando un diritto sancito in una norma ha di fatto violato i diritti di coloro che per legge potevano sposarsi e ciò in nome della propria etica quindi non di un principio di diritto, e con ciò facendo è venuta meno al proprio dovere di rispetto delle norme.
    Oggi più che mai la laicità dello Stato è fondamento di garanzia per le differenti sensibilità e coscienze, ma nel contempo l’osservanza delle norme tiene chiara la differenza fra morale e coscienza da un lato e diritto dall’altro, consentendo lo sviluppo della democrazia.

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