Razza, mafia e altre tribù

Sono assolutamente certo che non occorra parlare, qui su Hic Rhodus, della stupidaggine del concetto di ‘razza’. Ho sottolineato “qui su Hic Rhodus” perché poi sappiamo che c’è un mondo strano, là fuori, dove i discorsi forbiti, tecnici, un filino scientifici, che servono a spiegare perché non si possa proprio parlare di ‘razza’ in senso stretto, non sono graditi, sono faticosi da leggere e, se proprio si devono leggere, sono considerati semplici pareri contestabilissimi o, peggio, menzogne pagate da poteri forti (noi, ad ogni buon conto, qualche suggerimento finale per approfondire lo mettiamo; poi, vedete voi).

Attilio Fontana ha dichiarato, a Radio Padania:

Dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o se devono essere cancellate.

E ovviamente da qualche giorno non si parla che di questo. E’ giusto. E’ doveroso. Il fatto è – a mio parere – che malgrado la connotazione xenofoba sia evidente (lui parlava in riferimento all’immigrazione), Fontana ha utilizzato un linguaggio ordinario dove con ‘razza’ si intende più un popolo che non una sorta di sotto-specie distintiva. Non sto cercando di giustificare Fontana ma, all’opposto, di aggravare la colpa di chi utilizza categorie sociali (anche ‘Patria’ è il pole position) in maniera stereotipata, meccanica, senza riflettere. O peggio ideologica, consapevole, e quindi totalmente imperdonabile.

Il vero torto di Fontana – cerco così di spiegarmi meglio – riguarda la concezione di un “noi” che deve difendersi da un “loro”; che poi dica “noi bianchi” o “noi italiani” o, perché no? “noi padani”, cambia poco. Il torto è l’ideologia che esclude anziché quella che include, quella che si arrocca anziché aprirsi, quella che ha già pre-saperi e pre-giudizi che servono a spiegare il mondo anziché godere dello scambio e del confronto per allargare la mente. E per essere chiaro fino in fondo: qui su HR abbiamo già espresso, da un lato, solidarietà agli immigrati (con numerosi articoli) ma perplessità sullo Ius Soli, e lo segnalo proprio per sottolineare la necessità di un dibattito razionale e serio che da un lato non può negare la realtà e dall’altro cerca soluzioni non emotive. Le soluzioni devono essere oggetto di analisi e riflessioni profonde, ma il fenomeno non può essere negato né si può ignorare la straordinaria differenza nelle mille e mille storie di questi immigrati (molti dei quali rifugiati) che non possono essere rinchiusi nella categoria di un “loro” minaccioso per la nostra identità (e comunque molti immigrati sono di epidermide assai più bianca di non pochi italiani).

Il dibattito sulla razza, a mio avviso, deve allargarsi a un dibattito sul modello di società che vogliamo, più o meno inclusivo. Vale in tutto l’Occidente, ma in Italia ha connotazioni particolari a causa di un particolarismo che ha radici storiche precise e note, che ha portato ai “campanili”, ai Guelfi e Ghibellini, alle mafie e ‘ndrine. Siamo tutti membri di qualche clan tanto quanto siamo tutti poco italiani. L’Italia come nazione è ignota (salvo ideologizzarla come astratta Patria), come stato è disprezzato dai suoi cittadini, salvo tessere fuori luogo le lodi di un Bel Paese da cartolina che vive ormai come leggenda metropolitana. Non ci sentiamo italiani ma siamo fortissimamente milanesi o romani o bergamaschi (differenziando fra Bergamo alta e bassa), perugini (ma non confondiamo il centro coi ‘ponti’), Lametini (distinguendo nettamente fra nicastresi, sambianesi o di Sant’Eufemia); ci sentiamo tifosi, accidenti! ci sentiamo vegani o anti-vegani; ci sentiamo insegnanti, tassisti, commessi, notai, edili, tutti – assolutamente tutti – coi diritti acquisiti da difendere; ci sentiamo liberali o comunisti, e poi comunisti veri e comunisti più veri, ci sentiamo genitori in lotta per gli interessi superiori dei figli e figli in lotta per comperare l’iPhone ed essere così in lotta con quelli che c’hanno Android.

Siamo parte di clan. Qualcuno più mafiosetto degli altri. E difendiamo il benessere, la posizione sociale, l’onorabilità e il diritto di sputare per terra contro gli altri clan che, con una superbia e protervia che il nostro clan non può proprio mandar giù, pretenderebbero di essere più di noi, meglio di noi, facendo cose che non tolleriamo, pretendendo ragioni che non hanno, invadendo spazi che sono nostri. Loro.

Facciamo un gioco: tracciate mentalmente un vostro profilo, per esempio: romano e romanista, comunista, impiegato al catasto e genitore di ragazzi che vanno alle medie, mangiatore di pesce e grande giocatore di briscola.

Adesso pensate: quanti amici (non generici conoscenti; quelli di Facebook non contano) avete di altre città? laziali? liberali o comunque di destra? liberi professionisti? single o senza figli, semmai omosessuali? vegetariani? che non giocano a nulla?

Proseguiamo il gioco, facciamolo diventare una cosa seria: datevi un solo punto negativo per ogni amic* simile a voi (proseguendo con l’esempio sopra: un punto per ogni romano, un punto per ogni romanista, un punto per ogni comunista…) e ben 5 punti positivi per ogni amico diverso da voi (non romano, non romanista…). Scommetto che malgrado la differenza di peso (un solo punto contro 5) il vostro bilancio finale sarà negativo. Chiamiamolo “indice di socialità”, così innoviamo un po’ gli studi sociologici nel settore. Se avete un punteggio molto negativo (avete cioè molti amici simili e pochi dissimili) sarete portati a pensare che la vostra visione di mondo sia giusta e ovvia: tutti quelli attorno a voi dicono la stessa cosa, sarà certamente vera! (Nota a margine: la nuova politica Facebook incrementerà questa sensazione di essere nel giusto). Se avete un punteggio positivo, siete invece abituati alla diversità e al pluralismo. Non vi importerà nulla delle fedi o delle abitudini sessuali degli altri perché avrete amici e amiche omosessuali, atei o buddisti; non vi importerà un fico secco di ciò che mangiano, perché vivrete fra carnivori, vegani, celiaci; saprete quindi che il mondo è variegato, e che alla vostra verità si contrappongono altre verità.

In conclusione il discorso sulla razza, esattamente come quello sulla patria, sulla fede, sulla politica, può essere un discorso di paura oppure no: paura del diverso è paura del confronto, paura di non essere come vorremmo far credere a noi stessi; è diffidenza perché nel nostro intimo sappiamo che gli altri farebbero bene a diffidare di noi. Poi ci sono varietà differenti di questa paura. La paura del politicamente diverso è insicurezza delle nostre fragili convinzioni; la paura della sessualità diversa è incertezza della nostra identità sessuale; la paura del “nero” è egoismo minacciato, paura di perdere benefici, paura che il poco che abbiamo sia sottratto dall’archetipo di tutte le paure: l’uomo nero che viene da lontano.

Risorse:

10 commenti

  • Mi pare di aver letto che la variabilità genetica tra gli individui all’interno di una c.d. razza possa essere altrettanta che tra individui appetenti a 2 c.d. razze diverse. Non ha caso la maggior variabilità genetica si trova nei popoli dell’Africa sub sahariana, poiché esistono da più tempo. Popolazioni isolate, come i pigmei del centro Africa o gli indigeni della Terra del fuoco, potrebbero aver sviluppato omogeneità maggiore tra gli individui per specifiche pressioni selettive e maggiori distanze rispetto agli altri per deriva genetica non compensata da rimescolamento. Potrebbero e comunque il termine giusto é popolazioni.
    Il problema in definitiva non é se esistono o non esistono le razze; se noi attribuiamo alla pelle scura il concetto di razza sbagliamo dal punto di vista scientifico (la pelle scura l’hanno i bantu, i pigmei, i sudanesi, i malesi, gli aborigeni, i melanesiani) ma creiamo una categoria basata su un aspetto esteriore. Questo, seppur abbastanza grezzo, può assumere valore come tutte le altre categorie fisiche e non che ci permettono di semplificare il mondo (noi e gli “altri”). Il problema come ha detto Boncinelli é l’uso strumentale del termine per giustificare una difesa di spazi, tradizioni e identità culturali minacciate.
    Tant’é vero che non ho mai sentito parlare di apartheid verso specifiche razze feline, riguardo le quali apprezziamo la varietà esistente; certo, a parte quelli che ancora si strofinano gli zebedei quando incrociano un gatto nero 😉
    P.s. Che poi, anche il colore del pelo, da solo, non fa razza felina, neppure nominalmente

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    In certi ambienti sofisticati, il legame con una patria, una cultura, un territorio sono visti come un limite, un impedimento, una palla al piede, espressione di “populismo”, ossia di piccineria e meschinità. Il dichiararsi “multiculturali”, cittadini del mondo, figli dell’universo fa molto chic. L’apice della modernità, anzi della post-modernità, è raggiunto da chi puo’ vantarsi di aver nelle vene il sangue delle razze (che non esistono ma è come se esistessero…) più disparate, di cui almeno un paio esotiche. L’ideale sarebbe qualche goccia di sangue Navajo, Cherokees… Il nuovo modello razziale da salotto bene progressista è una sorta di meticciato. Mi riferisco soprattutto al Canada, paese multiculturale per eccellenza. Ma ricordo che una svizzera incontrata in treno anni fa – quando, a dire il vero, dei Rom non si parlava piu’ di tanto – mi dichiaro’ di aver scoperto solo di recente che suo marito, nato in Romania o in Ungheria non ricordo piu’, aveva sangue Rom, anzi “zingaro”, “gitano” che fanno piu’ romantico. Cosa ch’egli aveva tenuto nascosto per anni alla moglie. E che invece per sua moglie, anticonformistica “cittadina del mondo”, era un motivo di vanto. Ed ella rimpiangeva di non averlo saputo prima.
    In Italia, un segno di distinzione, sangue o non sangue, è di “non sembrare italiani”.
    Il “sangue”, comunque, è tornato ad essere qualcosa di cui menar vanto. Ma il discorso sul sangue che scorre nelle nostre vene, e di cui andiamo fieri, è possibile solo se, nascendo, lo abbiamo ereditato da ceppi razzialmente disparati. Ossia se lo possediamo sotto forma di cocktail, in cui le percentuali dei vari componenti contano molto. Questo cocktail razziale, in cui il sangue è motivo di vanto, è l’opposto del sangue “puro” celebrato dai razzisti vecchia maniera. Possiamo quindi dire che il nuovo razzismo si è nobilitato assumendo un nuovo volto. Un volto postmoderno alla Picasso.

  • Ottima argomentazione, che condivido. Da sempre sostengo che viaggiare, conoscere altre culture cercando di partecipare al loro quotidiano, assimilandole, apre la mente e permette di costruire la propria visione del mondo in modo plurale e molto più ricco sotto tutti gli aspetti. Introdurrei anche lo studio dell’antropologia culturale nelle scuole, oramai non se ne può fare a meno. A questo punto mi vien da citare il grande scrittore e filosofo spagnolo Miguel de Unamuno : “El fascismo se cura leyendo y el racismo se cura viajando” (Il fascismo – inteso come pensiero unico – si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando). Leggere, studiare, viaggiare, frequentare persone che vengono da lontano, provare cibi diversi dai nostri, imparare varie lingue, lavorare e vivere in altri Paesi, uscire dal soffocante utero del proprio clan : essere liberi.

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    “Il fascismo si cura leggendo…” Sarebbe quindi bastato che da noi: D’Annunzio, Barzini, Malaparte, Marinetti, Papini, Gadda, Vittorini, Maccari, Pirandello, Gentile, e in Francia Louis-Ferdinand Céline – tanto per citare qualche nome – avessero letto solo un po’ di più… E che certi autori fascisti delle voci dell’enciclopedia Treccani – non tutti gli autori erano fascisti, diversi erano ebrei – che tanto scrissero, avessero letto quello che scrivevano…

    • Non concordo con la sua risposta. Al primo fascismo aderì il 90% della popolazione, e gli autori da lei citati andrebbero visti caso per caso e molti si dissociarono a fascismo ancora vigente. Se l’apertura mentale (leggere, viaggiare, conoscere) non ci può salvare dal fascismo (e dal populismo) non credo che lo possano l’ignoranza e il particolarismo. È come il vaccino anti influenzale; non è sicuro al 100% che ti eviti l’influenza, ma se non ci fosse, l’influenza colpirebbe il 100% della popolazione.

    • Ho specificato che in questo caso, ampliando il pensiero di Unamuno, “fascismo” è da intendersi come visione unilaterale delle cose, non come pensiero politico o filosofico da definizione Treccani. Lo stesso concetto sarebbe applicabile a qualunque atteggiamento totalitario : che potremmo dire, ad esempio, di Stalin, o dell’attuale Kim Jong-un ? Non è il colore della bandiera che fa il dittatore, ma il suo modo unilaterale ed inamovibile di vedere le cose.

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Le minoranze in taluni paesi invocano la loro componente etnica per poter beneficiare di uno status giuridico particolare.
    “US Census Bureau” s’interessa alle categorie razziali (o etniche che dir si voglia), attraverso domande rivolte ad accertare il sangue, anzi la quantità di sangue (negli USA: “Blood quantum Laws”) necessaria, per legge, per poter essere considerati un “full-blood Native American”. Anche in Canada, per essere considerati appartenenti al gruppo aborigeno, occorre far valere che si ha la giusta percentuale di sangue del tipo nativo. Per i meticci esistono egualmente disposizione ad hoc, anche se la percentuale del sangue nativo richiesto per essere iscritti in tale categoria è piu’ ridotta.
    Le varie tribu’ indiane posseggono una disposizione legislativa interna che stabilisce chi possa appartenere legalmente alla loro tribu’, perché in possesso della percentuale predeterminata di sangue. Ad esempio, per la Eastern Band of Cherokee Indians of North Carolina, è richiesto un minimo di 1/16 di sangue Cherokee. Vi sono tribu’ che richiedono come percentuale del giusto sangue 1/2,altre ancora 1/8…
    Ma la determinazione della razza (o se si preferisce “etnia”) non è limitata solo ai “nativi”. Spesso lo si fa per altri gruppi etnici, a causa di varie misure dirette a favorire certe etnie considerate svantaggiate, vedi i neri e la “positive action” negli USA. E lo si fa anche per avere un ritratto il piu’ possibile fedele – in Canada ad esempio – del multiculturalismo nelle varie aree del paese.
    In Israele vigono severe regole per l’inumazione nei cimiteri ortodossi di corpi in regola con le disposizioni religioso-biologiche stabilite dalla Legge.
    Dal Web sul cantante Steven Tyler: “Birth Name: Steven Victor Tallarico. Place of Birth: New York City, New York, U.S. Date of Birth: March 26, 1948. Ethnicity:
 25% Italian, 
25% German, 
25% Polish,
 25% British Isles (mostly English, with distant Welsh).”
    Nel 2012, il romanziere Tom Wolfe, celebre per i suoi libri che sono un misto di finzione e di analisi sociologica circa i modi di vivere e di pensare degli americani, ha pubblicato “Back to blood” (“Ritorno al sangue”), libro consacrato a Miami e alla sua popolazione divisa lungo le linee del sangue: afroamericani, cubani, haitiani, ispanici dell’America Centrale e meridionale, wasps, ebrei… Chiunque conosca Miami sa che questa divisione lungo le linee etniche è una realtà.

  • In fondo Fontana ( o altri),raccontano ciò che la società vuole sentirsi raccontare

  • In ogni caso, a parte l’ottusità di alcuni, la mancanza di formazione e l’intenzione di strumentalizzare , di che “razza italiana” si sta parlando? Apriamo un qualunque libro di storia, o di genetica : siamo la nazione con la maggior variazione genetica d’Europa, cioè siamo dei meticci bastardelli, frutto di innumerevoli invasioni e dominazioni. Certe affermazioni fanno ridere i polli 😀 😀 Qui una letturina un po’ lunga ma interessante : http://genealogiagenetica.it/storia-genetica-degli-italiani/

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Invece di “razza” si dovrebbe parlare di “etnia”, di “cultura”. Ma non tutti lo fanno. Non lo fanno certe etnie minoritarie che usano invece la parola razza molto volentieri per designare se stessi: vedi gli aborigeni nordamericani. Il calcolo della percentuale giusta di sangue è per loro è un elemento fondamentale, dato che essi intendono escludere da certi diritti e privilegi chi non appartenga alla loro tribù.
    Anche se “razza” è ormai termine tabù, “multirazziale” è accettabile. “Multirazziale” non è tabù benché parli di “razze”. Come mai? Quel “multi” rende la parola virtuosa: multirazziale evoca la non esclusione, la coesistenza, la parità di etnie, di… “razze” stavo per dire. Sarebbe ingiusto a chi parla di una società sanamente multirazziale opporre l’obiezione: “Ma di cosa sta parlando… le razze non esistono!”.
    Poi vi sono i ragionamenti improntati ai buoni sentimenti, nei quali il termine razza è ammesso perché il ragionamento è virtuoso. “Gli ebrei, sono una razza o un gruppo religioso?” Questa domanda la si trova in tutte le lingue in Rete. Vi sono addirittura libri consacrati alla questione. E la virtuosa risposta di rabbini, studioso, esperti, è, parola più parola meno: “No, gli ebrei sono un gruppo religioso, un popolo, una nazione, ma non una razza, dal momento che nel corso dei secoli sono confluite nei loro ranghi razze diverse”. La “political correctness” dovrebbe invece spingerci a subito obiettare che le razze non esistono.
    Vi sono poi termini ambigui, su cui occorrerà fare chiarezza, invitando gli autori di dizionari ad evitare la parola razza nelle loro definizioni (che attualmente purtroppo la includono). Mi riferisco a “meticcio”. In inglese “half-breed”. Meticcio = “Persona nata da un genitore di razza bianca e da uno di razza diversa”. Half-breed = “A person whose parents are of different races, especially the offspring of an American Indian and a person of white European ancestry.”

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