È Vespa che ha torto o ha il torto di essere Vespa?

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La decisione di invitare il figlio di Riina a Porta a Porta ha suscitato un mare di polemiche. Sull’onda della generalizzata indignazione popolare (lo sport maggiormente praticato in Italia) la politica abbastanza unanimemente si è schierata contro il conduttore. Sui social e sui principali media è stato un linciaggio interrotto solo da pochi pareri contrari (alcuni li rammento nelle Risorse finali) ai quali voglio aggiungere il mio. Io non mi associo al linciaggio che a me pare sovente più frutto di una certa frettolosità di analisi che di una seria riflessione; più un pre-giudizio su Vespa che un giudizio circostanziato sulla trasmissione. Prima di procedere vorrei dichiarare – e mi dovrete credere sulla parola – che io non guardo quasi mai Porta a Porta come altre discutibili trasmissioni che fingono di informare e in realtà mistificano, edulcorano, travisano, dissimulano, in modi e forme che non sono percepiti dagli spettatori (sto parlando qui di televisione) ma che incidono profondamente sulla costruzione di un senso, di una visione della realtà, e quindi sulla costruzione dei valori-guida che indirizzano, fra gli altri, i nostri comportamenti politici. Questo tema è stato da me approfonditamente discusso in un post precedente al quale rinvio come fosse parte integrante della presente riflessione. Troverete là le mie ragioni “massmediologiche” e comunicazionali; qui voglio invece intrattenermi su questioni che afferiscono a etica e comunicazione, libertà di espressione e democrazia.

Rilevo innanzitutto che l’indignazione verso la trasmissione è stata sostanzialmente analoga a quella che i sociologi definiscono “reazione all’oggetto”, che è un grave difetto di certe domande e di certi strumenti utilizzati nelle indagini. Anche se è una questione un pochino tecnica lasciatemi spiegare con le parole di Maria C. Pitrone, Sondaggi e interviste. Lo studio dell’opinione pubblica nella ricerca sociale:

Si ha una reazione all’oggetto quando l’intervistato non riesce a separare l’affermazione [contenuta in un particolare tipo di domanda che si chiama scala Likert], favorevole o contraria, dall’oggetto, che può essere accettato o rifiutato; il soggetto confonde l’aspetto cognitivo – il significato dell’affermazione – con quello emotivo: il sentimento verso gli attori dell’azione […]. Nel primo tipo [di reazione all’oggetto si] attiva un meccanismo immediatamente comprensibile, la frase è ostile nei confronti di un attore (di una situazione, di un comportamento) che l’intervistato disapprova. Nella ricerca di Marradi alcuni intervistati rifiutavano per esempio la frase “I politici sono interessati solo al voto degli elettori, non ai loro bisogni e alle loro opinioni”, perché reagivano negativamente non alla frase ma all’oggetto cognitivo (i politici) che disapprovavano fortemente. Per rappresentare correttamente il loro stato avrebbero dovuto accettare la frase che è in relazione negativa con l’oggetto da loro avversato (pag. 345).

Se andate a leggere una buona parte dei pareri contrari all’intervista vedrete che c’è rabbia contro Riina, il suo essere un mafioso, il suo atteggiamento passivo verso le vittime di mafia e via discorrendo; l’indignazione verso Riina è traslata sul contenitore (la trasmissione televisiva) e quindi sul suo conduttore, spostamento dell’oggetto in questo caso abbastanza facile vista la scarsa simpatia che Bruno Vespa suscita in diversi ambienti. Quindi: Vespa (non amato, anche a ragione, in molteplici ambienti intellettuali) + Riina (mafioso) = rifiuto acritico, critica pesante, reazione negativa a prescindere.

Entriamo però nel merito della trasmissione chiedendoci, reazione all’oggetto a parte, se sia lecito far parlare un mafioso in una trasmissione che – nelle pretese – vuole essere informativa (e ho già premesso all’inizio che ho dubbi su tutte queste pretese trasmissioni di infotainment, non posso tornarci sopra). Se si risponde “no” ci si ficca in un ginepraio inestricabile perché occorre argomentare dove vada fissata l’asticella della libertà di espressione (di cui questo sarebbe semplicemente un caso particolare); ammesso – e non concesso – che il conduttore abbia opportunamente incalzato l’ospite, non indugiato su una celebrazione mafiosa, e fatte le domande che andavano fatte, incluse quelle scomode, e ammesso quindi che tecnicamente sia stata una “buona” intervista (dovete concedermi questa specie di clausola ceteris paribus se no non riusciamo a sviluppare il tema centrale), perché non si dovrebbe permettere all’opinione pubblica la possibilità di confrontarsi apertamente con ospiti scomodi e “oscuri”? Censuriamo il mafioso? Ma allora anche il jihadista, il pedofilo, lo stupratore? E forse allora anche l’evasore, l’abusivo e il concusso? Chi fissa l’asticella oltre la quale l’oggetto ci suscita indignazioni insopportabili, tali da non volerle vedere in TV? E rammento che nei decenni passati giornalisti benemeriti hanno intervistato brigatisti, delinquenti, dittatori e farabutti di ogni risma. C’è libertà di intervista per giornalisti bravi (Biagi, Montanelli, Zavoli…) mentre poniamo una censura per quelli che consideriamo poco bravi, servi del potere, opportunisti (per esempio, un nome a caso, Vespa)? E chi decide che Montanelli, per esempio, sia stato bravo (oggi lo dicono quasi tutti, anche a sinistra, mentre quando era in vita era un nemico della classe operaia disprezzato in circoli intellettuali molto influenti)? Vi ho già detto che non guardo Porta a Porta e che non mi piace Vespa, ma questo è un mio giudizio personale che mi porta, semplicemente, a scegliere ciò che guardo in TV; non guardo Vespa, e se è per questo nemmeno Santoro, Floris e compagnia (ho spiegato QUI i perché), ma non mi permetterei mai di chiedere la chiusura delle loro trasmissioni.

Rosy Bindi aggiunge un tassello fondamentale dichiarando che la trasmissione è stata “negazionista” verso la mafia; di fronte a un’affermazione così colossale non ho potuto fare a meno di turarmi il naso e andarmi a rivedere la puntata in streaming. Questo sacrificio, fatto per amore di Hic Rhodus e nell’esclusivo e supremo interesse dei nostri lettori, ha rinforzato le mie convinzioni, avendo trovato l’intervista sufficientemente ben condotta, a tratti incalzante verso Riina, in grado di mostrare la nullità morale del personaggio; e giova ricordare che dopo l’intervista c’è stato un dibattito in studio con protagonisti dell’antimafia che non hanno risparmiato critiche all’intervistato. Quindi: o Rosy Bindi non conosce il significato di ‘negazionismo’ o, molto più probabile, ha dato fiato alla bocca cavalcando il cattivo senso comune del momento. E aggiungo – dopo avere a malincuore vista la puntata – che sospetto che una bella fetta dei censori su Facebook e su Twitter, e qualche blogger e giornalista, non abbiano vista la puntata ma abbiamo parlato per partito preso, per adesione demagogica a cliché, per fiducia in quel mainstream che ormai condiziona così pesantemente i “mi piace” come i “sono tanto indignato anch’io”.

Purtroppo, ed è questa la mia amara conclusione, anche se l’episodio di Vespa sarà presto dimenticato alcuni insegnamenti li possiamo trarre:

  1. la televisione fa male; fra analfabetismo funzionale, complessità crescente e palinsesti furbetti, una larga fetta di telespettatori non sempre è in grado di decodificare e analizzare criticamente (e quindi può anche darsi che ad alcuni di costoro sia arrivato un messaggio distorto e sbagliato dall’intervista di Riina ma quindi cosa dovremmo fare?);
  2. i social network fanno malissimo; sugli imbecilli del Web ha già detto Umberto Eco e noi abbiamo provato più volte a segnalarne i pericoli. Il Web 2.0 è veloce, le nostre time line scorrono furibonde, il mondo è marcio e non ci son più le mezze stagioni, come non condividere (o ritwittare), come non mettere un cuoricino o un like anche noi all’ultimo flame apparentemente così giusto (oltre che già condiviso da decine di amici)?
  3. L’omologazione fa malissimo. Questa sì fa veramente male, lascia il segno. Ci innamoriamo dei nostri cliché, siamo orgogliosi dei nostri luoghi comuni che semmai chiamiamo ‘appartenenze’ o addirittura ‘fedi’ e via, senza un pensiero che non sia quello facile, che crea consenso e simpatia, che evita di fermarsi a ragionare e dissentire. E questo non riguarda più Porta a Porta di cui non me ne importa un fico secco, ma riguarda la nostra capacità di cittadinanza attiva e, in ultima analisi, la Democrazia.

E quindi ancora una volta il messaggio è: #nonomologatevi!

Risorse (alcuni che non hanno condannato Vespa):

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