Ci dicono che siamo più poveri, ma abbiamo ancora parecchio da perdere

falling-off-chart-1160x881Negli ultimi giorni, in vista della fine del 2014, sono stati pubblicati alcuni rapporti sulla situazione sociale italiana, tra cui due che vorrei commentare per sommi capi, perché si ricollegano a temi che abbiamo già trattato e mostrano un’ulteriore conferma ed evoluzione negativa di fenomeni economici molto significativi. Si tratta del 48° Rapporto sulla situazione sociale del Censis e dell’annuale Rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane della Banca d’Italia.

Cominciamo col dire che si tratta di due pubblicazioni estremamente diverse, che rispecchiano la diversa natura delle due istituzioni: quello della Banca d’Italia tratta uno specifico indicatore economico senza tentare di dare un’interpretazione sociologica troppo profonda del fenomeno, mentre quello del Censis abbraccia una grande varietà di argomenti, aspirando a offrire un’immagine complessiva della società italiana. Seguendo le mie inclinazioni “numerofile”, tuttavia, estrapolerò dal Rapporto del Censis solo alcuni dati tutti relativi al capitolo intitolato il sistema di welfare; in questo modo, penso che i collegamenti tra i fenomeni descritti nei due documenti appariranno più chiari, anche se meno completi.

Il Rapporto della Banca d’Italia ripercorre sostanzialmente la metodologia degli anni precedenti, e in particolare di quello dell’anno scorso, che abbiamo citato qui su Hic Rhodus. Anche i risultati che propone sono simili, nel senso che anche nel 2013 e nella prima metà dei 2014 la ricchezza delle famiglie italiane è calata:

Fonte: Banca d'Italia

Fonte: Banca d’Italia

Vale la pena di ricordare che questo calo è dovuto alla perdita di valore delle abitazioni, che comunque rappresentano ancora il 51% del patrimonio totale degli italiani. Se consideriamo che molti italiani per acquistare la casa hanno acceso un mutuo, il cui importo non cala certo se diminuisce il valore dell’immobile, e se consideriamo che sulla casa sono applicate numerose imposte, che semmai mostrano la tendenza a crescere, possiamo concludere che alla perdita di valore degli immobili corrisponde un reale ed effettivo impoverimento dei cittadini, che hanno la maggior parte del loro patrimonio immobilizzato in un bene, come la casa, poco “liquido”e facile bersaglio di un fisco che non conosce crisi.

Insomma, in questo periodo di crisi, le riserve degli italiani calano: anche qualora una famiglia, per far fronte a un periodo di difficoltà, volesse ad esempio vendere la propria casa per trasferirsi in una più modesta, avrebbe serie difficoltà a farlo, e ci rimetterebbe. E, pure, l’impoverimento delle famiglie in Italia non colpisce tutti allo stesso modo: anche in questo caso, ritroviamo una differenza tra le generazioni che è molto significativa e che abbiamo già sottolineato in un altro post. Dal Rapporto del Censis citato, estraggo infatti una tabella molto eloquente:

Fonte: Censis

Fonte: Censis

Come si vede, nel 1991 le famiglie “giovani” erano più ricche di quelle “anziane”. Oggi è vero esattamente il contrario, e, se è vero che in questo periodo la ricchezza è complessivamente aumentata, quella delle famiglie “giovani” è diminuita, e anche sostanzialmente. Sempre il Rapporto del Censis ci informa che, su 4,7 milioni di giovani che vivono da soli, 2,5 milioni ricevono aiuti economici dai genitori, per un ammontare stimato a 5 miliardi di Euro l’anno. Ecco, insomma, il vero welfare italiano: gli “anziani”, e non solo dal punto di vista strettamente economico; come si vede qui sotto, il contributo che gli anziani forniscono non si limita a trasferimenti di denaro.

Fonte: Censis

Fonte: Censis

Quali conclusioni possiamo trarre da questo panorama? Una serie di considerazioni infauste, temo. Certamente, almeno a mio avviso, non può essere incoraggiante il fatto che la generazione dei giovani sia più povera delle precedenti, a causa sia del maggiore tasso di disoccupazione che della precarietà e vulnerabilità di molti impieghi. La generazione che era “giovane” nel 1991 (incidentalmente, la mia) oggi è passata nella mezza età e cerca di difendere il suo benessere anche grazie ai frutti di una tradizionale abitudine al risparmio, mentre i giovani di oggi non riescono ad accumulare risparmio, anzi sono spesso dipendenti da una forma di “welfare familiare”. Il guaio peggiore è che negli ultimi anni anche la ricchezza complessiva delle famiglie sta diminuendo, erosa dalla crisi e dalle tasse; questa diminuzione, di cui non si vede un’inversione di tendenza, rischia di far saltare anche il nostro distorto meccanismo di welfare intergenerazionale “al contrario”.  Certamente non possiamo pensare che gli anziani possano indefinitamente sostenere economicamente i giovani; occorrono meccanismi di welfare che proteggano i giovani disoccupati e li facilitino nella ricerca di un lavoro. Ne abbiamo parlato a proposito sia delle inefficienze delle politiche di sostegno all’occupazione, sia della confusa proposta di “reddito di cittadinanza” del M5S: a idee in astratto apprezzabili non corrispondono progetti efficaci e concreti.

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