Eppur si muove (il Sud)!

Su Hic Rhodus scriviamo spesso (soprattutto io) di dati statistici, e abbiamo commentato il bene e il male delle evidenze di questi ultimi anni, senza nascondere i segni delle crescenti disuguaglianze e delle iniquità intergenerazionali (che saranno accresciute dalle sconsiderate misure che si prospettano sull’addolcimento delle regole sull’età pensionabile), e senza disconoscere i miglioramenti che ci sono stati in specie nell’ultimo anno.

Un’area delicatissima delle differenze interne al nostro paese, e che ci sta particolarmente a cuore, è quella che riguarda le condizioni del Mezzogiorno d’Italia. Abbiamo osservato a suo tempo i dati drammatici che emergevano dal Rapporto Svimez del 2015; vale la pena, a due anni di distanza, aggiornare quella fotografia a fosche tinte, attingendo appunto ai dati pubblicati da Svimez (l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) nel suo Rapporto 2017.

Ebbene, volendo sintetizzare, possiamo dire che si tratta stavolta di una fotografia in chiaroscuro. Intendiamoci, la situazione del nostro Meridione è sempre drammatica; ma per una volta possiamo dire che la moderata ripresa che si riscontra in Italia riguarda anche il Sud. Senza ripercorrere troppo estesamente i molti dati raccolti nel Rapporto, mi sembra eloquente il grafico qui sotto:

PIL

Elaborazione Hic Rhodus su dati del Rapporto Svimez 2017

Come si vede, sia prima della crisi che durante la recessione 2008-2014 Centro-Nord e Sud hanno marciato a velocità drammaticamente diverse (e partendo da situazioni già lontane). Invece, nel 2015 e 2016, anni in cui sia pure a fatica l’Italia è uscita dalla recessione, il Sud ha tenuto il passo, anzi è cresciuto a un ritmo marginalmente superiore alla media del resto d’Italia (in realtà il Nord è cresciuto di più, e il Centro è stato stagnante) nonostante la pessima annata agricola del 2016. Diciamo che in questa fase non s’è ulteriormente allargata la forbice, almeno in termini di PIL; è anche significativo che a guidare la crescita nel 2016, tra tutte le Regioni italiane, siano Campania (con il 2,4%) e Basilicata (con il 2,1%), e che il settore che ha visto la maggiore crescita del valore aggiunto nel 2016 (il 2,2%) sia stata l’industria, specie quella non manifatturiera. A questa crescita ha contribuito un utilizzo finalmente efficace degli incentivi agli investimenti produttivi e in particolare dei Contratti di sviluppo, che hanno contribuito significativamente alla crescita specialmente in Campania.

Più contrastato è il quadro relativo all’occupazione. Se dal punto di vista strettamente del numero di occupati si riscontrano progressi significativi, come peraltro abbiamo visto su scala nazionale, la qualità dell’occupazione durante la crisi è peggiorata e non è migliorata granché. Sull’aspetto puramente “numerico”, come si vede dal grafico qui sotto (sempre prelevato dall’appendice statistica del Rapporto 2017), dal 2015 l’occupazione al Sud è cresciuta in proporzione più che nel resto d’Italia, dopo un drastico calo nel 2012-2013:

occupazione

Dal punto di vista della qualità dell’occupazione, è riscontrabile un aumento importante degli impieghi part-time, e una dinamica dei salari ancora sfavorevole ai lavoratori.

Come conseguenza, alla crescita dell’occupazione ha fatto solo parzialmente riscontro un miglioramento retributivo (che si vede solo nel 2016, dopo una perdita rilevante accusata negli anni 2010-2015) e un calo delle famiglie in condizioni di difficoltà economica (i poveri diminuiscono molto meno di quanto crescano gli occupati):

retribuzioni

poveri

Insomma, se è vero che il Sud “si muove” è anche vero che le condizioni di svantaggio in cui si trova sono finora state appena intaccate dalla “ripresa”, mentre il Centro-Nord ha sostanzialmente recuperato le posizioni ante-crisi.

In conclusione, aggiungerei ai dati due mie considerazioni. La prima è che non esiste una maledizione divina per cui al Sud le cose debbano andare male. Certamente, esistono ritardi e fragilità strutturali, e mille altri motivi che svantaggiano il nostro Sud; ma è altrettanto vero che, specie in presenza di politiche strutturali che compensino almeno in parte questi svantaggi, ottenere dei miglioramenti è possibile. E se è possibile, bisogna esigere che accada, perché quelle aree non possono sopportare altra malagestione.
La seconda è che, specie in un contesto che rimane fragile e socialmente debole, una ripresa economica non si traduce automaticamente in un equivalente miglioramento delle condizioni di vita delle classi più svantaggiate. In assenza di politiche attive e di un’adeguata vigilanza (dello Stato, dei sindacati, delle organizzazioni d’impresa) sul mercato del lavoro, il rischio è che il diverso potere contrattuale di imprese (corrette e meno corrette) e lavoratori si traduca in una compressione ulteriore delle condizioni di questi ultimi, accrescendo quei divari che sono uno dei segnali più eloquenti, a mio avviso, della fragilità di un sistema economico e sociale.

L’immagine di apertura riproduce il dipinto Galileo davanti al Sant’Uffizio, di Joseph-Nicolas Robert-Fleury.

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