Non siamo mai stati così bene, mai così disperati

Come ci sembra il mondo? Come ci appare il nostro destino, il nostro futuro come individui e come specie? Probabilmente una discreta maggioranza di persone è pessimista e immagina la propria epoca come densa di crisi, minacce, decadenza. L’inquinamento, le guerre, la minaccia islamista, e poi non ci sono più i valori di una volta e guarda questi giovani come vanno in giro sbandati… Quando ero giovane, un bel po’ di anni fa, non era poi molto diverso: l’inquinamento, il terrorismo, i comunisti, e poi non ci sono più i valori di una volta e guarda questi giovani capelloni. E prima, quando ero bambino, i blocchi contrapposti, i rigurgiti fascisti e la paura della guerra atomica. Ogni epoca ha avuto le sue angosce. O attraversando guerre, invasioni, epidemie devastanti, o sconvolgimenti politici, economici, culturali. L’idea di un mondo fragile, prossimo al collasso, destinato a cambiare in peggio, ci perseguita da sempre, dalla caduta di Gerusalemme del 70 d.c. a Chernobyl, dalla fine di Odoacre nel 476 all’epopea napoleonica, ogni generazione ha più o meno avuto il suo momento critico, il suo trapasso doloroso, fatto di difficoltà a capire, di generazioni in fuga, di paura per la nostra vita (o per il nostro stile di vita, benessere e routine) di scarsa fiducia nel futuro.

Questa dispercezione (di questo si tratta) è dovuta essenzialmente alla brevità della nostra vita nello scenario storico e all’incapacità di cogliere (e prima ancora di conoscere) il quadro d’insieme. Viviamo il qui e ora come momento cristallizzato e permanente, come se il laminatoio delle forze storiche non fossero in azione indipendentemente dal nostro tran tran quotidiano, e utilizziamo quel tran tran come misura della realtà, quella “normale” e quotidiana nella quale siamo cresciuti, senza considerarne l’evoluzione, già diversa da quella dei nostri nonni e quindi, inevitabilmente, ancor più differente da quella dei nostri nipoti. Che avranno a loro volta i loro problemi e crisi, e senso di fragilità e paura, anche se forse per cause così differenti da quelle nostre!

Tutto ciò premesso è utile fare un piccolo bagno di realtà storica e ricordare che, sotto certi profili almeno, il mondo del terzo millennio è incomparabilmente migliore di quello dei nostri nonni, e ancor più di quello degli avi. Ci aiuta in questa riflessione il sito ourworldindata.org, che pubblica una quantità enorme di dati storici di grande interesse. Prendiamo ad esempio l’articolo di Max Roser, A history of global living conditions in 5 charts, per apprendere, per esempio, come la popolazione mondiale in povertà estrema sia diminuita dal 94% del 1820 al 9,6% del 2015.

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Eppure la nostra percezione comune dell’impoverimento sembra dirci il contrario, sia osservando le enormi masse di disperati che vagano per il mondo bussando alle nostre porte, sia osservando casa nostra, i nostri giovani senza lavoro, la nostra economia traballante. La realtà sulla povertà è probabilmente diversa: meno poveri assoluti ma maggiori disuguaglianze, più stridente distanza fra i super ricchi e i veri poveri. Anche se questa disuguaglianza assume forme scandalose, probabilmente la percezione dell’andar peggio è dovuta al senso di paura che la classe media prova di scivolare verso la povertà, mentre lo sguardo storico mostra un andamento non soddisfacente ma, tutto sommato, accettabile.

Andamenti analoghi anche per altri importanti indicatori. Quello sull’alfabetismo, per esempio, è altrettanto eloquente:

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così la mortalità infantile (quale indicatore di salute):

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e perfino la qualità (democratica) della convivenza pubblica:

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Rimando al testo originale per altri indicatori, dati e fonti.

Come scrive l’autore di questo testo

The only way to tell a history of everyone is to use statistics, only then can we hope to get an overview over the lives of the 22 billion people that lived in the last 200 years. The developments that these statistics reveal transform our global living conditions – slowly but steadily. They are reported in this online publication – Our World in Data – that my team and I have been building over the last years. We see it as a resource to show these long-term developments and thereby complement the information in the news that focus on events.

Consiglio ai lettori interessati di dare un’occhiata al sito segnalato perché è molto ricco di dati e informazioni su molteplici ambiti.

Penso, in conclusione, di essere lieto che le cose, nei secoli, procedano pian piano meglio. Ma penso anche che sia inevitabile che ciascuno misuri le cose sulla base delle sue condizioni e percezioni. Io (ciascuno di noi) vivo ora, e desidero vivere bene, sicuro, in salute, desiderando lo stesso per i miei familiari che non includono miei lontani bis bis nipoti, che non vedrò mai, che non so se esisteranno. Io vedo le disuguaglianze ora; temo le epidemie adesso; osservo ora le guerre; patisco come cittadino le ignoranze qualunquiste degli analfabeti funzionali che decidono del futuro del paese. Insomma, è normale e giusto essere divisi fra visione storica e sentimento personale dell’attualità, che possiamo poi tradurre con sapere e sentimento, visione generale e necessità tattica immediata, conosciuto e vissuto. Stiamo “oggettivamente” meglio dei nostri padri, nonni e bisnonni, ma siamo probabilmente ugualmente infelici o forse, e senza paradosso, assai più infelici proprio perché vediamo un mondo più ampio, più sfaccettato, più seducente (ma solo per alcuni). Il mondo si allarga e il futuro si restringe; le possibilità appaiono illimitate ma le insidie sono moltiplicate. La nostra infelicità è, probabilmente, di una specie nuova, legata alla girandola delle proposte, alla fantasmagoria tecnologica, alla riformulazione dei confini, delle barriere, delle credenze e delle fedi. Tutto questo ci confonde e ci turba, mentre vediamo la TV in HD, scarichiamo file in 4G, mangiamo panettone vegano senza canditi, prenotiamo la vacanza low cost e accudiamo genitori col doppio dell’età media di mezzo secolo fa.

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