Cinque suggerimenti per sopravvivere alla fine del mondo

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Terrestri, prestate attenzione, prego. Qui è il prostetnico vogon Jeltz dell’Ente Galattico Viabilità Iperspazio. Come indubbiamente già sapete, i piani per lo sviluppo delle zone più remote della Galassia richiedono la costruzione di un’autostrada iperspaziale che attraversi il vostro sistema solare, e purtroppo il vostro pianeta è uno di quelli che è necessario demolire. Il procedimento durerà poco meno di due dei vostri minuti terrestri. Grazie. (Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti)

Se la fine del mondo sarà causata da un asteroide, dall’esplosione del Sole o dagli zombie, questo post sarà purtroppo stato inutile. Leggerlo non vi salverà. Se invece la fine del mondo è una paranoia nella vostra (nostra) testa, com’è probabile, allora forse un piccolo aiuto potrete trovarlo. Ultimamente abbiamo discusso di come il mondo sia oggettivamente migliorato nei secoli come distribuzione della ricchezza, della salute etc., pur restando, generazione dopo generazione, la sensazione che tutto vada a rotoli (post numero 1, che trovate QUI). Poi abbiamo ragionato sulle fantasie collettive in merito al futuro e alla sua ipotetica tragicità, attribuendo molte responsabilità alle tecnologie e al loro uso (post numero 2, che trovate QUI). Man mano che vado scrivendo mi accorgo di aprire problemi, anziché chiuderli; per esempio: perché abbiamo queste paure, sempre e comunque? Perché le tecnologie avrebbero – per come da me sostenuto nel secondo post – una responsabilità così elevata? Vedremo. Qui ho premura di trattare l’argomento già a suo tempo annunciato, ovvero: come facciamo a farci passare le paranoie e sopravvivere (asteroide escluso)?

La prima cosa da capire è che questa angoscia, in forme differenti, è sempre esistita. Non c’è generazione che non abbia vissuto guerre, epidemie, carestie, cambiamenti ritenuti epocali e quindi portatori di rovina e disgrazia. Per i nonni dei nostri nonni un paio d’anni di siccità erano un castigo divino che portava morte e disperazione che si trascinava per anni; per i nostri nonni la prima guerra mondiale deve essere sembrata la concretizzazione dell’inferno in terra, dentro quelle maledette trincee carsiche; per i nostri padri l’incubo della guerra atomica… Anche l’incomprensione verso le idee nuove, l’ostilità verso i diversi, la crisi generazionale e tutto il codazzo di “ai miei tempi questo non sarebbe successo” è sempre esistito, almeno dal ‘6-‘700 in poi. Comprendere questa continuità ci serve per relativizzare il nostro disagio: il mondo va meglio nel suo insieme (post numero 1), ma la marginalità delle nostre vite individuali di fronte allo scenario complessivo non ci permette di cogliere l’insieme, i flussi storici. Vediamo il nostro mutuo da pagare, il figlio disoccupato, la violenza urbana, e perdiamo di vista, non riusciamo a vedere e a capire, che i crimini in generale diminuiscono, che la ricchezza e la salute in generale sono migliorate, e così via. Ognuno di noi vede il mondo col metro della propria vita, della propria salute, dei propri desideri e fantasie, in un quadro psicologico di continua insoddisfazione che appartiene all’essere umano: se abbiamo 10 vorremmo 12 e invidiamo chi ha 20, ma se ottenessimo 20 invidieremmo chi ha 30 e pretenderemmo 50. Salvo essere ancora e ancora insoddisfatti, e desiderosi di più ancora, e stanchi di ciò che abbiamo, e amareggiati da ciò che gli altri hanno e fanno.

La seconda cosa importante, questa è proprio una certezza, è che la verità non necessariamente appartiene alla maggioranza. Essere circondati da persone tristi e impaurite dà consistenza alla paura e all’ansia. Essere circondati da pessimisti rende difficile essere ottimisti. Ma la maggioranza tende a confermare, come fosse verità, qualcosa che potrebbe anche essere assolutamente falsa. La maggioranza non ha sempre ragione e anzi, su questioni che hanno a che fare con l’irrazionale, la paura e la percezione del mondo, oserei dire che quasi mai la maggioranza ha ragione, quanto meno al cento per cento. Imparare a difendersi dal pensiero predominante mantenendo una sana distanza e autonomia di giudizio non è affatto semplice. Siamo animali sociali e tutti ci influenziamo, più o meno, reciprocamente. Vi sono dei vantaggi in questo. Cerchiamo almeno di distaccarci sulle questioni rilevanti, sui flussi umorali che ci attraversano forgiando giudizi e condizionando comportamenti “politici”, vale a dire che possono incidere sulle scelte, che possono a loro volta influenzare gli altri. Giudichiamo con cautela, apriamoci alle ipotesi diverse, relativizziamo.

La terza, apparentemente simile, è che essere indignati (o arrabbiati, o spaventati, tutti sentimenti abbastanza contigui) non significa avere ragione. Ognuno di noi può avere le proprie ragioni per sentirsi indignato, oltraggiato, amareggiato per le ingiustizie che il Mondo e la Vita sembrano avere riservato proprio a lui; da lì a dare le colpe ai potenti, ai ricchi, ai fortunati, ai garantiti, e quindi alla kasta, a Renzi, a Camusso, a Bilderberg il passo è breve. E percepire chiaramente, nel proprio fòro interiore, di avere profondamente ragione, è ovviamente una conseguenza scontata. Oggi il partito degli indignati conta milioni di iscritti; dalle ingiustizie reali a quelle immaginate, dai torti materiali a quelli simbolici, ormai questo partito va a gonfie vele reclutando un’indignazione da salotto che fa dei click sui social una questione di identità. Resistete a questa deriva. Essere indignati è più che un diritto, ma solo se l’indignazione segue a un’analisi reale e se si trasforma in concreta proattività. L’indignazione come moda antagonista è solo una penosa forma di omologazione.

La quarta, fondamentale, è l’assunzione del fatto che viviamo immersi in una complessità difficile da gestire e comprendere. Ne abbiamo scritto fino alla noia, qui su HR. Il mondo è difficile da capire. È una caratteristica della complessità sociale in cui siamo immersi (diversamente non si chiamerebbe ‘complessità’). Questa difficoltà non è però insormontabile. Se anche la maggioranza di noi non ha il tempo materiale per analizzare qualunque informazione, sottoporre a giudizio critico qualunque idea, pure il senso critico può e deve rimanere vigile. Una grande maggioranza delle bufale che girano su Facebook, per esempio, sono evidenti se lette con distacco e freddezza, e non con la fretta della credulità inconsapevole. Ogni nostra azione ha delle conseguenze, incluse le condivisioni su Facebook. Restiamo vigili, osserviamoci agire, consideriamo la possibilità di un mondo più vasto di quello che ci appare. Non lasciamo andare al mainstream.

La quinta, infine, ha a che fare con la consapevolezza della nostra finitudine, della nostra transitorietà in un granello di polvere ai margini di una delle 2.000 miliardi di galassie stimate. Viviamo come se il mondo iniziasse e finisse con noi. Non è così. È un discorso difficile e penoso, che si inizia a comprendere dopo una certa età (ahinoi); non solo noi moriremo, ma moriremo tutti, finirà la Terra e collasserà il Sole, l’entropia dominerà l’Universo e il nulla regnerà eterno (secondo le teorie prevalenti). Ovviamente a ciascuno di noi interessa il qui ed ora. La mia vita attuale e la mia felicità. Ma dare un’occhiata introspettiva alla verità della nostra insignificanza cosmica offre un bagno di realtà che induce umiltà, distacco, disincanto, comprensione dei limiti e atteggiamento relativista.

In conclusione vi invito a questo disincanto. Il mondo funziona caoticamente, agitato da sette miliardi di esseri umani, uno dei quali siete voi. Se avrete la fortuna che vi auguro la durata della vostra lunga vita sarà circa lo 0,[grande numero di zeri]1% della storia del nostro pianeta e addirittura lo 0,[mostruoso numero di zeri]1% della storia dell’universo. Direi: godetevela! Ma per godersela per davvero vi serve consapevolezza e la consapevolezza si sviluppa solo col pensiero originale. Non pensate il pensiero degli altri; non pensate ideologicamente, non assumete mai degli a priori per sostenere le vostre argomentazioni, non ripetete i pensieri degli altri ma rielaborate quelli in vostri pensieri. Questo è l’unico modo per non condividere anche le paure e le ansie di un popolo sempre più abbandonato, senza speranze, in mezzo al mare, come nella Linea d’ombra di Conrad. Essere consapevoli, sforzarsi di comprendere e – assolutamente – evitare l’omologazione.

Basterà questo a superare le ansie del vivere, le ansie del futuro? Non saprei, con me non ha funzionato benissimo ma, questo ve lo assicuro, la pillola rossa è sempre la scelta giusta.

2 commenti

  • Un post splendido
    L’originalità del pensiero,spettacolare
    Complimenti,tanti,tanti

  • La Prof. I.

    Grazie per quello che scrivete.
    In questi giorni di riunioni, incontri, scambi, le angosce salgono a livelli altissimi: io lavoro a scuola, lavoro con i cittadini del futuro. E in questo momento sembra davvero tutto nero…

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