La sfortuna di Contrada

Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni ma io confesso che non mi sento del tutto imparziale. Anzi, mi sento partigiano, sono un partigiano della Costituzione (Antonio Ingroia al congresso 2011 del Partito dei Comunisti Italiani)

Che ci sia qualcosa che non va lo capisce anche un bambino. Contrada, sulle soglie del tramonto terreno, viene riabilitato con una pseudo-sentenza pilatesca diventata inevitabile (non già nella forma pilatesca) a seguito, nientemeno, della Corte europea dei diritti dell’uomo. Se non conoscete la vicenda la trovate riepilogata QUI, se invece volete una super sintesi eccola: Bruno Contrada, poliziotto stimato e in carriera, viene condannato a 10 anni per concorso in associazione mafiosa; assolto in appello; ricondannato in Cassazione; sconta tutta la condanna; la Corte europea si dichiara contro e quindi la Cassazione finisce col dichiarare “inamissibile” la condanna già scontata. Ma riassunta così la vicenda ha poco sugo, molto meglio leggersi l’intera odissea di Contrada, il linciaggio, l’ignominia (un buon inizio può essere questa sua intervista a il Foglio).

Poiché HR non è un quotidiano d’inchiesta, ma un semplice blog d’opinioni, noi qui non possiamo prendere alcuna posizione pro o contro Contrada. Se Contrada sia stato veramente e completamente la vittima di un sistema giudiziario kafkiano, o un servitore infedele uscito per il rotto della cuffia dalla vicenda con la fedina penale pulita (ma con una condanna interamente scontata) noi non possiamo dirlo. Diciamo che in realtà ci sono molti gradi intermedi di verità; come dice Contrada nell’intervista al Foglio gli informatori mafiosi li aveva (e ci mancherebbe!) e in cambio elargiva loro piccoli favori marginali. E’ ovviamente qui che si estende una zona grigia in cui il piccolo favore marginale potrebbe diventare un favore importante e, infine, una collusione non più motivabile dalla necessità poliziesca di avere informatori all’interno di Cosa nostra. Ma questo lo sa il solo Contrada, e forse neppure lui. Quello che è certo è che – come ogni zona grigia – questa prossimità del poliziotto coi mafiosi resta confinata nel regno della congettura e dell’interpretazione. Se Contrada, per esempio, in questo rapporto pericoloso, ha trovato modo di arricchirsi, diventa evidente che lui non ha “usato” gli informatori ai fini del bene pubblico in cambio di piccoli favori; se Contrada, sempre a titolo di esempio, si fa fotografare sul suo yacht, se i suoi figli ricevono importanti e immeritati incarichi, certamente avremmo dei dubbi, ma questo non c’è stato. Ci sono stati invece 10 anni di galera, l’infamia e le ristrettezze economiche della famiglia (a Contrada, ovviamente, erano stati sospesi stipendio e pensione). Comunque sia: sospendiamo il giudizio sull’uomo e ragioniamo su questa schizofrenia della giustizia italiana.

Come scrive Mattia Feltri sulla Stampa, in un corsivo dal titolo Metodo Clouseau:

Quella di Bruno Contrada non è la solita questione di malagiustizia, è un capolavoro allucinogeno.

e spiega:

Nel 2015 la corte europea dei diritti dell’uomo dice che Contrada non doveva essere né condannato né processato perché, quando lo commise (se lo commise), il reato di concorso esterno non era abbastanza definito perché lui sapesse di commetterlo.

Con questa sentenza, vincolante, Contrada va a chiedere la ripetizione del processo prima a Catania e poi a Palermo (non chiedete dettagli sul pellegrinaggio, è troppo), ma riceve due rifiuti. Arriva infine in Cassazione, che non concede un nuovo processo, ma si inventa una terza via. E cioè, fin qui c’erano sentenze di condanna e di assoluzione; ora c’è la sentenza che dichiara «ineseguibile e improduttiva di effetti» la sentenza precedente. Cioè, Contrada non può dirsi innocente, ma ha la fedina penale pulita. Cioè, ancora, la condanna esiste ma non va eseguita e non deve produrre effetti. Anche se è già stata eseguita e di effetti ne ha prodotti: dieci anni di detenzione. Se non siete ancora svenuti, buona giornata.

Ora: supponiamo (come tutto sommato è ampiamente probabile), che Contrada sia innocente, al netto di quell’area grigia che resta nella piena responsabilità morale e giuridica dell’uomo e che noi non possiamo conoscere e tanto meno giudicare. Vi rendete conto di cosa può avere passato, da innocente? E la sua famiglia, i figli, bollati dall’ignominia del padre? Come può essere stato così sfortunato quest’uomo?

Forse la sfortuna maggiore è stata quella di avere incontrato un magistrato dalla forte vocazione etica, un magistrato poco incline al perdono, un magistrato di quella corrente robespierriana che crede in una Giustizia così giusta da tagliare corto coi dubbi (non potendo più tagliare teste in piazza); questo magistrato è (anzi: era) Antonio Ingroia, un magistrato integerrimo – sia chiaro – che assieme a non pochi altri sente il richiamo della Verità, dell’Ordine, della Giustizia, si lascia lusingare dalla politica, e che mi ricorda maledettamente Mariano Bonifazi, il magistrato di Dino Risi in In nome del popolo italiano. Anche Bonifazi è bravo, onesto, ligio alla Costituzione e innamorato della Giustizia, tanto da avere un punto di vista morale, quindi ideologico. Per Bonifazi non è necessario che il suo antagonista Santenocito sia innocente del reato attribuitogli; è una brutta persona, rappresenta il peggio della società italiana, è pur giusto che paghi comunque. Il film di Risi è del 1971 e fa parte di un filone sull’esercizio e l’abuso del potere che produsse grandi film di denuncia incredibilmente ancora attuali. Qui l’abuso è totale perché ideologico, perché Bonifazi lo può con coscienza leggera inscrivere in una cornice etica: io sono il difensore del Bene; Santenocito può essere estraneo a uno specifico delitto ma riesco a incastrarlo ugualmente e se lo merita, perché lui è il Male.

Una giustizia basata sulla morale è mostruosa, perché la morale è cangiante, personale, discutibile, non negoziabile, assolutista e accecante; la morale è giustizialista, manichea, giacobina. Le leggi devo essere fatte sulla base di valori etici condivisi, ma la somministrazione deve escludere la morale, che è propria dei singoli uomini, e quindi dei singoli magistrati; io desidero una giustizia cieca, capace di giudicarmi anche se io sono antipatico al giudice, se rappresento un ceto, una categoria, un’idea sociale e politica invisa al magistrato, anche se la mia ingiusta condanna potrebbe indirettamente confermare un’immagine teorica comoda al Magistrato e alla sua carriera. In Italia, invece, un certo numero di magistrati sembrano ritenere di essere la guida morale del Paese, sembrano ritenere di avere, loro in particolare, i requisiti morali per decidere le direzioni politiche del Paese, non demordono di fronte alle ripetute sconfitte e non si peritano di utilizzare scorciatoie discutibili, dalla detenzione eccessiva alla fuga di notizie.

Io non credo che questa giustizia sia giusta e mi fa paura. La giustizia deve essere priva di cuore, oltre che cieca, e affidata a professionisti che non conoscano solo i codici. E che non amino diventare i nuovi Masaniello 2.0.

Risorse:

Su Hic Rhodus:

4 commenti

  • Piero Indrizzi

    Puntuale ed esaustivo. Ottimo.

  • Grazie. Non riuscivo bene a comprendere i termini della questione. Certo che si é manifestato un cortocircuito giuridico come forse mai visto. Anche io temo i portatori della Giustizia Giusta e l’innamoramento di tanta sinistra per i magistrati che perseguirono l’immorale Berlusconi (al di là delle sue responsabilità) mi ha sempre lasciato con un senso di sbagliato. Però potremmo concludere che la vicenda Contrada é una coda di gaussiana? Una sfiga epica che poco c’entra coi limiti del sistema giustizia in Italia?
    Ciao e grazie

    • Non sono sicuro sia una coda gaussiana. Mi pare che processi clamorosi poi risolti in nulla ce ne siano parecchi. E comunque vale il celebre quesito: è meglio un innocente in galera o un colpevole libero?

  • Lelio Giaccone

    Della vicenda di Contrada, che in questa sede in fondo è il pretesto per una più generale discussione sui (molti) mali della giustizia italiana, mi hanno molto colpito gli articoli in cui si descriveva con dovizia di particolari la scarsa fiducia che riscuoteva tra colleghi e superiori (tacendo opportunamente dei molti appelli firmati da colleghi del tutto convinti della sua innocenza), o che informavano del fatto che Falcone e Borsellino fossero diffidenti nei suoi confronti, come se, ammesso che ciò fosse vero, questo bastasse per una condanna.
    Per il vero nocciolo di questo articolo, sarebbe auspicabile che nessuno venga prima inquisito e poi processato perché è antipatico ad un PM, o che venga condannato (per fortuna solo in primo grado) per un sisma, come sarebbe parimenti auspicabile non fare processi sulla stampa, in cui viene dato ampio risalto a fatti privati riguardanti gli imputati che spesso non hanno alcuna attinenza con l’oggetto del processo, ma questi sono auspici difficili da realizzare in uno Stato in cui un rappresentante dei magistrati (che prima riscuoteva da parte mia simpatia e apprezzamento maggiori) dice pubblicamente che ci sono i colpevoli beccati e quelli così furbi da non farsi beccare.
    Leggendo le cronache del processo ad Enzo Tortora ero rimasto colpito da un’intervista ad uno dei giudici del processo di appello, che ha chiaramente detto che lui ed i suoi colleghi dovettero fare appello a tutte le loro risorse per giudicare imparzialmente Tortora, il quale era molto indisponente nei loro confronti, e mi ha pure colpito l’intervista al PM del processo di primo grado il quale si dichiarava ancora convinto della sua colpevolezza: esempi di come dovrebbe (o non dovrebbe) essere un Magistrato.

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