Il futuro dell’Europa dipende da noi, non da Conte o da Wopke Hoekstra

Le visioni di pace perpetua, democrazia inclusiva, prosperità economica e un modello liberale di libero mercato, che hanno dominato gli atteggiamenti e le previsioni per il futuro del continente europeo nel 1989, appaiono più lontani dalla realizzazione. Al contrario, il nazionalismo in aumento e il crescente sentimento contro l’establishment degli ultimi anni hanno lasciato il posto alla disillusione. L’era delle espansioni multi-stato e della decisa armonizzazione delle politiche sembrano essersi arrestata. (Karin Larson, A Future for the European Union After the Pandemic? “The Chicago Council on Global Affairs”, 26 marzo 2020)

Comunque la pensiate, questa è la seconda crisi europea (dopo quella dei migranti del 2015) in cui l’Unione mostra la sua sostanziale incapacità d’azione, o meglio: la mancanza di una condivisa capacità di azione, frutto di scelte comuni, razionali, efficaci per l’insieme dei membri. In entrambe le crisi è mancato l’ingrediente principale che doveva fare, dell’Unione, una casa comune: la solidarietà:

La solidarietà tra europei è un principio chiave dei trattati dell’UE. E si deve vedere in momenti come questo. Senza solidarietà non può esserci coesione, senza coesione ci sarà disaffezione e la credibilità del progetto europeo sarà gravemente danneggiata. (Pedro Sànchez, Europe’s future is at stake in this war against coronavirus, “The Guardian”, 5 aprile 2020)

Non c’è sostanzialmente commentatore internazionale che non punti il dito su questa gigantesca lacuna, spesso rammentando anche come l’Europa abbia inizialmente negato aiuti all’Italia, lasciandola sola nell’affrontare il coronavirus.

Sfortunatamente, un virus microscopico potrebbe realizzare ciò che la Brexit, la crisi migratoria o la crisi finanziaria del 2008 non sono riuscite a fare: ferire fatalmente l’Unione europea. Contrariamente ai passi in avanti delle istituzioni europee, vediamo l’irresponsabilità di pochi, ma potenti, governi nazionali – più interessati ai calcoli elettorali nazionali a breve termine che alla salute e al futuro del progetto comune – esacerbando ulteriormente l’attuale crisi. Tuttavia, nell’Europa meridionale, e quindi in tutta l’Europa, esiste un solo vaccino contro il collasso economico, a seguito della crisi sanitaria. Si chiama solidarietà. (Florent Marcellesi, Evelyne Huytebroeck e altri esponenti politici verdi europei, Es hora de la Europa solidaria: ¡coronabonos ya!, “El diario”, 4 aprile 2020 – QUI la versione in inglese)

Infine (per andare al nocciolo della questione): 

Se il pacchetto di stimolo annunciato dopo l’incontro tra i ministri delle finanze dell’UE sia sufficiente a placare o meno l’Italia e la Spagna si vedrà una volta che l’Europa inizierà il processo di riavvio della sua economia. Il non consenso sulla mutualizzazione del debito può rimanere una spina per la solidarietà europea in quanto la recessione economica colpisce le economie già in difficoltà del sud. (Naurah Khurshid, Coronavirus and the future of European solidarity, “Daily Times”, 19 aprile 2020)

E in Italia, come si sa da recenti sondaggi, l’affezione verso questa Europa sta scemando velocemente, anche – e questo è realmente un segnale di pericolo – presso europeisti convinti come, a titolo d’esempio, il sottoscritto. Pur comprendendo quanto scritto ieri, qui, da Juri Marini, anche io mi aspettavo di più, desideravo di più… Ma i desideri non sono, ovviamente, realtà politiche, né tantomeno solidi Euro da tirare fuori da qualche tasca…

Partiamo quindi da qui: comunque la pensiate, questa non è l’Europa per la quale abbiamo lottato e lavorato per decenni: non è la nostra Europa sia che siate rigoristi filo-olandesi e pro-Merkel, sia che siate spendaccioni italiani.

Come scrive Joe Zammit-Lucia, fondatore di Radix, un think tank liberale europeista,

Se mai qualcuno ha avuto bisogno di prove che, culturalmente ed emotivamente, l’Europa rimane una raccolta di stati-nazione e comunità definite da identità nazionali, [l’attuale crisi del coronavirus ha permesso di] vedere con i propri occhi, ascoltare con le proprie orecchie e leggere da soli i dati. Accettare questa realtà è vitale per il futuro dell’Europa. Non ha senso vivere in un universo alternativo che solo pochissimi abitano realmente. Il processo di integrazione culturale ed emotiva su cui è costruita la vera solidarietà è multigenerazionale.

Aggiungiamo quanto scrive Nicoletta Pirozzi dello IAI – Istituto Affari Internazionali:

La sostenibilità a lungo termine del progetto europeo richiede la sua riforma in nome di una maggiore integrazione. Per raggiungere questo obiettivo sono necessari tre elementi fondamentali: sostegno dei cittadini, volontà politica dei leader e azione coraggiosa delle istituzioni. Il sostegno popolare alle istituzioni europee è stato gravemente influenzato dalla pandemia di COVID-19, specialmente in Italia. Un recente sondaggio di marzo dimostra come solo il 30% dei cittadini italiani abbia fiducia o un’alta fiducia nell’Unione europea (nel 2000 era il 57%), mentre il 70% ha poca o nessuna fiducia.

La breve carrellata (quasi casuale: trovate una quantità enorme di articoli e commenti di questo tenore sulla stampa internazionale) ci porta quindi alla seguente riflessione:

possiamo forse pensare di andare avanti così?

Intendo dire: in un modo o nell’altro, con qualche compromesso più o meno accettabile, passerà anche questa crisi, ma soltanto per fare il posto a un’altra, poi un’altra ancora… Una volta la crisi è finanziaria, un’altra volta è umanitaria, o sanitaria, o geopolitica… C’è sempre una crisi nel mondo globalizzato, perché mai come oggi uno starnuto di Xi Jinping ha conseguenze sulla vita di Claudio Bezzi in Italia, Alìcia Carvalho in Brasile e Amaka Gambo in Nigeria. Così come un’uscita estemporanea di Trump, un conflitto locale che in altre epoche sarebbe rimasto circoscritto, un problema finanziario in Nuova Zelanda o il vulcano col nome impossibile in Islanda.

Quindi vi ripropongo il quesito: fra un anno, fra tre anni, cinque, dieci, saremo ancora lì a brontolare contro i perfidi crucchi che non sono comprensivi? Andremo ancora a pietire (pietire sempre, anche se arrogantemente) soldi che riteniamo di giustamente pretendere? E vedremo ancora, e ancora, i perfidi crucchi lamentarsi del fatto che basta, non se ne può più, abbiamo un debito vergognoso, buttiamo soldi alla finestra (vedi Alitalia, ancora in questi giorni) e quindi in malora, dobbiamo arrangiarci!

La cosa che pavento è una situazione alla Ricomincio da capo, il film con Bill Murray che rivive sempre lo stesso giorno; ecco: un’Europa cristallizzata in questi ruoli: noi spendaccioni, litigiosi, patetici, sempre sull’orlo di una crisi di nervi e loro (i bravi, i virtuosi, insomma quelli antipatici) sempre lì a bacchettarci. Che poi quello che succede realmente è una cosa molto diversa: e cioè che loro (gli antipatici) una qualche soluzione per accontentarci la trovano, come in questi giorni, ma a noi mica va bene, volevamo di più, e lo volevamo col sorriso sulla bocca, non col muso storto che ci fanno quando – esasperati – ci danno una mano.

Comunque, deve essere chiaro, nulla torna e ritorna come prima; il gioco delle parti, fra noi e loro, è sempre il medesimo, ma riproposto in forme sempre nuove e inedite che prima o poi si scontreranno con la madre di tutte le crisi (qualunque forma assumerà) che ci vedrà, definitivamente, col culo per terra.

Ecco allora che, a mio avviso, dobbiamo assumere un sano principio di realtà e cominciare a preparare un Piano B. E guardate che è più facile di quello che sembra perché di scelte vere e proprie ne dobbiamo fare pochissime, poiché la maggior parte delle variabili in gioco non è nelle nostre disponibilità:

  • il debito pubblico non verrà mai realmente aggredito da qualsivoglia governo, di destra o di sinistra, semplicemente perché nessun politico si vuole prendere l’onere di far patire enormi sacrifici agli italiani (per poi tornare a votare, massacrato dalle opposizioni);
  • la struttura dell’imprenditoria italiana è questa, fragile e frammentata (non ditemi, per pietà, che siamo tanto geniali, che piccolo è bello e che noi siamo forti per il generico brand italiano…), abituata da sempre al sostegno dello Stato;
  • la cultura, l’antropologia italiana, si cambia solo in secoli, neppure in decenni, e quindi resteremo, a livello di massa, il popolo che siamo, e sul quale abbiamo speso numerose pagine di critica su questo blog.

Insomma: noi non cambieremo; non in un paio d’anni, non in cinque anni né in dieci… E perché dovrebbero cambiare i tedeschi, o gli olandesi o i danesi?

Tenete infine presente – sempre fra i dati di scenario, immodificabili – che i politici sufficientemente seri, colti, informati e non ideologici, che parlano concretamente di questi problemi, possono raccogliere un elettorato probabilmente stimabile attorno al 10% (QUI i più recenti sondaggi), diviso fra almeno tre forze politiche delle quali possiamo anche, a volte, dubitare un pochino. Quindi: nessuna svolta politica in vista, continueremo a essere governati da ominicchi, populisti, fanfaroni, miracolati assortiti.

Comunque sia, c’è sempre un Nord, un Est, un Altrove che ci separa…

E se uscissimo dall’Euro? Questa sì che sarebbe un’ideona, la tipica ideona di chi, vistosi all’angolo e non avendo una sola idea in zucca, pensa di ribaltare il tavolo in cui sta giocando per ricominciare una partita nuova e diversa. Orbene, oltre agli articoli di Ottonieri su questo blog (ormai un po’ datati, ma sempre validi), potete leggere QUESTO articolo di Stefano Vozza (fra i tanti; questo è molto chiaro e semplice). Vi faccio il riassunto: no, non si può, a meno che non si accetti un lungo periodo di instabilità sociale e miseria nera. Gli avventuristi di destra (Salvini, Meloni, grillini anche se ripuliti) e sinistra (Rizzo, Fassina…), semmai con qualche aiutino da stampa estera non disinteressata, possono raccontarvela come pare a loro (l’Europa cattiva, meglio soli che male accompagnati, la Germania si arricchisce sulle nostre disgrazie, con la lira saremo sovrani…) ma la verità che conosce chiunque si informi è quella già scritta sopra: l’eventuale uscita dall’Euro costerebbe lacrime e sangue (vere, non metaforiche) agli italiani per un considerevole numero di anni, e avrebbe come esito, in ogni caso, la scomparsa dell’Italia da tutti i tavoli internazionali che contano; dopo anni di lacrime e sangue saremmo, senza speranza, una nazioncina povera, inconsistente, in totale balìa di qualunque potenza (Europa inclusa) che farebbe, in casa nostra, il bello e il brutto tempo, economicamente e politicamente.

Quindi: niente uscita dall’Euro. Altri piani B? Un qualunque Piano C? In conclusione di questa riflessione non posso che dichiarare l’impasse. No, gentili lettori: il Piano B non esiste. Se dall’Euro non si può uscire, e se non riusciamo a cambiare noi stessi, continueremo a essere i patetici zimbelli d’Europa, straccioni presuntuosi, molesti scrocconi che gli altri condomini europei devono sopportare per ragioni speculari alle nostre; neppure loro possono darci quel calcio nel sedere che desidererebbero, perché le ripercussioni negative sulle loro economie (e non solo su quelle) sarebbero maggiori dei costi di tenerci dentro.

Però, fatemi aggiungere: costretti a questa convivenza, se non sopportiamo più questo periodico teatrino, è del tutto evidente che l’unica serie di variabili nelle nostre mani è la nostra azione politica, il nostro futuro economico per come noi stessi siamo in grado di disegnarli.

Ma davvero dobbiamo avere una classe politica di cialtroni e tenercela? Ma davvero una minoranza di ragionevoli, moderati, razionali europeisti devono rimanere ostaggio della massa populista? Ma sul serio siamo fossilizzati nella nostra cultura, schiavi delle nostre cattive abitudini, destinati alla sconfitta per un destino cinico e baro che ha deciso di far scendere la sua maledizione su di noi?

La mia personale opinione, ben nota ai lettori di HR, è che mai come adesso una posizione paziente e moderata sia necessaria: leggere la realtà e tradurla ai nostri vicini (di professione, di casa, di cultura, di aperitivo…); mai strillare (ci confonderemmo nel mare di strilloni, molto ma molto meglio sussurrare nelle orecchie), mai alzare i toni, mai provocare (sono più bravi loro a farlo), mai dare notizie men che vere, testimoniare nei fatti concreti, ogni giorno, la nostra differenza, smontare ogni fallacia logica, denunciare ogni notizia falsa, stigmatizzare chiaramente i cattivi comportamenti senza paura di perdere qualche like su Facebook o qualche presunto “amico”; metterci sempre la faccia; insistere; insistere; insistere.

Solo un nostro profondo cambiamento ci potrà rendere interpreti credibili di un’Europa più solidale, non solo finanziaria. Solo un’Italia col debito pubblico contenuto, con riforme strutturali realizzate, con stabilità politica, con una credibilità estera potrà trattare da pari a pari coi tedeschi, con gli olandesi o con chiunque nel mondo, e quindi lavorare per un’Europa più giusta.

Ovviamente son belle parole, e ovviamente lasciano il tempo che trovano, ma solo fin quando non incontreranno teste, e braccia e gambe per moltiplicarsi, farsi politica, e cambiare la nostra classe dirigente. 

Ve lo dico: fra il nulla, e la speranza delle belle parole, preferisco le seconde.