Gli atei hanno un ego scimmiesco?

Diventiamo credenti per povertà spirituale (Elias Canetti, Auto da fé)

Un recente intervento di Scalfari sull’ateismo mi porta a replicare. Come molti di voi sanno Scalfari si interessa molto, da un po’ di tempo, di religione; è un ammiratore di papa Francesco, che ha intervistato e, anche se credo non si sia propriamente convertito, certo si pone problemi che sembrano segnare, in vecchiaia, molti uomini che hanno apertamente mostrato in gioventù se non proprio l’ateismo almeno una buona dose si scetticismo agnostico. La paura del Grande Nulla delle persone di sinistra (e non solo loro, ovviamente) deve pur essere elaborata in qualche modo. Avanzando precipitosamente con gli anni me ne rendo conto e quindi, a futura memoria: io non sono credente, e se qualcuno vi verrà a dire che sul letto di morte ho chiamato il prete, beh… accidenti, vorrà dire che è così che doveva andare.

Cosa sostiene Scalfari (a parte questioni minori)?

L’ateo è una persona che non crede in nessuna divinità, nessun creatore, nessuna potenza spirituale. Dopo la morte, per l’ateo, non c’è che il nulla. Da questo punto di vista sono assolutisti, in un certo senso si potrebbero definire clericali perché la loro verità la proclamano assoluta.

Questo è un grave errore, peraltro tipico di chi non si è molto soffermato a considerare il problema dell’esistenza di dio – come dire? – dall’altra parte, dalla parte di chi ha dubbi.

Permettetemi una prima semplificazione (stiamo trattando questioni delicatissime, e da Hic Rhodus non pretenderete un trattato di teologia) che proporrei così: è ateo chi

  1. crede che dio non esista;
  2. non crede che dio esista.

Un abisso separa i due asserti grazie alla posizione di quel non.

La prima definizione dell’ateo riguarda l’asserto su una credenza. ‘Credere’, qui, ha ovviamente il significato della certezza: credo, ritengo vero, ne sono persuaso. La seconda definizione è completamente diversa; non credo che, ho dubbi in merito, ritengo, reputo…

Chi crede con certezza che dio non esista assomiglia moltissimo (sotto il profilo concettuale, linguistico, di attribuzione di significati al mondo e alla vita…) a chi crede che dio esista. Entrambi questi individui ritengono di avere delle prove, evidenze, dimostrazioni del loro credere, oppure – e più probabilmente – un forte senso di adesione a un’idea forte, pervasiva, anche se non chiaramente argomentabile.

E’ necessario fare una piccola digressione sul tema dell’argomentabilità o meno della credenza in dio, o della non credenza. Poiché dio (come concetto, quindi vale per il credente come per l’ateo) è pura trascendenza, nessun argomento è pertinente per discuterne. Qualunque argomento ha, come origine, come base, come luogo di significazione, l’immanenza. E cercare di dimostrare o confutare la trascendenza con strumenti (linguistici) immanenti è una pura sciocchezza (ne avevo già parlato QUI). Ecco la principale ragione per cui ritengo che affermare “credo che dio non esista” sia sciocco, grossolano, troppo impreciso e fuori luogo per essere preso in considerazione. A ben guardare questo medesimo discorso dovrebbe valere per chi al contrario afferma “credo che dio esista”; ma diverso è il sentimento interiore della trascendenza divina. Diverso è sentire, nel profondo, l’alito di dio, sentirne il mistero senza la necessità di spendere fiumi di inutili parole. O, almeno, credo sia diverso; io non ho questo sentimento interiore (che i credenti chiamano fede ed è un dono dello spirito santo) e quindi posso solo ipotizzare che tante persone che conosco, intelligenti e devote, sperimentino questa presenza, la accettino, la chiamino “Dio”.

Chi invece – come il sottoscritto – dichiara più modestamente “non credo che dio esista” propone un’affermazione più cauta; qui il “non credo” significa immagino che, suppongo, ho un’opinione. Questo asserto contempla la possibilità di essere falsificato, smentito, modificato. Qualcuno mi ha detto che questo non è più ateismo ma agnosticismo ma non è così. Pensate alle etimologie dei due termini: l’agnostico sospende la decisione in merito perché ritiene che non sia possibile averne un parere, mentre l’ateo che “non crede che…” ha preso una decisione, si è schierato, ma non dogmaticamente, come sostiene Scalfari, e il suo schierarsi include il dubbio.

A questo punto chiederei a Scalfari perché mai, a partire da queste premesse, io sarei intollerante, calunnioso e rissoso:

Gli atei non sanno di essere poco tolleranti, ma il loro atteggiamento nei confronti delle società religiose è rigorosamente combattivo. La vera motivazione, spesso inconsapevole, è nel fatto che il loro Io reclama odio e guerre intellettuali contro religioni di qualunque specie. Il loro ateismo proclamato vuole soddisfazione, perciò non lo predicano con elegante pacatezza ma lo mettono in discussione partendo all’attacco contro chi crede in un qualunque aldilà, lo insultano, lo vilipendono, lo combattono intellettualmente. È il loro Io che li guida e che pretende soddisfazione, vita natural durante, non avendo alcuna speranzosa ipotesi di un aldilà dove la vita proseguirebbe, sia pure in forme diverse.

Con questo non voglio affatto dire che l’ateo sia una persona da disprezzare, da isolare e tanto meno da punire. Spesso i suoi modi sono provocatori, rissosi e calunniosi, ma questo non giustifica reazioni dello stesso genere. Certo non ispirano simpatia, ma questa è una reazione intellettuale di fronte alla prepotenza del loro Io.

E’ verissimo che ci sono molteplici atei rissosi e intolleranti, come ce ne sono di cristiani, buddisti e musulmani. Fra i quali esistono persone ragionevoli e dialoganti, proprio come fra atei e agnostici. Perché questa generalizzazione sciocca da parte di una persona intelligente come Scalfari?

Lui si spiega con una categoria psicologistica, l’Io (l’Ego) animalesco:

[L’] Io [degli atei] è sostanzialmente elementare; anche se dotato di cultura e di voglia d’affermarsi. In realtà è un Io che non pensa. Un Io che non pensa e non si vede operare e non si giudica. Così è un Io di stampo animalesco. Mi spiace che gli atei ricordino lo scimpanzé dal quale la nostra specie proviene.

Onestamente avrei desiderato spiegazioni più raffinate, fondate su un’analisi sociologica, antropologica o qualcosa di simile. Dire invece – sic et simpliciter – che gli atei sbagliano e sono prepotenti e rissosi in quanto portatori di un Ego scimmiesco, come dire? non mi pare il massimo della capacità dialettica. E’ un asserire anziché argomentare. E’ il proporre una verità non dimostrata – ovvero poco più di un’opinione ideologica – e pretendere venga accettata.

E quindi per finire vorrei fare un’ulteriore distinzione lessicale nel campo dei non credenti, e spiegare quando, e in che modo, e in che senso limitato, la “rissa” possa essere prevedibile. Sempre in modo semplificato, quindi, e viste le distinzioni che ho fatto sopra in merito all’ateismo e al suo sostanziale avvicinamento al (diverso) concetto di agnosticismo, io personalmente utilizzo questi diversi termini in questi modi:

  • Agnostico: tutte le posizione filosofiche che escludono la certezza di un dio trascendente (creatore, giudice…) e che vivono, in conseguenza come se dio non esistesse, sia pur lasciandosi un legittimo dubbio per le ragioni sopra esposte;
  • Ateo: tutte le posizioni politiche che gli agnostici (come sopra definiti) sono costretti ad assumere per contrastare le innumerevoli limitazioni alle libertà personali dai credenti.

Tutte le religioni sono assolutiste. In Italia il cattolicesimo pretende ed ottiene una condizione politicamente privilegiata, diventa un giocatore politico, ha dei rappresentanti parlamentari che si dichiarano prima cattolici e poi fedeli alla Repubblica, osteggia leggi liberali e sostiene leggi illiberali, tanto che l’Italia viene ritenuta poco tollerante verso i non religiosi. Ebbene, come abbiamo scritto molte volte qui su Hic Rhodus questo non è accettabile. Le religioni sono esclusive, mentre uno Stato sovrano deve essere inclusivo. I simboli religiosi sono discriminatori, le concessioni verso le religioni creano evidenti disparità, il secolarismo avanza e il Parlamento è il luogo delle decisioni per tutti, non della difesa di un’altra autorità, peraltro inappellabile. La battaglia politica per uno stato realmente laico è la principale battaglia per i diritti individuali che ancora deve maturare nella consapevolezza degli italiani, Scalfari incluso.