Sì al finanziamento pubblico dei partiti. Ma non oggi. E non così

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Il tema deve essere presentato per il groviglio che è, e quindi vi dico subito che:

  1. io sono favorevole al finanziamento pubblico dei partiti in generale;
  2. io sono assolutamente contrario al finanziamento dei partiti ora, così, in queste condizioni.

Scopo di questo post è spiegare l’apparente contraddizione, anche se probabilmente molti dei lettori già ne hanno colta la sostanza.

In una Democrazia matura è logico finanziare la politica. La politica, in un mondo normale, è il cuore della democrazia. È la cinghia di trasmissione, ben lubrificata, fra istanze, bisogni, valori dei cittadini e obiettivi, strategie e programmi di una nazione. Poiché una democrazia diretta non è possibile e – a mio parere – chi dice il contrario ha le idee confuse, occorrono modalità di rappresentanza che siano organizzate, valorizzate, contrapposte e quindi contate (con le elezioni) attraverso libere associazioni di cittadini. I partiti, la cui funzione di motore della democrazia è riconosciuta in Costituzione questo dovrebbero essere: centri organizzati di promozione di determinate istanze, obiettivi, valori incarnati in quelli che si chiamano “politiche pubbliche” (sanitarie, economiche, territoriali…) che costituiscono dei programmi politici organici. I cittadini si trovano – in una democrazia che funzioni – alternative più o meno liberali, più o meno redistributive, più o meno inclusive verso gli immigrati e via discorrendo e scelgono. Anzi, non solo scelgono; in qualche modo, aderendo attivamente alla vita associata dei partiti contribuiscono da un lato a caratterizzare quei programmi e, d’altra parte, ne sono informati ed “educati”, con un normale processo circolare dove formazione e informazioni circolano dal basso in alto e viceversa. Questo è il cuore della democrazia. Se questo è il cuore, e i partiti politici ne fanno parte, perché non dovremmo pagarli? Perché i cittadini non dovrebbero pagare le organizzazioni che contribuiscono alla formazione del pensiero civico e politico?

Come funziona nel mondo il finanziamento della politica? Dati in materia sono raccolti da IDEA – International Institute for Democracy and Electoral Assistence che analizza i sistemi di finanziamento di 179 paesi del mondo. La ricerca è abbastanza ricca di suggestioni; per esempio nel 55% dei paesi considerati non c’è limite agli importi che si possono donare a un partito o candidati; in ben 40 paesi non ci sono istituzioni preposte alla vigilanza su eventuali irregolarità in queste transazioni. Comunque – ai fini di questo articolo – limitiamoci al finanziamento pubblico che esiste nei due terzi dei paesi, come contributo generico o come rimborsi elettorali o in entrambe le forme.

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Se rimaniamo alla sola Europa le cose cambiano: solo il 13,6% dei paesi non finanzia la politica.

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A questa folta schiera di finanziatori occorre aggiungere il Nord America (tutti), l’estremo oriente (tutti) e molti altri paesi che consideriamo inclusi fra quelli più evoluti (una sintesi in italiano QUI).

Perché in Italia non dovremmo inserirci in questa medesima tradizione democraticissima? Ma è chiaro: i partiti hanno indegnamente approfittato (e alcuni politici chiaramente truffato) a fronte di un dilagare di insipienza e arroganza, incapacità e vigliaccheria, inettitudine e trasformismo, e gli italiani si sono stufati e li vogliono punire. Non c’è nessunissima altra ragione e, qui dichiaro, mi associo anch’io a questa protesta (vedi il punto 2 a inizio articolo). Anch’io protesto e sono veramente esasperato dai modi meschini coi quali si reitera, in questi giorni, il tentativo di fare entrare per il camino (ormai le finestre le hanno già usate tutte) ciò che era stato cacciato dalla porta. La risposta giusta, corretta, funzionale e razionale però non è quella di “punire” emotivamente, ma di trovare una strada che salvi la capra democratica col cavolo di un finanziamento trasparente. E non è che non si possa trovare: finanziamenti certi e non occulti o camuffati da altro (fondazioni, quotidiani…); revisioni dei bilanci certe, obbligatorie, da parte di istituti terzi; sanzioni penali nel caso di dolo accertato… Non si fa più o meno così anche con società quotate in borsa? Perché non si dovrebbe potere coi partiti (e semmai anche coi sindacati…)?

Il problema, in estrema sintesi, è che con la consueta emotività italiana confondiamo cause ed effetti. Il fatto che partiti politici abbiano abusato anche illegalmente del denaro pubblico non dipende dalla presenza di una legge sul finanziamento, ma dal fatto che dei disonesti hanno approfittato di regimi opachi, regole deboli, politiche complici.

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Sì quindi al finanziamento rigorosamente controllato e, per piacere, senza questa fretta imbarazzante, questa mancanza vergognosa di un dibattito in merito (anche se mi rendo conto che oggi l’argomento è improponibile), questa opacità di regole (anche se la presente legge, in alcune parti almeno, è migliore, più democratica e più capace di controlli di tutte le precedenti).

Si dirà: “Ma gli italiani hanno anche votato un referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti! (1993)”. Sì, certo, il popolo si è espresso (più di vent’anni fa) guarda caso a ridosso di Tangentopoli (lo scandalo esplode nel 1992) e sull’onda emotiva di quello scandalo; come emotiva è stata la risposta ai due referendum sul nucleare (1987 e 2011) celebrati a ridosso dei due più immani disastri nucleari civili del pianeta, Chernobyl e Fukushima. E che dire del referendum promosso nel 1991 da Mario Segni per l’abrogazione delle preferenze? Una valanga di “Sì” all’abrogazione, che pareva segnare l’inizio di una nuova epoca democratica, ma la storia successiva la conoscete, e malgrado l’evidente furfanteria che riesce a prosperare grazie alle preferenze (che sopravvivono a livello regionale) assistiamo a tutto un movimento di popolo che reclama a gran voce il loro ritorno come necessaria forma di partecipazione politica popolare, ritenuta altrimenti espropriata.

Insomma, la volontà popolare è condizionata anche dall’emotività, dal momento storico, dalla sua manipolazione.

Riassumo e concludo:

  1. non lasciamoci imbrogliare dal populistico slogan del “potere al popolo”; il populismo è una forma grave di malattia della democrazia, come abbiamo più e più volte tentato di argomentare qui su HR;
  2. qualunque decisione, comunque presa, foss’anche a furor di popolo, non può essere per sempre; il mondo cambia, e pure in fretta…
  3. la democrazia ha bisogno dei partiti; chi pensa che la politica sia marcia, i politici tutti ladri per definizione, e via discorrendo, è uno sciocco; diverso è dire che quel dato politico ha rubato (provandolo) o che quel dato partito ha un conflitto di interesse (argomentandolo); quest’ultima è politica, la prima è populismo;
  4. i partiti (migliori di quelli che abbiamo oggi) e i relativi membri (migliori in gran parte di quelli che abbiamo oggi) devono ricevere un adeguato sostegno pubblico; paghiamo gli ospedali per garantirci la salute (anche se ci sono alcuni medici incapaci) e scuole per educare i nostri figli (anche se ci sono alcuni pessimi insegnanti), perché non dovremmo pagare per la nostra democrazia (garantendo trasparenza e controlli per difenderci dai cattivi politici)?
  5. Infine: oggi, adesso, in questo clima politico, con l’intricata matassa di questioni che affliggono il paese, con le ripetute delusioni che i politici hanno dato a tutti noi, oggi no; oggi la legge sul finanziamento ai partiti, votata in fretta nottetempo come per sottrarsi all’ignominia del giudizio popolare, senza spiegare, senza convincere, in barba al sentire popolare (giusto o sbagliato), dopo un susseguirsi di scandali che neppure Un posto al sole, dopo la vicenda Marino, con i 5 Stelle cha avanzano in tutti i sondaggi senza bisogno di alzare un dito… ecco: no. Capisco i bilanci disastrati dei partiti, le enormi spese alle quali non riescono a fare fronte, capisco pure i loro impiegati cassintegrati e mi spiace veramente ma no: oggi non si può. Ripassate domani.

2 commenti

  • La mia verità? Le classi dirigenti hanno abdicato al loro dovere di essere le guide e gli educatori dei popoli e seguendo(non avendo nessuna visione del mondo e della società) i sondaggi vanno dietro alla ” pancia” della ggggggente.Da qui il diffondersi dei massimalismi populisti che stanno portando l’Italia e l’Europa allo sfascio.Non è la politica ad essere debole e che ci sono solo politicanti di bassa lega(appunto),ignoranti,arruffoni ed arraffoni.Vedremo se questa classe di quarantenni sarà in grado,con il tempo,di indurre una svolta a questa situazione malata!

  • Francesco Vitellini

    credo che la cosa più sensata sarebbe assegnare a un partito un finanziamento fisso annuale da farsi bastare.
    Il problema non è il finanziamento. Il problema sono i modi per far gonfiare i finanziamenti a dismisura.
    Quanti partiti ci sono? 5, per esempio? Ok, avete 10 milioni ciascuno all’anno, e stop.
    L’anno dopo nascono altri due partiti? Nessun problema, ma la quota assegnata aciascuno diminuisce.
    Credo che sarebbe un modo molto buono per controllare anche la fioritura di partiti e le scissioni dovute a capricci che nemmeno all’asilo.

    Stabilire una somma fissa da dividere tra tutti i partiti in uguale misura, indipendentemente da tessere e voti ottenuti.

    Un partito virtuoso risalterebbe come un fiore in un letamaio, a questo punto.

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