Un sapere enciclopedico

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Penose ragioni di spazio che mi costringono a cedere ampi settori della mia biblioteca mi hanno fatto imbattere, fra l’altro, nelle enciclopedie in mio possesso. Sono quattro:

  • Schermata 2016-02-13 alle 19.19.24Enciclopedia Moderna Italiana, a cura di Edgardo Baldi e Aldo Cerchiari, Sonzogno, 1936; due volumi (comperata a fascicoli mio padre la fece rilegare in quattro, più maneggevoli) per circa 400.000 voci; questa è l’enciclopedia di mio padre ragazzo, una delle poche sue cose rimastemi;
  • Enciclopedia Universo, a cura di Adolfo Boroli e Angelo Conterio, 1962; dodici volumi più un tredicesimo di indici e aggiornamenti (in edizioni successive due volumi ulteriori con dizionario); 15.000 voci; comperata da mio padre quando io ero a cavallo fra elementari e medie;
  • Enciclopedia Einaudi, 15 volumi usciti fra il 1977 e il 1982, con meno di 600 voci; come potevo non averla? Un classico per una certa generazione;
  • Enciclopedia di Repubblica, edita dall’omonimo quotidiano, 2003; 20 volumi in collaborazione con Utet, 80.000 voci.

Ho provato una stretta al cuore, e scusate se indulgo nella memoria. Per esempio quell’Enciclopedia Moderna che in 2-4 volumi riesce a includere la bellezza di 400.000 lemmi (tutti di poche righe, caratteri piccolissimi, rare illustrazioni) è un prodigio di enciclopedismo col quale compilavo le mie ricerchine elementari trovandovi, sia pur sommariamente, tutto. E Universo, che nostalgia! L’enciclopedismo del boom economico, credo una delle prime grandi opere a dispense settimanali, carta patinata, illustrazioni a colori per una modesta quantità di lemmi, quelli necessari in quegli anni un po’ svagati dell’inatteso lusso per le nascenti classi medie, che si permettevano anche l’enciclopedia per i figli, leggetela che è istruttiva! Quella di Einaudi è un caso a parte, rovinò un grande editore e aveva ambizioni diverse scimmiottando, almeno nello spirito, gli enciclopedisti settecenteschi. Infine quella di Repubblica, uno degli ultimi tentativi di razionalizzare il sapere universale in una serie di volumi di facile accesso popolare. Osservate l’anno, 2003; il WWW era nato da pochissimi anni, gli utenti ancora pochi e le risorse in rete caotiche. Il sapere in uno scaffale, il sapere racchiuso in una serie di volumi, pareva ancora un’idea efficace.

Poi Internet, le banche dati, i milioni e milioni di pagine, e – restando in tema enciclopedico – la Wikipedia, con il suo milione e 253.000 voci anarchiche, in parte controllate, in parte no. Qual è la differenza? Che le mie quattro enciclopedie, mai compulsate da almeno una quindicina d’anni a questa parte, hanno responsabili, comitati di redazione, verifiche e controlli; sulla Wikipedia c’è una pletora di redattori anonimi spesso in guerra per correggersi vicendevolmente e, più in generale sulla Rete, c’è una quantità di immondizia dove, letteralmente, si può trovare tutto, il contrario di tutto, ogni possibile variante, ogni commento, ogni idiozia.

Le riflessioni sono due: l’idea di un sapere enciclopedico e il problema delle fonti.

Encyclopedie_de_D'Alembert_et_Diderot_-_Premiere_Page_-_ENC_1-NA5L’idea di un sapere enciclopedico ha il sapore cartesiano di un positivismo ingenuo che ha accompagnato la cultura scientifica fino, più o meno, alla metà dello scorso secolo. Era l’idea di un sapere finito e, in quanto tale, completamente conoscibile; ciò che non si conosceva si sarebbe conosciuto con strumenti tecnici a venire, con osservazioni migliori che sicuramente, prima o poi, sarebbero venute. Il compendio enciclopedico ha rappresentato, per quasi tre secoli, il monumento a questa ambizione (il dominio concettuale dell’uomo sulla natura) nell’ambito di quella prospettiva (la finitezza di quella natura, e quindi la sua intera conoscibilità). Oggi non siamo più in questo clima e, sin dalla formulazione delle teorie quantistiche, nessuna scienza, neppure quelle hard, sono al riparo dalla vastità del conoscibile rispetto alla limitatezza del conosciuto.

La nostra conoscenza cresce, e cresce davvero. Ci permette di fare cose nuove che prima non immaginavamo nemmeno. Ma nel crescere ci apre nuove domande. (Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, 2014, p. 29).

Per il resto vi rimando al bel post di Ottonieri su questi temi.

E quindi il problema delle fonti: che non è solo la capacità di distinguere ciò che è “vero” da ciò che è “bufala” su Internet, che non è problema da poco. Ma capire ciò che ti serve da ciò che è solo apparentemente interessante; ciò che è valido da ciò che è solo plausibile; ciò è verificato – e da chi – da ciò che è solo asserito. Il problema delle fonti oggi è complicato da fattori deteriori prodotti dalla società della comunicazione globalizzata:

  • la ridondanza; per qualunque tema si trovano con pochi clic milioni di (potenziali) pagine;
  • il tempo; tutto si consuma in fretta. Sarà pur vero che la Rete non dimentica ma accidenti con che velocità trita tutto, per quanto rilevante, per quanto drammatico;
  • la specializzazione; questo punto è complesso. L’evoluzione scientifica progredisce velocemente verso le specializzazioni sempre più circoscritte rispetto alle quali una cultura generalista (come quella delle persone colte fino a non moltissime decine di anni fa) stenta sempre più a misurarsi. La conseguenza è che per una persona anche di media cultura diventa sempre più difficile sapere dove reperire le fonti, comprenderle e valutarle.

Schermata 2016-02-14 alle 17.37.44Queste difficoltà, peraltro, non sono solo dei cittadini curiosi che desiderano informarsi; i giornalisti hanno spessissimo gli stessi problemi e li vediamo a volte cavalcare temi complicati attraverso le semplificazioni proposte da fonti interessate a promuovere se stesse, una tesi, un’ideologia, senza avere l’accortezza o la capacità di fare un controllo delle fonti (un paio di esempi clamorosi nell’interpretazione dei dati sui suicidi per ragioni economiche e sui femminicidi, temi spinosissimi dove poche fonti discutibili monopolizzano l’attenzione pubblica, sostenuti appunto da un giornalismo poco attento, con allarmismi sensazionalistici assolutamente non giustificabili, come abbiamo abbondantemente mostrato su HR).

E così, mentre sgombero altri scaffali di quella che è ormai la mia ex biblioteca, guardo con affetto quei volumoni che nessuno vuole. Ho cercato in giro: l’enciclopedia Universo viene venduta, tutta intera, a 20-50 Euro. L’Enciclopedia Moderna del ’36, una vera chicca per bibliofili, a pochi Euro di più. Il sapere stipato sapientemente in centinaia di pagine decenni fa ha un valore poco superiore alla carta da macero. Chi vuole intasare i pochi spazi della nostra vita quotidiana di questi ingombranti volumi? Le nostre curiosità sono ormai soddisfatte dal Web, altro che enciclopedie! Sul Web impariamo, con pochi clic, tutto quel che ci serve sulle scie chimiche, la quiche lorraine o la divinità aborigena Jar’Edo Wens. Come dite? Non esiste nessuna divinità di tal genere? Ma era scritta sulla Wikipedia! Una bufala?? Non c’è proprio più religione!

(In copertina: Una cena di filosofi di Jean Huber. Al tavolo alcuni enciclopedisti fra i quali Voltaire e Diderot)

One comment

  • Mi sembra che il tema sia collegato a questo post

    https://ilsaltodirodi.com/2016/03/09/non-omologatevi/

    Mi spiego: se la verità è dentro di noi, se milioni di utenti internet non possono sbagliarsi, allora ha senso fare come fanno tutti, ovvero cercare conferme su internet. Che poi, a rigor di logica dovrebbe essere “cercare conferme su siti di istituzioni, università, giornali e altro, raggiungibili tramite internet” .
    Poiché tutto è ultra-veloce l’espressione diventa “cercare conferme su internet” e poco importa se una bufala qualsiasi ottiene la stessa visibilità di una ricerca scientifica. È un po’ come essere al bar, si sente di più chi parla più forte, ma se tutti parlano “più forte” allora mi ritaglio il mio angolino di quiete. D’altra parte se gli avventori sono cinque si può anche tentare di parlare con tutti e sentire le ragioni di tutti, ma se sono cinquecento la cosa non è solo più difficile, è semplicemente impossibile.

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