L’importante è vincere. Storie di sport malato

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Avrete sentito che il figlio di Giuseppe Abbagnale, Vincenzo, rischia la squalifica per doping perdendo così l’opportunità di andare a Rio, le Olimpiadi, la meta luminosa agognata da qualunque atleta. Al di là di come andrà a finire di queste storie se ne sentono sovente e non possono non far pensare. Alla balla dello “spirito sportivo”, per esempio o – un po’ diverso ma nel lessico sportivo universale – il fair play. Il gioco leale, il rispetto dell’avversario, l’idea stupidissima alla quale nessuno al mondo crede che “l’importante è partecipare”… Non è vero niente. Neppure nello sport amatoriale, le partitelle aziendali, le corse dopolavoristiche e quelle cose lì, figuratevi nello sport di alto livello dove ci si gioca una carriera, una reputazione e un avvenire, dove girano soldi… E non è affatto una miseria dei nostri giorni. Guardate cosa scriveva Orwell (quello di 1984 e La fattoria degli animali) ben 70 anni fa:

I am always amazed when I hear people saying that sport creates goodwill between the nations, and that if only the common peoples of the world could meet one another at football or cricket, they would have no inclination to meet on the battlefield […]. Nearly all the sports practised nowadays are competitive. You play to win, and the game has little meaning unless you do your utmost to win. On the village green, where you pick up sides and no feeling of local patriotism is involved. it is possible to play simply for the fun and exercise: but as soon as the question of prestige arises, as soon as you feel that you and some larger unit will be disgraced if you lose, the most savage combative instincts are aroused. (George Orwell, The Sporting Spirit, “Tribune”, Dicembre 1945).

Ho fatto una piccola ricerca, facile, potete farla anche da soli, per vedere la diffusione del fenomeno del doping, uno dei mezzi più ovvi per imbrogliare nello sport.

Sin dalla fine dell’800 e, più prepotentemente dopo la II Guerra Mondiale, molti atleti hanno abusato di sostanze diverse per ottenere risultati migliori e, non di rado, ne sono morti. La Wikipedia riporta un elenco di centinaia di atleti chiaramente utilizzatori di doping in 27 specialità sportive (la lista della Wiki inglese mi pare assai più ampia). Ma si tratta di una minoranza di atleti certamente dopati, mentre una quantità impressionante di altri non vanno oltre il “sospetto” non provato nei termini necessari per una sanzione:

Pochissimi controlli e il doping è ovunque. La tv tedesca ARD, in collaborazione con il Sunday Times hanno svelato dati sconcertanti sulla diffusione del doping dopo che è riuscita ad entrare in possesso di diversi documenti della IAAF (Federazione internazionale d’atletica). La documentazione si riferisce a 12mila test effettuati su 5mila atleti. Quello che emerge è che almeno 800 atleti, uno su sette testati, presentano valori che secondo gli esperti sono “incredibilmente anormali, facendo pensare con una discreta sicurezza che abbiano assunto doping.” Considerando unicamente le medaglie olimpiche o mondiali tra il 2001 e il 2012, sono ben 146 (delle quali almeno 55 d’oro) le medaglie sporche: vinte cioè da atleti con valori sospetti. (Fonte).

Il fenomeno non riguarda affatto solo i professionisti. La diffusione a livello amatoriale è sconcertante, specie (ma non solo) nel ciclismo:

Il doping nel ciclismo non è soltanto la revoca dei sette Tour de France a Lance Armstrong. E neppure i quasi 70 casi di positività riscontrati dall’Uci (Union Cycliste Internationale) negli ultimi anni. Il doping nel ciclismo dilaga nel mondo amatoriale. Le inchieste fra la gente comune, come quella della Procura di Torino nel 2011 la dice lunga sul vero volto del doping nel ciclismo, cioè di quello dell’impiegato di mezz’età pronto anche a rischiare la vita per andare più forte in gara alla domenica e vantarsi al bar con gli amici. (Stessa fonte precedente).

Il problema sembra comunque essere un mix di complicità, raggiri, connivenze e mancanza della possibilità/capacità di effettuare seri e continui controlli (fonte), e così una macchina mostruosa che coinvolge una quantità enorme di persone e fa girare montagne inimmaginabili di soldi non viene messa in discussione e tutti gli addetti ai lavori chiudono gli occhi.

Pensate che solo in Italia (dati Coni 2014) ci sono 4.500.327 di tesserati (un milione in più rispetto a 10 anni prima) suddivisi in 64.829 Società sportive, seguiti da 1.016.598 di “operatori sportivi”. Ovviamente una minima parte di questi quattro milioni e mezzo sono professionisti, ma l’economia complessiva, anche amatoriale, è davvero notevole. Uno studio Coni del 2012 indicava un giro d’affari di 25 miliardi di Euro: l’1,6% del PIL nazionale (fonte). Se si considera anche l’indotto si arriva a 3 punti di PIL con oltre 50 Miliardi di Euro (fonte).

Ma non si tratta solo di soldi. Il nazionalismo evocato da Orwell nel testo da cui ho tratto la citazione iniziale ha prodotto numerosissime vittime, come ben ricordano i più anziani che vedevano atlete di area sovietica (specie DDR) molto mascoline. Troppo mascoline… Il prestigio nazionale, gli interessi ingenti delle Federazioni e dei loro rappresentanti, si intrecciano alle ambizioni di giovani che, imboccata la strada dello sport, non solo desiderano vedere coronare delle ambizioni ma non avrebbero altre alternative professionali. E quindi devono vincere. Anni di sacrifici di una famiglia per sostenere il piccolo promettente campione, una faticosa attività agonistica in serie minori, in competizioni regionali, eventualmente qualche comparsata a livelli abbastanza elevati, poi – semmai a trenta, trentacinque anni – l’oblio senza gloria, e senza soldi. Con studi probabilmente interrotti, senza competenze e senza collegamenti col mondo del lavoro. Sono decine di migliaia i casi di questo genere e sono state varate anche politiche pubbliche per cercare di sostenere questi casi di fallimento che sono, poi, drammi familiari e costi sociali. L’incubo del fallimento, per molti sportivi, è un incubo che funesta le notti. Per ogni Totti che diventa acclamato divo degli stadi sono in migliaia ad avere perso l’occasione della vita; e allora, semmai, si ricorre all’aiutino, si cerca il preparatore atletico con pochi scrupoli, il medico connivente.

Questo è il doping. Di scommesse illegali e truffaldine (calcioscommesse), di violenza, di diseducazione nei centri giovanili abbiamo trattato già in altri post. Lo sport va visto fuori dalla finta sacralità così ostentata per esempio durante le Olimpiadi; lo sport è spettacolo, è affari, è lavoro, è soldi; lo sport è anche luogo passionale identitario (nazionalistico, o localistico, o clanico, a seconda dei livelli) di carattere esclusivo e aggressivo. Dopodiché lo sport è bellissimo, ci piace praticarlo e vederlo e anche chi vi scrive l’ha praticato e lo guarda. Ma sarebbe necessario privarlo della retorica con la quale viene ancora oggi promosso confondendolo con l’attività fisica. Questa seconda è parte delle pratiche di benessere da intraprendere sin da bambini. La sua trasformazione in attività sportiva ha a che fare col nostro desiderio di socialità ed espressività. E il passaggio all’agonismo col nostro edonismo, la nostra aggressività, la nostra identità. Uno sguardo più disincantato è necessario, assieme a una maggiore protezione dei minori che fanno sport e – come in tutti i campi dell’agire umano – un po’ più di etica.

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