I partiti senza programmi per elettori senza idee

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Una volta erano importanti. Se ne discuteva, erano l’oggetto delle litigate TV. Quella in bianco e nero. Poi siamo diventati moderni, ci diciamo che le ideologie e le vecchie appartenenze sono morte, ed è vero, ma ci si accapiglia fra sostenitori di leader (non più di partiti) per le dichiarazioni estemporanee che urlano nei talk show ma pochissimo per i programmi politici che i leader e i loro partiti propongono. ‘Programmi politici’, capite? Ve li ricordate? Quelle cose noiosissime per cui il Partito Tale dice che se potrà governare farà il ponte nel Canale di Sicilia e poi deve farlo se no gli elettori si arrabbiano; e il Partito Talaltro annuncia con vigore che se potrà governare lui, invece, pretenderà che la Francia ci restituisca Nizza, e poi ci si aspetta che lo faccia. E i conseguenti confronti elettorali vertono su queste cose e per esempio gli oppositori del Partito Tale incalzano chiedendo dove si troveranno i soldi e il leader di quel partito dovrà convincere che anche senza ulteriori tasse il Ponte si potrà fare dando finalmente facile accesso alla Madre Patria agli abitanti di Pantelleria… La politica, ci hanno disabituati a questo concetto, è

La scienza e l’arte di governare, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica; (fonte: Vocabolario Treccani; si veda la medesima fonte per una definizione più ampia e argomentata).

Se questa è la politica allora i politici dovrebbero parlare di sviluppo economico, di inclusione sociale, di politica estera, di approvvigionamento di risorse energetiche, di articolazione amministrativa, di giustizia, diritti civili… e conseguentemente i bravi cittadini, per farsi un’idea chiara e decidere a chi dare il voto dovrebbero poter accedere ai programmi, leggerli, compararli. Così non è più. Pochi partiti offrono una divulgazione del proprio programma politico, facilmente accessibile e chiaro nell’esposizione e – non ho le prove ma potrei scommetterci – pochi cittadini sono disponibili a farne lettura.

Andare a cercare i programmi dei partiti è faticoso malgrado Internet. Non basta digitare “programma politico Tale” su Google, e quindi i risultati che seguono potrebbero essere incompleti per mia imperizia:

Innanzitutto si notano alcuni elementi interessanti: a parte il M5S che ha un programma erga omnes fisso, immobile ed estremamente generico, gli altri partiti hanno spesso programmi preparati specificatamente per le elezioni (italiane o europee); certo è giusto adattare al momento storico specifico ma a me un pochino colpisce che non ci sia una sorta di mappa dei valori fondamentali, delle finalità e dei macro-obiettivi sempre validi, quelli che danno identità a un partito di sinistra anziché di destra, tanto per capirci. Ma tant’è. Poi colpisce che alcune formazioni proprio non abbiano un documento on line di natura programmatoria ad uso dei potenziali elettori; impossibile trovare qualcosa che assomigli a un programma sul sito NCD, per esempio; idem per la Lega Nord. Ma, ripeto, forse voi sarete più bravi di me e non è questo il punto essenziale.

Il punto essenziale è la vaghezza dei programmi, fatti essenzialmente di slogan, idee molto generiche, proposte prive di identità che possono andare più o meno bene a tutti. Non è sempre così, ovviamente, ma in buona parte sì e ve lo dimostro con una piccola carrellata di proposte (scelte un po’ a caso):

  1. dev’essere garantito un sistema sanitario nazionale pubblico e universalistico, sostenuto dalla fiscalità generale. Noi difendiamo questo principio e contrastiamo i tagli alla spesa sanitaria. Proponiamo una riduzione e rimodulazione dei tickets secondo criteri di maggiore equità basati sul reddito e sulla gravità della malattia (SEL);

  2. sviluppo sostenibile per noi vuol dire valorizzare la carta più importante che possiamo giocare nella globalizzazione, quella del saper fare italiano […]. Una politica industriale “integralmente ecologica” è la prima e più rilevante di queste scelte […]. Bisogna inoltre dare più forza e prospettiva alle nostre piccole e medie imprese aiutandole a collegarsi fra loro, a capitalizzarsi, ad accedere alla ricerca e alla internazionalizzazione (PD);

  3. sostituzione dell’attuale sistema di sussidi alle imprese con contestuale ed equivalente riduzione delle tasse sul lavoro e sulla produzione (Popolo della libertà);

  4. pieno utilizzo dei fondi comunitari. Nella programmazione 2007-2013 siamo ad oggi a meno del 30% di utilizzo delle risorse disponibili (37,9 miliardi), con addirittura 27 miliardi ancora da spendere. Il rischio è di perdere queste risorse e doverle restituire all’UE, o di utilizzarle, come fatto spesso in passato, grazie a una corsa contro il tempo a discapito della qualità delle iniziative realizzate. Si deve abbattere la farraginosità delle procedure attuative promuovendo azioni di sistema su grandi aree geografiche, introdurre sistemi automatici di sussidiarietà dello Stato centrale per le Regioni in ritardo con l’utilizzo dei fondi di propria pertinenza. Obiettivo zero sprechi. (Fratelli d’Italia).

Smetto. Divertitevi voi. Ma una cosa deve essere chiara: non ho scelto frasi vaghe e non argomentate per sostenere la mia tesi, sono proprio in gran parte così: tutte più o meno buone, tutte senza spiegare dove si prendono i soldi per metterle in pratica, o senza spiegare come realizzarne l’architettura amministrativa eccetera. In questa fumisteria retorica finiscono errori di varia natura (tanto nessuno se ne accorge, chi legge ‘sta roba?); per esempio il programma dei Fratelli d’Italia è privo di riferimenti alla sanità pubblica; l’elezione diretta del Presidente della Repubblica voluta dal Popolo della Libertà non è motivata e necessita di una riforma costituzionale non dichiarata; i diritti proposti dal PD (nel programma da me trovato e sopra linkato) riguarda solo la violenza sulle donne (perché nei diritti e non in giustizia?) e la cittadinanza ai figli di migranti, un po’ pochino anche alla luce di quel che si è discusso realmente nella legislatura (unioni civili); eccetera.

Schermata 2016-03-31 alle 13.56.15Se poi la proposta in oggetto non è vaga – come nel caso della proposta presidenzialista del Popolo delle Libertà – non se ne capisce la ragione. Che programma è uno che elenca per punti “Elezione diretta del Presidente della Repubblica”, “Rafforzamento dei poteri del Governo” e via discorrendo (figura qui a fianco) senza spiegare perché, in quale modo e forma, con quali ipotetici vantaggi? Insomma, a me pare che questi “programmi” siano poco più di esercizi retorici ma – questa è la domanda fondamentale – ci sono alternative? Il primo Governo Prodi arrivò al potere nel 1996 con l’Ulivo più una coalizione-brancaleone di cui è quasi preferibile non parlare; altri tempi, un profilo intellettuale alto, il desiderio di un’ampia partecipazione di idee, produssero un programma politico mastodontico costituito da 88 tesi che sviluppano 178 fitte pagine dattiloscritte (che potete scaricare QUI) che, ovviamente, non lesse nessuno tranne gli addetti ai lavori.

La verità è che essere post-ideologici ormai significa qualcosa di diverso dal tentativo di superare le gabbie e le pastoie di idee pesanti e superate del secolo scorso; significa semplicemente che il necessario pensiero sulle cose, quella “scienza e arte di governare” che costituisce l’anima della politica, appaiono esercizi intellettualistici, fatiche sprecate, condizioni inessenziali. Votiamo SEL (per esempio) perché siamo di sinistra, oppure Renzi (non il PD, ma Renzi) perché è l’unico che sta cercando di cambiare le cose, votiamo Berlusconi perché coi comunisti mai, Lega perché basta con gli immigrati e Fratelli d’Italia perché dobbiamo riportare a casa i marò. Non dico che tutti siamo così, certamente pochi nostri lettori lo sono, ma una buona parte di elettori hanno sostituito, ai cliché ideologici del secolo scorso, quelli populisti della nostra stanca contemporaneità. Pensare stanca. Leggere non si ha tempo. Andare su Internet è tempo perso. Così adattiamo le informazioni frammentarie e distorte che ci arrivano da televisione e social ai pre-giudizi e pre-saperi che già popolano la nostra mente; ci affidiamo alle appartenenze identitarie (quelli di sinistra sempre stati di sinistra; quelli di destra che prima di tutto l’Italia e noi italiani; quelli ultracattolici che io difendo la famiglia…) che ci proteggono a basso prezzo; apprezziamo gli show dei politici (le loro urla, la loro capacità retorica e la battutaccia fatta al momento giusto) e quindi i politici come show, non più come rappresentanti di idee che devo trovare convincenti e utili per me, la mia comunità, il mio Paese.

Affondiamo in una mare appiccicoso dove l’ignoranza si mescola al difficile riconoscimento della corretta informazione, dove l’adesione empatica e umorale a un bravo venditore di sentimenti estremi si confonde coll’avere un’opinione, questa con l’indignazione e tutte con il giudizio dirimente. E la chiamiamo “democrazia”. E quindi si vota un candidato perché simpatico, perché “parla bene”, perché lo sentiamo dei nostri. Dobbiamo resistere a questa deriva: capire quali proposte quel candidato (e il suo partito) intenda promuovere; comprendere quale sia la sua storia, perché è arrivato a quel partito, quale traiettoria abbia eventualmente compiuta. Difficile, faticoso, ma necessario. E continuare poi, una volta eletti quegli individui, a vedere cosa realmente facciano, chiedere che ne rendano conto e semmai non votarli più se non si mostrano meritevoli, anche se appartengono “al nostro partito”. Ed è questa che possiamo finalmente chiamare Democrazia, se l’abbiamo riempita di consapevolezza.

(In copertina: Tribuna elettorale 1960: Massimo Caprara, Palmiro Togliatti e Gianni Granzotto)

3 commenti

  • Claudio Antonelli

    Val la pena anche spendere qualche (mala)parola anche sul particolare linguaggio dei nostri politici…

    Un circo felliniano
    Il vocabolario politico italiano è pieno di termini da circo felliniano.
    Il progetto di legge sulle unioni gay ha introdotto il termine “canguro”, piu’ intonato ad una “Kangaroo court” che a un parlamento.
    Il campo della riforma elettorale è costellato di conati legislativi, come il Mattarellum (1993), dal nome del suo relatore: Sergio Mattarella. Che dire del “Porcellum” (2005), marchingegno elettorale ideato da Roberto Calderoli, dal nome evocante il Satyricon, i banchetti di Trimalcione e i lupanari della Suburra?
    Nel 2007 tento’ di venire alla luce, senza successo, il “Vassallum” (Salvatore Vassallo).
    Il “patto del Nazareno” sembrerebbe parlare di Vangelo e di mercanti del tempio. Deve invece il suo nome al Largo del Nazareno, dove avvenne l’incontro tra Renzi e Berlusconi, i due mercanti del tempio.
    La “Leopolda” non è il nome di una casa di tolleranza, ma è l’ex stazione ferroviaria di Firenze, dove Matteo Renzi raduna periodicamente la sua corte.
    Nel 2014 l'”Italicum” sembro’ restituire una certa dignità al linguaggio dei politici. Ma fu solo un’illusione da nostalgici della grandezza di Roma. Il giudizio dei giuristi fu categorico: “Italicum peggio del Porcellum!”
    Subito dopo si cerco’ di procreare il “Democratellum”, un sistema di preferenze che, nato morto come tutti gli altri, ando’ ad ingrossare la pila degli aborti legislativi elettorali.
    Cosa volete, le porcate sono all’ordine del giorno nella politica italiana e nel suo vocabolario. Quello dei politici è un gergo da addetti ai lavori che si fanno sberleffi e versacci, e si giocano tiri mancini.
    Questo gergo, proprio perché popolaresco e volgare, puo’ dare l’illusione della democrazia, una democrazia pero’ non tanto “diretta” alla maniera svizzera, quanto di “retto”…
    Grazie a questi termini da suburra il popolino ha l’illusione di essere vicino alla stanza dei bottoni. Peccato che un tal linguaggio, pieno di latinismi anzi di “latrinismi”, lo avvicini solo a dei bottoni… di braghetta.
    Non ci si dovrebbe poi stupire se il palcoscenico della politica italiana è stato occupato, e lo è ancora, da umoristi, comici, attori, intrattenitori, impresari TV, in una parola da guitti con piu’ o meno talento. Alcuni provengono direttamente dal mondo dello spettacolo: Berlusconi e Grillo, Altri, meriterebbero di entrarvi, professionalmente. Nella Lega l’umorismo è del tipo pesante, da osteria. Vedi Salvini.
    I talk show sono il nuovo avanspettacolo italiano, con tutta una serie di “attori” in primo piano, tra cui spicca Sgarbi, che pur nutrendosi d’arte, e pur essendo un appassionato di sale museali, silenziose e tranquille, si scatena come una prostituta di strada o nei casi migliori come la tenutaria di una casa di tolleranza.
    Poi vi sono i veri professionisti della risata, vedi Crozza. Il quale fa politica, ossia prende a bersaglio i politici, non solo, ma da buon italiano fa del moralismo spesso di parte, perché anche lui dopotutto è politicizzato. E non poterebbe essere diversamente. Tutti gli italiani lo sono: quelli che fanno ridere e quelli che non dovrebbero far ridere ma che comunque fanno ridere.
    La comicità all’italiana è un umorismo di grana grossa che ha nel “vaff…” la sua irresistibile battuta. E che ha bisogno inoltre, per far ridere, di balbettii, frasi ripetute, insistenze da mercanti in fiera o da contadini arrivati in città. E soprattutto di insulti. La voce deve essere sempre alta. Meglio se urlata. Del resto tutti urlano in Italia. Persino i presentatori TV hanno una voce da imbonitori da fiera.

  • Mi sembra che le tesi dell’articolo sia la seguente: una volta, al tempo delle ideologie, i politici presentavano e discutevano programmi, mentre nell’oggi post ideologico, i programmi, che dovrebbero essere l’elemento su cui il cittadino fonda la sua scelta politica, vengono negletti; eppure, se c’è una cosa su cui questo validissimo post insiste molto è che il mondo ed i suoi problemi sono sempre più complessi, e che le soluzioni sono altrettanto difficili e complesse; come è possibile giudicare il programma economico di un partito se non si è economisti? come si possono giudicare scelte governative di politica estera senza avere la competenza di un inviato speciale o di un diplomatico? forse sarebbe possibile se la scuola (ma occorrerebbe prima formare i docenti) ed i mezzi di comunicazione (ma occorrerebbe trovare formule che suscitassero interesse negli utenti) si impegnassero a creare cittadini più informati…

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