A cosa serve veramente un referendum per abolire il bosone di Higgs

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Si vota per le trivelle. Molto fiaccamente. Qualche blogger e qualche associazione ambientalista spiegano i motivi del “sì” e del “no” ma la politica, in maniera molto defilata, spiega al massimo perché il voto, il non voto, il successo di una tesi o dell’altra possono indebolire o rafforzare Renzi, argomenti certamente importanti ma che dovrebbero essere assolutamente non pertinenti (si veda il commento di Ugo Magri, non unico). Partiamo da qui per favore, perché è fondamentale ma mi pare non pienamente compreso da tutti: un referendum chiede l’opinione popolare su un elemento ritenuto cruciale, vitale, straordinariamente importante per la vita dei cittadini, per lo sviluppo del Paese, per l’interesse collettivo… Relativamente alle trivelle il dibattito deve vertere essenzialmente sull’approvvigionamento energetico a fronte dei problemi ambientali: ci servono quegli idrocarburi? Rinunciando ad essi dobbiamo forse procurarceli in altro modo? Con quali costi? Continuando con le trivelle è vero che inquiniamo? Sono disponibili dati? Importando invece gas e petrolio con pipeline e navi cisterna l’inquinamento complessivo verrebbe ridotto? Su cosa, esattamente, verte il quesito referendario? Le trivelle – non toccate dal referendum – collocate 100 metri oltre l’attuale divieto sono immuni dal rischio inquinamento? Il fatto di essere 100 metri più in là ci toglie ogni pensiero? E così via. Ecco: su questi temi, come ho già detto, ho trovato ragionamenti pro e contro di blogger, qualche articolo divulgativo, ma poca o niente politica. E anche gli articoli apparentemente tecnici, ovviamente, spingono in una direzione o nell’altra, citando o non citando quei dati, proponendo quelle argomentazioni (e non altre) favorevoli alla tesi dell’articolista. È normale che sia così. E quindi il cittadino che si vuole informare può certamente partire da questi articoli (al plurale, non certo uno solo) per compilare una sorta di sommario dei temi concreti in discussione, per poi andarsi a cercare dati certi, terzi, e farsi una propria opinione.

La maggior parte degli italiani, invece, avrà sulle trivelle un’opinione emotiva. E voterà o non voterà in conseguenza. D’altronde, mi viene da chiedere, perché dovrei passare 2-3 giorni su Internet per cercare una messe di dati molto tecnici, che capirei solo in parte, per cercare di farmi un’idea su questioni di cui non mi sono mai occupato? Per decidere poi che cosa? Se ad alcune decine di trivelle entro le 12 miglia dalle coste non verranno rinnovate le ultime concessioni (concessioni che scadranno fra alcuni anni), mentre tutte quelle oltre le 12 miglia continueranno ad operare. Siamo sicuri che sia un problema cruciale, relativo agli interessi fondamentali dei cittadini, tale per cui dobbiamo mobilitarci e andare a votare (sia chiaro: dopo avere passato due o tre giorni su Internet per informarci…). Se sì, allora bene: andiamo e votiamo secondo quanto le nostre informazioni, alla luce della nostra comprensione, cultura e sensibilità ci suggeriranno. Io mi regolerò come mi pare, voi farete altrettanto e non intendo discuterne. L’oggetto di questo post non sono le trivelle, ma l’istituto referendario.

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Primo elemento di dubbio sull’istituto referendario: bisogna sapere cosa si va a decidere; bisogna capire. Ci sono però temi referendari assai differenti: quando si votò per divorzio (1974) o per l’interruzione volontaria della gravidanza (1981) il dibattito fu certamente infuocato sotto il profilo ideologico ma si trattava di diritti individuali molto ben compresi da molti milioni di cittadini e – nel secondo esempio – di donne. L’ideologizzazione immediata di quei quesiti referendari è stata una specie di ovvia conseguenza di scelte etiche profondamente radicate in molti italiani, quelli favorevoli e quelli contrari. Ma i temi proposti affondavano le radici nella vita quotidiana di ciascuno e si poteva supporre ci fosse una diffusa conoscenza empirica, di coppie distrutte, di figli indesiderati, propri o di amici e conoscenti. Molti cattolici votarono contro l’abrogazione di quelle leggi proprio perché compenetrati dai problemi reali al di là dell’ideologia di appartenenza. Una sorte diversissima ai due referendum contro il nucleare (che propongo come esempio opposto). Il primo, del 1987, raggiunse il quorum e stravinsero i “Sì” (all’abrogazione della possibilità per il CIPE di decidere la localizzazione di centrali nucleari) con l’81% di voti; il referendum si svolse poco più di un anno dopo il drammatico disastro di Černobyl’ e mesi di ansie collettive se la nube radioattiva sarebbe arrivata in Italia, se le verdure (ipoteticamente) nuclearizzate fossero commestibili, se i nuovi nati avrebbero subito conseguenze… Ovvio che gli italiani si precipitarono alle urne per dire giammai! Il secondo referendum – con quesito differente – si tenne nel 2011, raggiunse il quorum e ri-stravinsero i “Sì” col 94% dei voti; ma la sorte volle che anche questo referendum si svolgesse pochi mesi dopo il disastro di Fukushima, che rispetto al precedente godette di un’amplissima copertura mediatica. Bisognava essere proprio scemi per dire “No” all’abrogazione (e quindi “Sì” al nucleare)! Oppure molto bene informati. Capire bene di approvvigionamento energetico, di sicurezza nelle centrali, di smaltimento delle scorie e di decine di questioni tecniche difficilissime per le quali neppure 2-3 giorni su Internet basterebbero. Ma poi serve un po’ di intelligenza delle cose: noi comperiamo energia elettrica prodotta col nucleare dalla Francia (fonte) che ha molte centrali vicinissime al nostro confine (fonte); poi ci sono centrali in Belgio, Ungheria, Romania, Spagna e altri dieci Paesi europei, e non potete ragionevolmente credere che un disastro stile Fukushima a Cruas (Francia) o a Gundremmingen (Germania) o a Sibiu (Romania) non avrebbe conseguenze spiacevoli anche da noi.

Secondo elemento di dubbio sull’istituto referendario, che consegue dal precedente: stabilita la difficoltà a comprendere questioni tecniche complesse e l’inopportunità di sostituire l’emotività alla ragione, perché diavolo continuiamo a proporre referendum? Per quali ragioni si decide, per esempio, di far votare il popolo sulle trivelle e non per l’abolizione dei privilegi dei politici, per la salvaguardia del lupo abruzzese o per l’immediata chiusura di Porta a Porta? Il referendum anti trivelle, per esempio, fu proposto da Civati ma i cittadini non corsero a firmare; sono servite 10 Regioni per dare l’avvio a questo referendum, regioni del Nord e del Sud, di destra e di sinistra e, onestamente, questa trasversalità dovrebbe far pensare un pochino. Il fatto è che il ricorso al giudizio popolare su questioni complicate ha un sapore molto populista. L’idea che il popolo possa e anzi debba essere giudice ultimo, sull’onda di una presunta democrazia partecipativa non mi convince per ragioni che ho spiegato QUI e anche QUI, e quindi vado avanti.

Terzo elemento di dubbio sull’istituto referendario: ma la politica cosa ci sta a fare? Proprio in virtù delle argomentazioni precedenti, non dovrebbe essere il Parlamento, con le sue Commissioni dedicate allo studio approfondito delle questioni più complicate, a decidere? Dubbioso della possibilità di una democrazia diretta, e convinto della bontà di una (corretta ed efficiente) democrazia rappresentativa, io voglio che il Parlamento decida. Anche sulle trivelle (sulle quali, peraltro, ha preso precise decisioni). Ai cittadini quelle decisioni non piacciono? Votino partiti che si impegnano – qualora al governo – a cambiare quelle leggi. Non dovrebbe funzionare così? L’istituto referendario non dovrebbe rimanere una sorta di ultima ratio di gruppi di opinione che non trovano altro modo per far discutere l’opinione pubblica (come fu nei già citati casi di divorzio e interruzione della gravidanza)? Ma su questioni etiche, su grandi orizzonti valoriali, non già sul nucleare, le trivelle o sull’airgun. Si può obiettare che la classe dirigente è puzzona, fraudolenta, incapace, ladra e bugiarda e che senza controllo dal basso porterebbe a disastri inimmaginabili nell’esclusivo interesse della casta e degli amici petrolieri, cementificatori, armaioli e pochi altri. A questa obiezione rispondo che io sono favorevolissimo a un costante controllo dal basso, alla partecipazione collettiva alle idee e alla loro costruzione, alla corretta informazione e al lavoro di lobby; ci sono associazioni, comitati, circoli e gruppi su pressoché tutto, e per esempio sui temi ambientali sono molte, forti, con agganci politici importanti e capaci di sensibilizzare l’opinione pubblica: lo facciano. Ma la strada del referendum mi pare veramente sbagliata. Il problema vero, a mio modesto avviso, è che la vera partecipazione dei cittadini alla gestione politica, alla sua ideazione e specialmente al suo controllo, costa molta ma molta ma veramente molta più fatica di qualche clic su Change.org o sull’andare a votare contro quelle sozze trivelle una bella domenica di Primavera (speriamo ci sia il sole!) mentre si va fuori porta a fare un bel picnic (in automobile, ovviamente!).

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Postilla fondamentale sul prossimo referendum costituzionale, che sarà confermativo e non abrogativo, che si terrà a fine anno e che porta in dote la sorte del governo Renzi. Si tratta di un referendum squisitamente politico, ha a che fare con l’idea di Stato che i cittadini hanno e tutti i partiti potranno esprimersi pro o contro; questo sarà certamente un appuntamento importante, di svolta democratica (qualunque sia l’esito) e certamente HR tornerà sull’argomento.

3 commenti

  • tra qui e fine anno ci sono in mezzo 8 mesi.Potrebbero essere giusto i mesi necessari per un non ritorno sulla strada del disastro ambientale. E mentre c’e’ qualcuno che se ne va fuori porta sperando che ci sia il sole, in macchina naturalmente, il 17 p.v., io andro’ a votare sia perche’ ho un parere adulto sul quesito referendario che mi spinge a votare SI, sia perche voglio far capire a chi ci governa (e anche a chi ci ha governato) che sono stufo di decisioni suicide prese in campo ambientale, nella migliore delle ipotesi, per ignoranza, e per cercare di contribuire almeno a mantenere nello status quo, se non a migliorare, la salute di questa nostra madre comune che e’ la terra per poterla lasciare ancora sicura in dote ai nostri figli e nipoti ( anche ai figli e nipoti di quelli che il 17 hanno scelto di andarsene fuori porta !) fulco pignatti morano

  • “ci sono centrali in Belgio, Ungheria, Romania, Spagna e altri dieci Paesi europei, e non potete ragionevolmente credere che un disastro stile Fukushima a Cruas (Francia) o a Gundremmingen (Germania) o a Sibiu (Romania) non avrebbe conseguenze spiacevoli anche da noi.”

    E’ vero, ma (a parte quella in Romania) sono ragionevolmente sicuro che quelle centrali siano state costruite con cemento buono e non con la sabbia, e spero che le misure di sicurezza siano serie e rigorose e non affidate a ditte che hanno vinto l’appalto grazie a ribassi irrealistici. Per contro sono sicuro che se fossero state costruite in Italia le centrali le avremmo pagate 3 volte quello che hanno pagato i francesi o i tedeschi (vedi alta velocità) e quindi alla fine della questione, spendiamo di meno e siamo più sicuri comprando l’energia dai tedeschi o dai francesi. E questo non perchè in Italia tecnicamente siamo incapaci, anzi, ma perchè la corruzione regna sovrana. Questo, purtroppo, non è un paese normale. Quindi, per tornare al referendum, ben venga la possibilità per il popolo di esprimere il proprio sano buon senso.

  • Riguardo al referendum sulle trivellazioni, penso che i rinnovi possano essere dati, ma anche no, che dipenderà dalla situazione alla scadenza, fra diversi anni, delle attuali concessioni, non vedo che senso ci sia a dare concessioni perpetue (fino a che ci sarà gas o petrolio) per attività che possono procurare problemi ambientali (inquinamento, subsidenza). Quell’emendamento è un chiaro favore alle potenti lobby del petrolio, che ostacolano in ogni modo la conversione dei consumi energetici verso le rinnovabili, che veniva data per impossibile, mentre oggi sappiamo che lo è. Questo è l’unico punto “tecnico” su cui approfondire e discutere, il resto sono chiacchiere da bar, basate per lo più su dati inesistenti e/o truccati (come quelli sul nucleare).
    Val la pena di perdere qualche giorno in internet per approfondire questo aspetto: siamo segnati a fare la fine dell’isola di Pasqua o possiamo sopravvivere cambiando le strategie di gestione dell’energia?
    Un tema importante per ciascuno che forma un grande puzzle di azioni e programmi politici, di cui il referendum sulle trivelle è solo un pezzetto, nemmeno tanto importante, certamente, ma utile a lanciare segnali e a richiamare l’attenzione sulle strategie: il nostro governo in alcune sedi fa dichiarazioni importanti verso il cambiamento, spesso però nella pratica quotidiana si allinea alle esigenze delle lobby. O no?

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