I nostri ragazzi non capiscono nulla di economia. È solo colpa loro?

Qualche giorno fa, sono stati resi noti i risultati di un’indagine condotta in 18 paesi nell’ambito del PISA (il programma OCSE per la valutazione degli studenti) sulle competenze di base in ambito economico-finanziario degli studenti quindicenni.

I risultati, come non di rado accade, sono particolarmente poco lusinghieri per i ragazzi italiani (che sono risultati complessivamente al 17° posto seguiti solo dai coetanei colombiani), e vale la pena di analizzarli più da vicino, chiedendoci anche se in questo caso quella emersa sia una lacuna imputabile principalmente ai ragazzi stessi, alla qualità dell’istruzione che ricevono, o ad altre ragioni.

Vediamo innanzitutto cosa l’OCSE intenda per competenze di base in ambito economico-finanziario, o meglio per financial literacy, che è l’espressione ufficiale che ho cercato di tradurre. La definizione adottata è la seguente:

“La financial literacy  è la conoscenza e la comprensione dei concetti e dei rischi finanziari, e le capacità, la motivazione e la fiducia nell’applicare questa conoscenza e comprensione per prendere decisioni efficaci in diversi contesti finanziari, per migliorare il benessere finanziario degli individui e della società, e per consentire la partecipazione alla vita economica” [traduzione mia]

Insomma, non stiamo parlando di conoscenze accademiche, ma di competenze e di attitudini che si traducono nella capacità concreta di compiere azioni “economicamente efficaci”; è una definizione decisamente orientata al pragmatismo, il che in questo campo è fondamentale: sostanzialmente si vuole valutare la capacità dei ragazzi di tutelare i propri interessi in un mondo in cui padroneggiare i fattori economici è sempre più decisivo per il benessere delle persone.

Chiarito questo, ecco i risultati sintetici delle prove, prelevati dalla sintesi in italiano:

risultati

Come dicevamo, la collocazione dell’Italia è decisamente bassa, e in particolare solo il 2,1% dei ragazzi ottiene il punteggio massimo. Risparmiandovi i dettagli che potete trovare nei riferimenti che ho indicato, sottolineerei che si tratta di risultati peggiori di quelli, già poco brillanti, ottenuti nei test di matematica, che è ovviamente la materia fondamentale anche per affrontare problemi di economia e finanza.

Ma in che consistono i test adottati dal PISA per questo settore? Vediamone uno tra quelli dove più evidente è la differenza tra gli studenti italiani e stranieri (gli esempi si possono trovare sul sito del PISA). Si trattava di comprendere una ipotetica busta paga i cui importi erano espressi in una valuta fittizia, gli “zed”:

busta paga

La domanda era: quanto verrà versato sul conto corrente della signora Rossi? La risposta giusta, “ovviamente”, è 2.500 zeds, ossia il salario netto. Tuttavia, solo il 17% dei ragazzi italiani ha risposto correttamente a questa domanda o a quelle di pari difficoltà, contro il 74,8% dei cinesi di Shanghai. Come si vede, la domanda non aveva nulla di teorico, ma aveva sostanzialmente lo scopo di confrontare i ragazzi con un compito molto concreto: interpretare correttamente le informazioni in un particolare documento, basilare per chi, una volta terminati gli studi, trova un impiego. Altre domande riguardavano la convenienza di offerte in un mercato ortofrutticolo, o di un prestito personale.

D’altra parte, quanto è preoccupante che un quindicenne italiano non sia in grado di affrontare correttamente questi problemi? In fondo, potremmo dire che a quindici anni in genere non si va in banca a chiedere prestiti e non si ricevono buste paga, e che per imparare queste cose c’è tempo; io stesso dubito che a quindici anni sarei stato in grado di rispondere esattamente a tutti i quesiti di questa prova.

Tuttavia, il mondo è molto cambiato dai tempi della mia adolescenza. Oltre il 40% dei ragazzi italiani coinvolti in questo studio dispone di un conto corrente personale o di una carta di credito prepagata, cosa impensabile per me quindicenne; nonostante ciò, i dati mostrano che chi dispone di questa capacità autonoma di spesa non ottiene nei test risultati migliori degli altri ragazzi. All’aumentata importanza degli strumenti economici nella vita dei nostri ragazzi (e di noi adulti) non corrisponde un equivalente incremento delle loro conoscenze in materia.
E mentre le lacune dei nostri studenti in matematica possono essere causate da un insufficiente impegno nello studio o da una carente qualità dell’insegnamento, le discipline economico-finanziarie sono invece semplicemente assenti dai programmi della gran parte delle scuole superiori. La nostra scuola non si è adeguata all’enorme crescita del peso che i temi economici hanno nella nostra vita: trent’anni fa le quotazioni di borsa e i tassi dei titoli di Stato erano relegati in un paio di pagine interne dei quotidiani, ed erano completamente assenti dai TG; oggi occupano le prime pagine e i titoli di apertura, eppure la scuola continua a non fornire agli studenti un minimo di formazione in merito.

Chi non dispone di questo tipo di formazione è sempre più vulnerabile, in un contesto in cui siamo frequentemente chiamati a effettuare valutazioni e scelte di carattere economico, e non può formarsi un’opinione qualificata sulle questioni di politica economica; in sintesi, subisce l’economia senza comprenderla. Se una volta questo limite era forse sopportabile, oggi non lo è più: non è possibile essere pienamente cittadini se non si ha un minimo di comprensione dei meccanismi economico-finanziari, per evitare di essere in balìa, a tutti i livelli, di meccanismi opachi e venditori di fumo. Abbiamo bisogno che i ragazzi di oggi divengano adulti competenti e in grado di tenere a galla il nostro Paese.

Infine, un’ultima annotazione tutt’altro che secondaria: i risultati di cui ho parlato sono fortemente variabili tra Nord e Sud Italia. I relativi punteggi vanno da un buon 501 di Veneto e Friuli-Venezia Giulia, a un mediocre 474 di Umbria e Marche, giù fino al 429 della Sicilia e al 415 della Calabria, dati davvero disastrosi. Va sottolineato che queste differenze sono molto più ampie di quelle riscontrate tra ragazzi appartenenti a categorie socioeconomiche diverse, anzi, l’Italia è uno dei Paesi in cui la condizione socioeconomica ha un effetto minore sui risultati: ai fini delle competenze economico-finanziarie, vivere al Sud è uno svantaggio molto più pesante che appartenere a una categoria socioeconomica svantaggiata. Se è vero che la scuola in generale deve cambiare per offrire una istruzione migliore e più coerente con i nostri giorni, questo è molto più necessario per il Sud.

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