Alitalia & C.: l’arte del ricatto, o come affondare il Titanic senza bisogno di iceberg

Nelle mani del governo Gentiloni, disgraziatamente per il nostro flemmatico premier, è esplosa la grana Alitalia. Si tratta del classico “cerino” che viene passato da governo a governo sperando che bruci le dita di qualcun altro. Gentiloni è stato sfortunato, perché proprio in questi giorni il buco nero nelle casse di Alitalia sta inghiottendo gli ultimi spiccioli di liquidità dell’azienda, e quindi la questione non era più rinviabile. E infatti il CdA dell’azienda ha chiesto all’unanimità il commissariamento dell’azienda, passando la patata bollente al governo, che già prepara un altro falò di soldi pubblici per tenere aperta la vampiresca compagnia aerea.

Abbiamo già discusso in un altro post i motivi per cui Alitalia è sostanzialmente irrecuperabile da un punto di vista industriale, senza peraltro svolgere altra funzione utile all’economia italiana che mantenere occupati i suoi dodicimila dipendenti, a carissimo prezzo per i contribuenti e anche per il sistema complessivo, visto che l’inefficienza di Alitalia si traduce in costi di sistema più alti per tutti coloro che utilizzano i suoi servizi. Abbiamo anche illustrato i costi esorbitanti che tutti noi abbiamo già dovuto pagare per tenere in piedi Alitalia, fino al momento in cui, col subentrare dei privati, si sperava di non dover essere ulteriormente derubati dalla nostra ex compagnia di bandiera. Ovviamente così non è stato, e mentre il pessimo management dell’azienda ha proposto un “piano” inattendibile e chiaramente finalizzato a guadagnare tempo, i dipendenti lo hanno “scavalcato a sinistra”, rifiutando anche i relativamente moderati sacrifici imposti dall’accordo e accettati dai sindacati e puntando tutto sulla scommessa di una nazionalizzazione di fatto del carrozzone. Confesso che a me, come contribuente, la cosa ha dato un notevole fastidio, anche se potrebbe per assurdo avere l’effetto di abbreviare la costosa agonia della compagnia. E costosa sarà in ogni caso, visto ad esempio che i trattamenti di cassa integrazione e ammortizzatori sociali per i lavoratori del trasporto aereo sono… stratosferici, con trattamenti ben diversi (in questo caso pagati dai viaggiatori aerei) da quelli che toccano a tutti gli altri lavoratori di aziende in crisi.

L’argomento di questo post però non è solo Alitalia; piuttosto è come mai, anche tenendo conto di tutti gli intrecci che Alitalia negli anni ha avuto con la politica italiana, sia possibile che si immagini una “soluzione” di questa crisi diversa dalla liquidazione e chiusura di un’azienda-disastro come questa. La risposta, credo, va cercata nella patologica politica industriale del nostro Paese, cronicamente fondata sul saccheggio del denaro pubblico, e sui ricatti incrociati delle più disparate categorie. Lo abbiamo ben visto nel caso delle banche, che (non solo in Italia) esercitano il massimo del potere “negoziale” sull’economia nazionale, tanto che per tenerle in piedi tutti noi paghiamo decine di miliardi, e molti di più se ne dovranno pagare, visto che le banche italiane sono strutturalmente fuori equilibrio a causa di un modello operativo che poteva andar bene negli anni Novanta. Non a caso, al tempo del decreto salvabanche, avevamo provocatoriamente scritto che quelle banche “si potevano e si dovevano far fallire”, e lo confermo ora che ben altre cifre ci vengono tolte per Montepaschi e per tutte le altre banche che si sono silenziosamente accodate per mungere i contribuenti, mentre continuano ad abusare dei clienti. E, con le banche, a spese nostre vogliono essere rimborsati coloro che ne hanno acquistato incautamente i titoli, e così via, perché non vorremo mica che qualcuno paghi il prezzo dei propri errori e delle proprie perdite, vero?

Solo a titolo di esempio, e senza voler necessariamente generalizzare a tutti i dipendenti Alitalia le argomentazioni che riporto, ricopio qui la “piattaforma” proposta da uno dei gruppi che hanno sostenuto le ragioni del No all’accordo:

Primo: nessun libro in tribunale oppure si bloccheranno a oltranza Fiumicino e tutto il trasporto aereo nazionale.

Secondo: si riapra la trattativa, ma al tavolo niente confederali ma delegazioni democraticamente elette dai lavoratori.

Terzo: nazionalizzare e rilanciare ALITALIA, o comunque l’ingresso dello Stato come socio principale della compagnia.

Quarto: nessun licenziamento, nessun esubero e reintegro dei precari che ne hanno diritto, visto che solo con loro Alitalia può essere salvata e rilanciata.

In altre parole: a farsi carico dei passivi operativi di Alitalia, visto che non si può pensare che lo facciano i privati, devono essere i cittadini coi soldi loro, altrimenti fermiamo il traffico aereo in Italia. Dal punto di vista di un contribuente che da decenni paga le perdite Alitalia, è in pratica come (continuare a) sentirsi chiedere “il pizzo”. Il punto non è se, e quanto, i dipendenti Alitalia siano “colpevoli” del dissesto dell’azienda; il punto è che le aziende in dissesto si chiudono o si ristrutturano, e ogni volta che questo non accade il costo lo paga qualcuno che sicuramente non c’entra, senza che per questo l’azienda migliori, e distruggendo ricchezza anziché crearne.

In questo senso, qualsiasi sostegno o sanatoria concessi a una categoria diventano per la categoria stessa non già un debito d’onore da saldare con la collettività e un motivo per assumersi l’impegno a rendersi autonoma, ma esattamente il contrario: un precedente per chiedere di più in futuro, e per tutte le altre un precedente per chiedere altrettanto. I sostegni concessi in via eccezionale diventano privilegi, i privilegi diritti acquisiti; i debiti diventano crediti, come nel paradossale caso delle banche che, da creditrici di Alitalia, sono diventate prima azioniste e poi vacche da mungere, costrette a bruciare soldi nella “gestione ordinaria” dell’azienda per continuare a pagare contratti di manutenzione fuori mercato e dipendenti in esubero. Lo stesso accadrà col “prestito-ponte” per Alitalia che, tradotto, vuol dire buttare centinaia di milioni di Euro nostri nello scarico, aprendo contemporaneamente la strada a ulteriori sperperi visto che ogni giorno occorre un centinaio di milioni in più solo per aprire il dossier. E non facciamoci troppe illusioni: ogni volta che sentiamo parlare di una “trattativa tra azienda e sindacati presso il Ministero del Lavoro” possiamo concludere che azienda e sindacati (o qualsiasi altra rappresentanza di categoria) si siedono a quel tavolo per ottenere soldi, soldi nostri, ovviamente, altrimenti le trattative le chiuderebbero tra loro e prima.

Evidentemente, per riuscirci, aziende, sindacati e altre categorie non puntano certo sul loro contributo al bene comune: più prosaicamente, esercitano l’antica arte del ricatto, come abbiamo visto esemplificato dalla “piattaforma negoziale” che citavo sopra relativamente ad Alitalia. Ogni categoria, a seconda del suo potere, minaccia quello che può: blocchi aeroportuali o stradali, interruzioni dei servizi, ma in realtà soprattutto ritorsioni elettorali contro i governanti in carica. E i governanti in carica a quest’ultimo tipo di minaccia sono sensibilissimi, mentre in fondo buttar via qualche altro miliardo di Euro dei concittadini e dei loro eredi a loro costa pochissimo.
Lo scopo del ricatto è, in diverse forme, sempre lo stesso: ottenere di essere sovvenzionati dalla collettività. Che si tratti di erogazioni dirette, come nel caso di esodati o altri destinatari di “ammortizzatori sociali” apparentemente perpetui, ovvero di rivendicazioni di posti di lavoro pubblici, di contributi ad aziende decotte o interi settori fuori mercato, di prepensionamenti e vitalizi, di monopoli od oligopoli protetti dalla concorrenza, eccetera, i “diritti acquisiti” di ogni categoria si riducono a uno: sfilare soldi dalle tasche di chi paga le tasse. Naturalmente a sostenerlo si viene accusati di qualunquismo dai membri delle suddette categorie, ciascuna convinta di meritare ogni centesimo dei soldi dei concittadini che in un modo o nell’altro intasca.

Esiste solo un possibile sbocco a questo stato di cose, ed è ovviamente la bancarotta dello Stato. Non sorprendiamoci, insomma, se le agenzie di rating ci declassano. Ma, prima ancora, l’inevitabile conseguenza che tocchiamo quotidianamente con mano è che si è recisa la relazione di causa ed effetto tra lavorare bene, gestire bene un’azienda o un’attività professionale, e il ritorno economico in termini di profitti, occupazione, benefici. Questo ritorno lo si cerca a spese dei vicini, impoverendo complessivamente il sistema in cui viviamo, come facevano un tempo i romani che smantellavano i maestosi monumenti dell’antichità per usarli come materiale da costruzione; o, se vogliamo, come farebbe chi su una nave in alto mare staccasse pezzi della chiglia per bruciarli in una stufa. Per affondare navi così, non c’è davvero bisogno di iceberg.

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