In USA la Network Neutrality non è più di moda

Da noi non è un argomento che ottenga titoli a nove colonne sui giornali, ma gli effetti pratici che le decisioni degli USA sulla Network Neutrality potranno avere sulle nostre vite sono certo più rilevanti di quelli derivanti dalla mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali. Le ultime notizie in merito, che indicano una direzione ormai apparentemente definita per le decisioni della FCC, l’ente di regolamentazione statunitense, dicono che a breve sarà abolita la normativa emanata nel 2015 sotto l’influenza della presidenza di Barack Obama, proprio come oggi la scelta di “deregolamentare” è figlia dell’elezione di Donald Trump e della conseguente maggioranza repubblicana nella Commissione.

Cosa si intenda per Network Neutrality e perché si tratti di un argomento di grande importanza l’abbiamo spiegato in un post pubblicato appunto prima che sia la FCC che l’UE decidessero di trasformare in normativa vincolante quello che per decenni è stato un principio ispiratore dell’evoluzione del web, senza che ci fossero leggi scritte a imporlo. In estrema sintesi, la Network Neutrality è un principio in base al quale gli operatori di telecomunicazioni (in breve spesso chiamati Telco) che forniscono a tutti noi l’accesso a Internet non possono decidere di rendere più rapido (o rallentare, o bloccare), che so, l’accesso al sito del Corriere della Sera anziché di Repubblica. E tanto meno possono trattare differentemente il traffico dei propri siti rispetto a quelli dei concorrenti.

Questo principio, esplicitamente o no, è alla base della nostra idea di Internet, ed è stato generalmente rispettato da quando Internet esiste. Generalmente significa che se guardiamo un film online, che so, su YouTube, la qualità dipende essenzialmente dal tipo di collegamento che abbiamo (fibra, ADSL, ecc.) e non dal fatto che il nostro operatore abbia o no un accordo con YouTube, o che noi paghiamo una certa cifra apposta per vedere meglio in particolare i video su YouTube. Come ricordavo, in USA il principio di Network Neutrality è stato formalizzato nel 2015 appunto dalla FCC a guida (allora) democratica, che stabilì che l’accesso a banda larga a Internet è un servizio di telecomunicazioni base, e non un servizio informativo. In sostanza: ormai un accesso veloce a Internet è un servizio essenziale come l’elettricità o l’acqua, e come tale dovrebbe essere regolamentato con garanzie chiare.
Chi è contrario alla regolamentazione in genere ricorda appunto che, tolti gli ultimi pochi anni, simili regole non sono mai state imposte per legge, eppure Internet si è diffusa, la banda disponibile a noi utenti è continuata a crescere, e le aziende che offrono contenuti e servizi senza avere una propria rete (i cosiddetti OTT) sono prosperate. Perché dovremmo aver bisogno di una normativa proprio ora? E perché dovremmo porre limiti alla libertà del “mercato”? Questa è essenzialmente la tesi dell’attuale guida della FCC (incidentalmente, il linguaggio propagandistico usato dovrebbe far suonare qualche campanello d’allarme).

Le opinioni di chi, specie in USA, considera disastrosa la scelta annunciata dalla FCC sono ovviamente antitetiche. Tra i tanti, suggerisco la lettura ad esempio di un articolo di Mashable che osserva che la cancellazione annunciata dal nuovo presidente della FCC deregolamenterà completamente questo settore di servizi, lasciando alle Telco il solo obbligo di dichiarare nei contratti con gli utenti quali eventuali politiche discriminatorie applicheranno verso questo o quel fornitore di contenuti. Ed è utopistico pensare che le Telco, affamate di entrate come sono, rinunceranno a monetizzare questa libertà, a danno degli utenti.

D’altronde, anche in presenza di regole apparentemente chiare è difficile evitare qualsiasi tipo di distorsione. Come accennavo, nell’UE esiste una normativa che impone la Network Neutrality, in vigore dal novembre 2015, che prevede che le Telco nel fornire i servizi di accesso a Internet dovranno astenersi da “bloccare, rallentare, alterare, limitare, interferire con, degradare o discriminare tra specifici contenuti, applicazioni o servizi”. Sembra abbastanza chiaro, no?
Eppure, in un certo senso non basta. Facciamo un esempio a noi vicino: come saprete, la TIM offre un servizio di TV mobile chiamato TIMVision “senza consumare Giga” (intesi come traffico dati incluso nell’abbonamento mensile). Insomma, se si usa TIMVision, il traffico è gratis; se invece si usa, che so, Netflix, il traffico consumato è detratto da quello disponibile nel mese. Chiaramente, è una disparità di trattamento, anche se TIM non interferisce con la qualità del segnale di chi guarda Netflix, perché in concreto guardare Netflix comporta una spesa supplementare.
Questo espediente commerciale è stato portato all’estremo dall’operatore portoghese MEO, che offre dei “pacchetti specializzati”, che in pratica dietro pagamento di 4,99 Euro al mese consentono di utilizzare determinate app senza pagare il traffico a parte. Naturalmente, il traffico per i servizi offerti direttamente da MEO è già gratis.

Meo

I pacchetti di dati offerti dalla Telco portoghese MEO

Il risultato è che in questo caso i fornitori di servizi e applicazioni sono divisi addirittura in tre categorie:

  • La Telco stessa: chi usa i suoi servizi può consumare traffico dati senza pagare;
  • Quelli inclusi negli elenchi della figura qui sopra (come Netflix o YouTube per i video): chi usa i loro servizi può comprare un pacchetto di traffico dati a 4.99 Euro;
  • Tutti quelli non inclusi in questi elenchi (come Vimeo per i video): chi usa i loro servizi deve pagare il traffico a consumo, spendendo quindi tipicamente molto di più.

È chiaro che, nonostante che l’accesso ai servizi sia formalmente libero, questa è una forma di discriminazione. Eppure questo accade senza violare la normativa europea sulla Network Neutrality, e cose simili accadono in USA nonostante la regolamentazione del 2015; un buon articolo sui rischi di questa situazione è ad esempio questo, pubblicato sul Los Angeles Times. Difficile non aspettarsi che in assenza di regolamentazione le Telco applichino politiche anche parecchio più aggressive, magari con la velleità di tornare ai fasti dei walled garden di cui abbiamo parlato in un altro post.

Quindi adesso cosa accadrà? Rispondere a questa domanda non è facile, perché la Net Neutrality è un principio di equità e imparzialità, la cui traduzione in una legge è difficile e lascia, come abbiamo visto, spazi grigi che possono essere impiegati in senso opposto al principio stesso. Però è chiaro che la deregolamentazione non avviene per caso: gli operatori di telecomunicazioni hanno fatto pressioni per ottenerla, e quindi è certo che ne approfitteranno. Aspettiamoci che i giganti di Internet diventino sempre più… gigantechi, e che le Telco, anche grazie a fusioni e accordi, tentino forse per un’ultima volta di imporre i propri servizi in concorrenza con quelli dei terzi. Alla fine, se ci riusciranno o no dipenderà molto da noi: se ci opporremo alle distorsioni commerciali del servizio di accesso alla Rete, forse riusciremo a difendere il nostro diritto di scelta.

6 commenti

  • Come possiamo concretamente opporci alle distorsioni commerciali del servizio di accesso alla Rete?

  • La vedo difficile che da parte nostra si possa realmente influenzare l’operato delle telco, senza interventi legislativi, la vicenda delle bollette mensili docet. In questo mondaccio finisce sempre che comanda il denaro alla faccia dei servizi da rendere ai cittadini.

  • Mi pareva di aver capito che Big Data (Microsoft, Facebook, Alphabet) sia sia dichiarata fortemente contraria. É così dottore? Grazie e saluti

    • In generale, le Telco (ovviamente) auspicano che la Net Neutrality venga abolita, mentre gli OTT (ossia i fornitori di servizi che non possiedono una rete) altrettanto ovviamente sono accesi fautori della Net Neutrality.

  • Se ho ben compreso il problema, a me la soluzione sembra (teoricamente) semplice, basta che:
    1°) la gente prenda coscienza del problema;
    2°) ci sia una telco T che si impegna a perseguire la “Neutalità in rete” (Ottonieri, mi scusi, ma dopo tutti gli strali sull’uso dell’inglese invece dell’italiano, mi è venuto spontaneo …);
    3°) si abbia il coraggio di cambiare dall’attuale telco a T (la telco “democratica”).
    Così tutte le telco che non perseguono la neutralità in rete saranno destinate al fallimento.

    Ovviamente non sto scherzando: in teoria è semplice.
    In pratica, però:
    1°) so che “la gente” non solo non sa nemmeno che cosa sia la coscienza, ma non sa nemmeno che cosa sia un problema da risolvere;
    2°) le telco si guardano bene da farsi una sana concorrenza e dal presentare offerte CHIARE e “garantite”;
    3°) “la gente” ha il coraggio di cambiare solo per un vantaggio economico, visto che, ovviamente, “altrimenti non ne vale la pena”.

    In raltà sono un po’ più ottimista di come ho scritto …. , ma giusto “solo un pochino di più”!

    • Tutto giusto, diciamo che in USA c’è più consapevolezza su questo tema. Molti si sono anche già scontrati con situazioni in cui le loro Telco degradava apposta il segnale di Netflix per costringere quest’ultima a pagare un “premium”.
      Incidentalmente, suggerirei “Neutralità della rete”.

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