Referendum: la scelta logica

Abbiamo già visto in un articolo precedente quali criteri è bene non prendere in considerazione per valutare le propria posizione sul referendum costituzionale.

In questo articolo si affronta il compito di offrire alcuni strumenti per valutare i pro e i contro della propria scelta, che non sono ovviamente quelli propagandati dai comitati per il e quelli per il no.

Due premesse sono fondamentali per dare un giudizio sensato. La prima, che sembra inutile, è ricordare cosa sia una Stato (fonte Wikipedia):

“Lo Stato è un’entità giuridica temporanea che governa ed esercita il potere sovrano su un determinato territorio e sui soggetti a esso appartenenti.”

“La sovranità è l’espressione della somma dei poteri di governo (legislativo, esecutivo e giudiziario), riconosciuta ad un soggetto di diritto pubblico internazionale che può essere una persona od un organo collegiale. La modalità in cui questa somma di poteri è organizzata e ripartita è detta forma di governo.”

Uno Stato quindi esiste se può esercitare la sovranità, a sua volta espressione (nei paesi democratici) dei poteri legislativo (il Parlamento), esecutivo (il Governo), e giudiziario (la Magistratura).

Quale sia invece la forma di governo che uno stato sovrano adotta è definito, per i paesi occidentali, dalla Costituzione (sempre Wikipedia):

“La costituzione è l’atto normativo fondamentale che definisce la natura, la forma, la struttura, l’attività e le regole fondamentali di un’organizzazione.

Il termine spesso indica la legge fondamentale di uno Stato, ovvero il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto.”

Una riforma costituzionale, quindi, modifica le modalità con le quali uno Stato funziona e gli equilibri tra i suoi tre poteri fondamentali. Registrate questo nel diario di bordo, perché servirà più tardi.

Premetto, perché è buona abitudine nell’argomentare esporre in sintesi quanto si vuole dire, che la riforma contiene molte ottime cose, di cui abbiamo urgente e necessario bisogno, e una pessima cosa. Andiamo a vedere le prime, prendendole dal comitato per il sì: non tutte quelle che elenca, e non integralmente, perché alcune, ovviamente, sono irrilevanti.

  1. viene modificato il tragico Titolo V della riforma costituzionale sulla autonomia regionale, che ha regalato all’Italia l’equivalente di statarelli ognuno con la facoltà di fare leggi in contraddizione l’uno con l’altro e con lo Stato, e ha creato anche cose come la “conferenza Stato-Regioni”. Vengono quindi riportate allo Stato una serie di competenze importanti: questo implica enormi risparmi di tempo e di soldi, e una diminuzione dei poteri locali, che hanno preso il vezzo, demagogicamente, di attribuire il bene a se stessi e il male alla casa comune della nostra Nazione;
  2. l’abolizione della parola “Provincia” in costituzione. Altra ottima cosa, la possibilità (attenzione, solo questa) di abolire le Provincie, cosa che per la presenza di questa parola non riuscì al Governo Monti. Le Provincie sono un livello decisionale inutile, che amministrano una scala territoriale molto piccola (per non parlare dei Comuni, che ahimè rimangono più di 8.000). Sarebbe logico, diciamo, avere tanti comuni, in Italia, quante sono le province oggi;
  3. la possibilità di sottoporre preventivamente le leggi elettorali al parere della Corte Costituzionale;
  4. l’introduzione di alcuni meccanismi per favorire la legislazione dal basso: tempi certi per la discussione delle leggi di iniziativa popolare e i referendum propositivi;
  5. l’introduzione di vincoli e di tempi certi per la discussione della decretazione  del Governo che oggi, causa la ferraginosità dei meccanismi correnti, è spesso il modo con il quale la nazione “tira avanti”.

Fanno parte invece di un’area grigia alcuni elementi propagandati come positivi o come negativi:

  1. il superamento del bicameralismo perfetto: il Senato passa ad essere rappresentante delle regioni, con un meccanismo pasticciato di eletti e di persone che dovrebbero fare un doppio lavoro (quindi, considerato che il principale è importante, lavoreranno male); al Senato sono affidati compiti contraddittori, relativi a Regioni ed Europa; l’iter legislativo si differenzia per tipo di legge e può dare adito a contrasti tra le camere;
  2. i costi della politica: vengono ridotti molto, o poco; l’intero problema è del tutto demagogico: i costi attuali delle Camere, pur elevati, non sono affatto significativi su scala nazionale e costituiscono solo un argomento per attirare le masse verso temi non fondamentali. Leggermente migliore è l’effetto per (futura, possibile) l’abolizione delle provincie, ma stranamente se ne parla poco; è comunque una argomentazione del tutto priva di peso di fronte agli effetti reali della riforma proposta;

Il comitato per il no elenca una serie di temi poco seri, di cui ci siamo liberati già nell’articolo precedente e, come ultimo, quello fondamentale:

La riforma proposta garantisce l’equilibrio dei poteri fondamentali? No, si sostiene, perché mette gli organi di garanzia (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale) in mano alla falsa maggioranza, nell’unica Camera importante, prodotta dalla legge elettorale corrente.

Ora seguitemi perché le cose si fanno interessanti. Abbiamo visto quali sono i poteri fondamentali. Chi è in Italia che garantisce questo misterioso “equilibrio dei poteri”, ovvero evita la prevaricazione di un potere sugli altri? La Corte Costituzionale (Titolo VI della Costituzione, Garanzie Cotituzionali) che giudica:

  1. sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni;
  2. sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni;
  3. sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione.

In sintesi, se la Corte Costituzionale non è seria ed equilibrata, puà essere inutile denunciare come incostituzionale una legge anche infame o illogica.

E’ quindi un luogo di ultima istanza fondamentale. Tanto è vero che, dice la Costituzione:

  1. La Corte Costituzionale è composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative.
  2. I giudici della Corte Costituzionale sono scelti tra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni d’esercizio.
  3. I giudici della Corte Costituzionale sono nominati per nove anni, decorrenti per ciascuno di essi dal giorno del giuramento, e non possono essere nuovamente nominati.

Quindi la Costituzione fa di tutto per evitare che la Corte Costituzionale divenga un organo di parte e si assicura che il mandato temporale sia più ampio del Presidente della Repubblica e del Parlamento; prevede che i giudici vengano nominati da poteri diversi (il Presidente della Repubblica è a sua volta espressione di un compromesso da trovare tra eletti nel Senato, nella Camera e rappresentanti delle regioni) ed indipendenti. Non a caso, il Governo (la funzione esecutiva) non ha voce in capitolo: sarebbe come se una squadra di calcio potesse decidere chi fa l’arbitro.

Questa situazione di garanzia (che non è affatto estrema: Italia e Germania (in inglese: il testo in italiano è del tutto insufficiente) in passato, la Polonia e l’Ungheria oggi in forma minore hanno avuto i loro sistemi statali trasformati in forma totalitaria proprio passando per le vie costituzionali) è mantenuta dalla proposta riforma? Questa è la domanda cruciale.

Tradotto: sarà facile per qualcuno nominare 8 membri fidati della Corte Costituzionale e di conseguenza fare, fondamentalmente, quello che vuole?

E qui si deve arrivare ai numeri (non che mi dispiaccia): una figura chiave è il Presidente della Repubblica che nomina 5 membri della Corte. La riforma costituzionale cambia il modo con il quale si elegge il Presidente della Repubblica: da un minimo della maggioranza assoluta dei componenti di Camera dei Deputati, Senato e rappresentanti delle regioni (circa 1000), si passa a un minimo dei tre quinti dei votanti di Camera e Senato (circa 730). Il numero di rappresentati eletti necessari per eleggere il Presidente della Repubblica diventa, quindi, pari a quello della metà + 1 degli aventi diritto che votano (art. 64 della Costituzione): il numero di voti minimi necessari, nel caso peggiore, è quindi 184.

Il problema, già serio, si aggrava causa la legge elettorale in vigore per la Camera dei Deputati (630 dei 730 votanti per il Presidente della Repubblica), che prevede per il partito vincente (il partito, non la coalizione) il 55% dei seggi alla Camera dei Deputati: aggiunti a una percentuale stimabile tra il 20% e il 30% dei seggi al Senato, per un partito che partecipa e vince al ballottaggio, si arriva a circa 371 voti. Bastano ad eleggere autonomamente un Presidente della Repubblica? Dipende. Se votano tutti, no, ma se ci sono astenuti e/o assenti o se chi ha vinto il ballottaggio ha anche presentato liste fiancheggiatrici (non è fantascienza, è successo in Italia nel 1924, in modo perfettamente legale, e può succedere con l’Italicum), si.

Come? Supponiamo di sapere di valere, come partito, il 38% dei voti e che basti, vista la frammentazione politica, il 25% per andare al ballottaggio e vincerlo (e vi assicuro che se c’è un tipo di cose che i politici sanno sono queste) allora, presento anche, oltre al “Movimento degli italiani per l’Italia”, la lista “amici del movimento degli italiani per l’Italia”, magari solo in alcune circoscrizioni ben studiate, e questa lista prende il 13%. Abbiamo poi la lista “Italia per gli italiani”, che pur minore, condivide i nostri nobili ideali, e che vale il 5%.

Risultato finale: 346 fedelissimi(il 55%), + 37 amici fedelissimi (il 13% del rimanente) + 14 amici fidati alla camera , + 25 al Senato (il 25%), + 13 amici fedelissimi al Senato (il 13%) + 5 amici fidati= 440 voti. Bastano per assicurarsi che il Presidente della Repubblica (e la funzione legislativa, ma questo si sapeva già) sia nostro, dice chi conosce l’aritmetica. Cinque giudici costituzionali assicurati. Chi nomina gli altri giudici, secondo la riforma? Per puro caso, la Camera ne nomina 3. La Camera è controllata dal partito che ha appena eletto il Presidente della Repubblica, così i giudici costituzionali nominabili dal partito di governo diventano 8, la maggioranza assoluta della Corte Costituzionale. Amen. Posso presentare le leggi che voglio, e sono certo che saranno approvate dalla Corte Costituzionale, perché è controllata da chi è al Governo. Fine (potenziale) della separazione dei poteri e dello Stato di Diritto, in modo del tutto legale, da parte di chi controlla il 43% dei votanti in una elezione.

Ci vorrebbe un po’ di tempo, diciamo cinque-sette anni, tra elezione del Presidente della Repubblica e scadenza dei giudici costituzionali in carica.

Qualcuno potrebbe dire: il SignorSpok sta andando contro i principi enunciati nel primo articolo, dove sosteneva che la riforma vada giudicata nel merito: cosa c’entra la legge elettorale? Richiamo uno dei criteri enunciati:

“Votare SÌ o NO sulla base di considerazioni esclusivamente giuridico costituzionali è illogico e sbagliato. La prevalenza della norma sulla sua applicabilità e sul funzionamento della società che regola è un’astrazione che non fa parte del mondo reale: le norme devono essere in grado di produrre e regolare una società funzionante e non disfunzionale.”

Nel caso specifico, le probabilità di produrre una società altamente disfunzionale trascurando il mondo reale (ovvero la legge elettorale che non è materia costituzionale) è, abbiamo visto, tutt’altro che trascurabile.

Ora riascoltiamo il diario di bordo: “Una riforma costituzionale, quindi, modifica le modalità con le quali uno Stato funziona e gli equilibri tra i suoi tre poteri fondamentali”. Nel caso in oggetto abbiamo visto che riforma fornisce un meccanismo semplice, alla portata di uno sprovveduto come me, e a maggior ragione di un qualsiasi demagogo assatanato di potere, per assicurarsi il controllo di tutti i poteri dello Stato.

Alla valutazione di ognuno definire se questo sia un pericolo sufficiente tale da indurre a votare NO alla riforma (che, ricordo, non si è voluta spacchettare in più quesiti, cosa che avrebbe reso molto più facili le scelte). La mia valutazione è che il pericolo esista, sia concreto, specie date le caratteristiche dell’elettorato italiano, e che debba essere evitato.