X Factor come volontà e rappresentazione

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La musica, dunque, non è affatto, come le altre arti, l’immagine delle idee, ma è invece immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettità: perciò l’effetto della musica è tanto più potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 52).

Sì, guardo X Factor, cosa c’è di male? Essendo un sociologo posso sostanzialmente far quello che mi pare sotto l’egida del mero interesse sociologico, che si autogiustifica senza bisogno di altre spiegazioni. Guardo X Factor, e oltre a pensare che quelli di Sky sono bravissimi sotto il profilo tecnico (regia, montaggio…) mi chiedo chi diavolo l’ha fatto fare a quegli undicimila giovani (perlopiù) di mettersi in fila per il casting milanese, oltre ai settemila di Roma e a quelli di Torino e Bologna, che non ho capito quanti fossero.

Il successo, ovviamente. È certamente una componente. Ma anche, più semplicemente, l’affermazione di sé in quel preciso momento, e poi vada come vada. L’edonismo dei famosi quindici minuti preconizzati da Warhol. Aggiungiamo, per talun*, le ambizioni famigliari (specie delle mamme), il riscatto da storie tristi (abbiamo già visto l’ex anoressica e l’ex testimone di Geova) o semplicemente da tormenti interiori che cercano non tanto il successo quanto una giustificazione (non sono un pària, qui sono accettato e quindi ho un’identità e una realtà).

Qualunque sia la motivazione dei partecipanti la formula è strepitosa perché si fonda sul classicissimo percorso sofferenza→prova→giudizio→riscatto. Se nella fase matura (dopo la selezione dei dodici partecipanti) X Factor non è dissimile da un qualunque concorso musicale (incluso San Remo), il percorso iniziale prevede audizioni di fronte ai quattro giudici che sindacano assieme chi sia degno di proseguire (a maggioranza dei voti); il passaggio successivo (chiamato boot camp) impone ai quattro giudici – a ciascuno dei quali è stata attribuita una specifica squadra – di selezionarne solo sei con una seconda prova snervante e sadica di cui non starò a raccontarvi i particolari; in questo caso è il singolo giudice che decide autonomamente chi vuole promuovere alle Home visit in cui, in un contesto diverso e più “intimo”, dimezzerà ancora i candidati riducendoli a tre (per ciascun giudice). Dopodiché è appunto tutto come un banale concorso dove decide il pubblico da casa. Le responsabilità dei giudici sono nondimeno gravose perché trasformatisi in tutor, mallevadori, maestri, dovranno addestrare i loro protégée, scegliere brani adatti alla loro vocalità e via discorrendo. I giudici quindi si trasformano in partecipanti per via traversa; mettono in gioco i concorrenti ma sono giudicati per il loro lavoro.

Ci sono delle formule stupende in X Factor che non possono che interessare il sociologo, come il cosmo dei partecipanti fatto di mera rappresentazione schopenhaueriana: quei giovani escono dall’anonimato del loro essere studenti di provincia, baristi, disoccupati, musicisti di strada, tatuatrici per diventare, in quel preciso momento in cui calpestano il palco, delle persone. Lasciate perdere i dieci, quindici, con la precisa consapevolezza delle loro qualità e una fortissima volontà di intraprendere la carriera musicale. Per la maggior parte si tratta, semplicemente, di esistere come persone, raccontarsi, a volte anche a parole, più spesso solo con l’esibizione che è una manifestazione fisica, corporale, per l’appunto di “volontà”. In X Factor si vede bene come i 15’ di Warhol non siano, in fondo, puro edonismo fine a se stesso, ma necessità di presenza (in senso antropologico, à la De Martino). La dice lunga la reazione sostanzialmente accondiscendente di buona parte dei partecipanti meno probabili una volta esclusi; la possibilità l’hanno avuta, hanno partecipato alla prova, hanno fallito, ma la partecipazione e la sconfitta sono la rappresentazione della realtà, dell’essere vivi, dell’esistere. Dopo si può tornare a scuola, al bar, nelle strade col segno distintivo: io sono.

Dal lato dei giudici vale la stessa dinamica ma, naturalmente, a un livello diverso. Bene o male sono già celebrità, la loro sfida l’hanno già vinta e potrebbero, semplicemente, vivere di rendita, pubblicare i loro dischi… Chi gliela fa fare? Se guardate attentamente l’evoluzione del comportamento e degli atteggiamenti dei giudici noterete questa progressione: giudice più o meno severo → giudice partecipe → chioccia → comandante. Ai giudici viene affidata una squadra che diventa – con le dovute differenze – una tribù, coesa, motivata, con obiettivi collettivi (che vinca uno della squadra) oltre e a volte sopra l’obiettivo individuale (vincere come individuo); quando un membro della tribù viene sconfitto dal giudizio degli spettatori è tutta la tribù in lutto, comandante compreso; perché il primo compito del comandante è vincere senza perdite, e ogni perdita è una ferita incolmabile.

Tutto questo è una grande metafora della vita, sempre che la vita sia intesa come prova, come sfida, come necessità di supremazia rispetto agli altri ma soprattutto rispetto a sé. È una visione del mondo, non l’unica e probabilmente la più contemporanea; i talent show (tutti, ma questo è uno dei migliori) dilagano perché rappresentano una tragica realtà: l’incapacità di trovare obiettivi di medio e lungo termine in un contesto reale e non simulato (com’è quello dei talent), sostituita da questa specie di all in: tutto, subito, adesso, e vediamo come finisce. Nel mondo simulato in cui siamo tutti immersi è difficile pensare alla vita, se non in termini stereotipati e brevi, come l’idea (che supporta questa scelta indipendentemente da quanto sia creduta e voluta) del successo in musica attraverso la scorciatoia del talent (significativo il concorrente spagnolo che ha partecipato a tutti i programmi nella sua patria senza successo e allora si è candidato in Italia – senza fortuna – perché la musica, dice lui, è la sua vita, ma non concepisce altre strade che questa).

Da questo punto di vista X Factor è incomparabilmente migliore di MasterChef e altri per via della matrice musicale che fa da scenario alla rappresentazione sopra descritta. La musica, arte straordinaria diversa da qualunque altra, per Schopenhauer, ma centrale anche in Nietzsche e altri filosofi dell’età romantica, si propone nel talent come canzonette pop, raramente più impegnativi brani rock; e il pubblico (molti giovanissimi) conoscono i testi, cantano assieme ai beniamini, partecipano, parteggiano, si immedesimano. E questo è l’ultimo livello. I concorrenti sono i loro rappresentanti, anzi: sono il loro doppio. I beniamini che vengono da storie comuni e anonime come loro ma – a differenza di loro – hanno voce, conoscono la musica ma, soprattutto, sanno accettare la sfida. Le tribù si formano, i guerrieri e le guerriere, coi loro comandanti, si fronteggiano nell’arena; il pubblico va in delirio; urla, vota compulsivamente al telefonino, ride, piange. Evviva! Il loro campione ce l’ha fatta, ha passato il turno, vivrà per una settimana ancora… Cala il sipario.

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