Le pensioni: chi ha versato tanto, chi poco, chi niente

Nell’ultimo post pubblicato dal nostro autore ospite Alba, si parlava esplicitamente delle differenze di equità nella gestione delle pensioni che derivano dal diverso livello di contribuzione sul quale le pensioni stesse si basano. Quando leggiamo proposte di “contributi di solidarietà” (verso chi?) a carico delle pensioni più elevate, o dichiarazioni sibilline come quelle di Padoan secondo cui “le pensioni non si toccano, ma i dettagli andranno discussi”, l’unico elemento che viene preso in considerazione come parametro è l’importo della pensione stessa, e mai quanto quell’importo sia commisurato a quanto effettivamente versato dai lavoratori e dalle imprese. In questo post cerchiamo di riprendere le indicazioni proposte appunto da Alba, e portare avanti il ragionamento sul rapporto tra i ricorrenti “interventi” sulle pensioni (inclusi i tagli all’adeguamento all’inflazione) e la “copertura” contributiva che le pensioni stesse hanno. Al momento, ahimè, questo rapporto è inesistente.

Ripartiamo da un diagramma che abbiamo già visto in un precedente post sulla spesa pubblica: spesa Si vede chiaramente che la spesa per “prestazioni sociali” è ingente e in continua crescita. In base alle tavole di dati prodotte dall’Istat, delle prestazioni in sociali in denaro qui riportate (quelle “in natura” sono prevalentemente sanitarie) il 92% è costituito dalla Previdenza e l’8% dall’Assistenza. E’ quindi evidente il peso che la spesa previdenziale ha sul bilancio nazionale, e il motivo delle ricorrenti riforme del sistema pensionistico, nel tentativo di contenerne i costi per lo Stato. Eppure, è errato e iniquo discutere delle pensioni in modo indistinto come “spesa”: alla base dell’attuale sistema pensionistico contributivo c’è l’accumulo di contributi che alla fine costituiscono una forma di retribuzione differita, di cui lo Stato non è proprietario ma gestore, e che lo Stato quindi non solo non ha il diritto di decurtare, ma ha anche l’obbligo di mantenere costante nel suo valore reale, adeguandone interamente l’importo all’inflazione.

Insomma, le pensioni non sono tutte uguali, e forse scopriremo che la componente assistenziale è ben più alta dell’8%; cominciamo da una prima scomposizione relativa alla sola spesa previdenziale (la fonte dei dati è quella indicata sopra): pensioni 1 Vediamo quindi che un primo 20% della spesa per le pensioni non è finanziato dai contributi di chi lo riceve. Di  conseguenza, a mio avviso, questo costituisce in realtà una forma di assistenza, che può certamente essere legittima, ma che non ha niente a che vedere con la restituzione ai lavoratori della quota di salario differito che essi hanno versato sotto forma di contributi, e semmai dovrebbe essere a carico della fiscalità generale e non della gestione previdenziale. Ovviamente è sacrosanto riconoscere una pensione agli invalidi, anche se Cottarelli stesso ha evidenziato che il numero e la distribuzione geografica disomogenea delle pensioni di invalidità lasciano ritenere che ci sia una significativa quota di abusi, che costituiscono una forma di “assistenza impropria” a carico della collettività. Diverso è il discorso relativo alle pensioni di reversibilità, che vanno a mio avviso progressivamente abolite, visto che nella generazione dei 50-60enni (alla quale peraltro appartengo) le donne partecipano largamente alla produzione del reddito familiare, e questo è anche più vero per le generazioni più giovani. Si noti che le pensioni di reversibilità costituiscono una parte considerevole della spesa pensionistica, e che, se una volta avevano una ragione sociale precisa, oggi non ce l’hanno più (fatte salve ovviamente le pensioni in essere) e anzi possono produrre fenomeni distorsivi come le nozze degli anziani con le badanti, che si sono tanto diffuse da obbligare a varare una legge apposta per contenerne (ma non annullarne) gli effetti.

Tuttavia, gli squilibri tra contributi versati e pensioni erogate non finiscono certo qui. Come dicevo prima, le diverse transizioni di regimi e comparti pensionistici hanno creato un paesaggio a macchia di leopardo che ha favorito disarmonie anche gravi. Un calcolo interessante è stato svolto da Tito Boeri, Fabrizio Patriarca e Stefano Patriarca sull’ottimo sito lavoce.info, da cui prelevo la tabella qui sotto:

Da ‘Pensioni, l’equità possibile’ – su lavoce.info

In sostanza, gli autori hanno calcolato approssimativamente quanta parte delle pensioni in essere non è giustificata dai contributi versati (colonna ‘% di squilibrio’), e propongono un contributo di solidarietà progressivo da applicare non all’importo tout court delle pensioni come proponeva Cottarelli, ma appunto alla componente di “squilibrio”, ossia alla parte che supera l’importo che risulterebbe applicando a tutti integralmente il metodo contributivo. Vale la pena di notare che, considerando tutti i fattori che abbiamo incontrato e prendendo per buone le stime di lavoce.info, è ragionevole ritenere che più della metà delle attuali prestazioni pensionistiche non siano sostenute da un corrispondente monte di contributi versati. Tutt’altra sorte attende invece i giovani che lavorano con partita IVA o con contratti a progetto, per i quali si preannunciano pensioni bassissime, come prospettato già qualche anno fa da uno studio del CERP.

In sintesi: in questo momento, della spesa previdenziale fanno parte anche rilevanti componenti che non corrispondono, o corrispondono solo in parte, a contributi versati, creando una sperequazione nei confronti di coloro che andranno in pensione con il contributivo puro (e quindi idealmente riceveranno quanto versato), e ancora di più di coloro, più giovani, che rischiano di ricevere meno di quanto verseranno (v. questo articolo del Corriere). Queste componenti costituiscono di fatto una forma di assistenza, con l’inconveniente che non esiste nessuna garanzia che a beneficiarne siano soggetti effettivamente bisognosi (eccezion fatta per gli invalidi, almeno quelli veri). In questa situazione, introdurre un “contributo di solidarietà” sulle pensioni medio-alte, o bloccarne l’indicizzazione, senza fare distinzioni in base ai contributi versati costituirebbe non una riduzione di spesa ma una tassa selettiva (come dicevamo in altro post), con tutta probabilità incostituzionale come già decretato dalla Consulta in una precedente occasione. Viceversa, se si volesse cercare uno spazio per applicare un taglio di spesa non iniquo, lo si potrebbe trovare tassando in modo fortemente progressivo la sola componente previdenziale eccedente il contributivo, che, proprio per questo, costituisce spesa pubblica e non salario differito, e potrebbe essere oggetto di un provvedimento che non violi né la Costituzione né i veri diritti acquisiti, che non consistono nel diritto di ricevere dalla collettività denaro che non si è guadagnato, ma nel diritto di godere i frutti (tassati come ogni altro reddito) di quello che si è guadagnato. Un simile contributo potrebbe però giustificarsi, ed essere definito davvero di solidarietà, se andasse a beneficio delle pensioni più basse tra coloro cui si applicherà integralmente il metodo retributivo, e segnatamente dei giovani precari, che rischiano di pagare due volte le sperequazioni pensionistiche, una volta finanziando coi contributi le pensioni altrui e la seconda ritrovandosi in futuro a percepire pensioni molto basse in uno Stato fortemente indebitato e quindi incapace di adottare politiche sociali a favore delle categorie svantaggiate.

5 commenti

  • Tutto sacrosanto. Aggiungerei un suggerimento ai destinatari di pensione della Gestione Speciale Autonoma: controllate costantemente la situazione contributiva. Nel mio caso ho impiegato 3 anni per farmi accreditare contributi regolarmente versati (in proporzione del 10% del totale) incassati dall’INPS ma non presenti sul mio conto “per normali errori gestionali” e in parte perduti in quanto prescritti!. Per l’accredito del servizio di leva sono serviti 9 anni. Quanto alla erogazione della pensione (totalmente contributiva quindi ridicola) è arrivata dopo 9 mesi dal giorno di decorrenza. Questo è l’INPS per i brutti anatroccoli, molto diverso da quello dei pensionati dorati.

  • Ecco, tu sei una delle persone che hanno una pensione interamente commisurata ai contributi versati, che nel nostro sistema significa essere uno degli “svantaggiati”, perché si riceve un trattamento che per tutti gli altri aspetti non è confrontabile a quello che si avrebbe da un piano pensionistico privato nel quale si fosse versata la stessa cifra (i ritardi e le inefficienze che citi sono un esempio; un altro sono i contributi “dispersi”, ecc.). Su questo ci sarebbe da scrivere un altro post, e non è detto che non lo faremo.

  • Contribuzione obbligatoria, poi contribuzione volontaria (x16 anni) fino a maturazione diritto a pensione anzianità nel 2000, cioè praticamente senza possibilità di alcuna significativa detraibilità dal reddito fiscale dei versamenti (detraibilità contributi volontari beffardamente introdotta solo nel 2001).

    Ragioni di squilibrio sono molteplici. Aver versato per 16 anni contributi, con reddito pre-tassato integralmente al massimo di aliquota, è una di queste.

    • Sì, come abbiamo accennato le differenze di trattamento sono moltissime e stratificate. Dato che è impossibile estendere a tutti i trattamenti di miglior favore, si sono creati figli, figliastri e reietti. Ci sono anche i casi di coloro che hanno versato contributi insufficienti a costituirsi una pensione e li hanno persi.comunicare a ciascuno la situazione contributiva individuale (tanto versato, tanto ricevuto, tanto da ricevere) farebbe capire a tutti chi è in attivo e chi in passivo, solo che poi si scatenerebbe il pandemonio…

  • Convengo. Cosa che disturba è la spregiudicatezza con cui, il cambiamento di regime, avvenuto per forza di cose e soprattutto per gli abusi più sfacciati (anche istituzionalizzati) a cui si prestava, venga utilizzato in modo grossolanamente strumentale per lanciare crociate, neppure ideologiche ma di sola bassa lega acchiappavoti.

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