Lunga vita al nuovo Presidente e onore al regista della sua elezione

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Abbiamo un nuovo presidente nella figura onorevole e di spessore di Sergio Mattarella. Non parlerò di lui. Devo confessare che di fronte a certi nomi che sono circolati ho stappato una bottiglia di spumante ma poi, pensando a quali altre opportunità c’erano, ne ho bevuto solo un sorso. Mi conforta l’idea che per vari motivi, alcuni dei quali accennati di recente qui su HR, Mattarella si inserisce istituzionalmente nel solco degli ultimi suoi predecessori e saprà fare bene il suo mestiere, il che non significa che sarà sempre giusto, che piacerà a tutti e che Grillo non troverà mille ragioni per gridare al colpo di Stato e chiedere prima o poi il suo impeachment. Comunque adesso ce l’abbiamo e ce lo teniamo per sette anni, solo un cretino può sperare che sia un pessimo Presidente per poter poi dire “Lo sapevo che era l’ennesimo imbroglio della casta”.

Quello che mi piace segnalare, invece, è il dato politico relativo alla strategia renziana che mi è parsa un capolavoro. Se siete lettori abituali di HR sapete che non abbiamo risparmiate critiche al Primo Ministro, né sotto il profilo di merito delle riforme proposte né sotto quello del metodo politico (il renzismo come cesarismo autocratico), ma se l’Uomo è in gamba è in gamba e va riconosciuto. Un motivo di più per apprezzarlo per chi lo ama e uno in più per chi non lo ama per studiarlo ed eventualmente predisporre contromisure di una qualche efficacia. Il dilemma di Renzi era molto semplice: la maggioranza pro-riforme coagulatasi attorno al “patto del Nazareno” (Forza Italia più PD “renziano” meno sinistra PD) era diversa da quella pro-presidente presentabile senza clamorosi strappi (PD renziano + sinistra). Renzi avrebbe scavallato questo appuntamento anche nell’ambito del Nazareno ma evidentemente il prezzo politico da pagare è stato giudicato inaccettabile. E questo prezzo politico sarebbe stato una caduta di credibilità anche presso i “suoi” elettori in quanto eccessivamente appiattito su Berlusconi. Gli elettori “renziani” – come abbiamo già scritto su HR – sono in buona parte convinti che il pragmatismo di Renzi sia un prezzo da pagare all’altare dell’ammodernamento del paese, un po’ sull’onda del gatto di Deng Xiaoping, che non importa se sia bianco o nero purché catturi i topi. Ma col Presidente della Repubblica questo discorso non può valere.

Innanzitutto il ruolo di Capo dello Stato è diventato molto importante, fattuale e politico negli ultimi vent’anni, con un crescendo che continuerà proprio in funzione delle riforme istituzionali previste; non si tratta di una semplice figura rappresentativa, o di una sorta di notaio, ma di un attore rilevante nello scenario politico: lasciarlo alla destra, o quanto meno senza attenzione alla sua capacità e spessore morale, culturale e costituzionale, avrebbe potuto essere un dramma. Ma soprattutto: lasciarlo al sospetto dell’inciucio nazareniano avrebbe portato con vigore la sinistra Dem alla rivolta offrendo uno spettacolo indecoroso che avrebbe fortemente appannato l’immagine di leader di Renzi.

img_19977Dopo lo smacco della bocciatura di Prodi per il voto traditore dei famosi 101 nel 2013, per il Partito Democratico era essenziale mostrarsi compatto, serio e leale; e che di tale lealtà sia stato artefice Renzi, assorbendo in questo caso il dissenso interno, è cosa visibile ai cittadini che hanno seguito la vicenda. E onestamente non so dire se alcuni esponenti del PD non siano rimasti spiazzati e financo delusi del colpo messo a segno da Renzi (il comportamento di Civati, per esempio, lascia spazio a fantasie di questo genere).

E il patto del Nazareno come prosegue? Tutto finito? Dipende. Non da Renzi e nemmeno da Berlusconi. Malgrado alcuni esponenti di destra e sinistra (Brunetta e Vendola, per citarne due) abbiano perorato questa ipotesi, io credo che si sia consumato un grandioso gioco di ruolo che ha consentito:

  • sul piano politico di ricompattare i rispettivi partiti sia a Renzi che a Berlusconi, che ha potuto recitare la parte dell’offeso;
  • sul piano istituzionale di fare Presidente un uomo gradito alla sinistra ma non poi così sgradito a Berlusconi (e tanto meno all’alleato Alfano, che ha fatta ammuina per poche ore per poi rientrare prontamente nei ranghi) come lui vuole far credere;
  • sul piano delle riforme lasciare la porta aperta lo stesso perché, semplicemente, si tratta di un altro piano, con altre logiche e altre regole.

Il “diverso piano delle riforme” è l’ancora di salvezza di Berlusconi per rientrare in gioco se riuscirà a riprendersi il partito, perché la sua vera necessità è restare nella partita. In caso contrario Renzi potrebbe comunque tentare di proseguire senza di lui (cosa inaccettabile per il leader di Forza Italia perché gli eventuali nuovi alleati di Renzi non sarebbero teneri con lui) oppure rovesciare il tavolo con una forzatura e andare a elezioni anticipate (che malgrado i sondaggi in calo lo vedrebbero vincitore); Berlusconi, al momento, deve accettare di sedere a un tavolo dove raccoglie briciole. Ogni altra opzione lo lascerebbe, invece, con un pugno di mosche. Questo è chiarissimo all’ex Cavaliere come lo è a Renzi, che ovviamente qualcosa (e anche più di qualcosa) ha rischiato come si conviene a ogni buon giocatore di poker.

Il rischio maggiore è che nel complesso calcolo su chi rischia di più a rovesciare il tavolo compaia la variabile impazzita (ma non poi tanto) dell’aspirante capopopolo che pensa di emergere nella confusione e grazie ad essa. I Fitto, i Brunetta, i cosiddetti “falchi” che nel mentre sbranano la carcassa del re cadente seppur ancora vivo se ne contendono la corona di leader; mostrarsi più realisti del re, rigorosi nel contrastare “i comunisti” (non ridete), integerrimi nel fermare il partito delle tasse e così via. Sono questi che teme Berlusconi, ormai in difficoltà coi mostri da lui stesso creati, e conseguentemente Renzi, che ha stretto il vituperato “patto” con un morto (politico) che cammina (ma se non fosse stato così, difficile pensare che Berlusconi l’avrebbe sottoscritto). Quindi, nello scenario peggiore, Berlusconi sarà costretto dai suoi a chiudere con Renzi che, nuovamente ostacolato dai suoi faziosi dissidenti, si potrebbe vedere costretto a gettare la spugna. Elezioni anticipate (potete metterci la firma, non c’è un “Piano B”), vittoria del PD col proporzionale in vigore ma nuovo governo di coalizione su nuovi rapporti di forza più favorevoli alle riforme. Da tre a sei mesi sprecati per l’Italia in un momento di tiepidissima inversione dei dati macroeconomici. In ogni caso, in questo momento, Renzi è l’unico che abbia più opzioni possibili, tutte ipoteticamente favorevoli o comunque non drammatiche. Nessun altro player è nelle medesime condizioni. E chi è nelle medesime condizioni (Salvini) non è e non sarà un player.

renzi-nerd-tuttacronacaUn’ultima breve nota su chi invece si è auto-escluso per l’ennesima volta, cioè su Grillo e il suo Movimento. Nell’indifferenza generale Beppe Grillo ha indetto le votazioni on line per far decidere (ai grillini doc registrati) quale candidato presidente doveva essere votato dai superstiti parlamentari M5S. Chi ha deciso quei dieci nomi? L’Assemblea del gruppo parlamentare. Con quali criteri? Boh? Contemporaneamente sono state indette le votazioni on line per decidere i candidati presidenti di sei Regioni dove si voterà a Primavera. Stessi sistemi, stessa opacità del rituale, stessa inconsistenza politica. Un minuscolo gruppetto di grillini espressione di una percentuale da prefisso telefonico del corpo elettorale (anche solo del corpo elettorale potenziale del Movimento) indica un nome noto a cerchie ristrette di fedeli, gradite ai vertici, che senza particolari altri meriti finiranno nei banchi delle Assemblee regionali. Comunque, tornando alle consultazioni per il Presidente: ha vinto Imposimato, per il cui giudizio rinvio a Travaglio, un giornalista certamente non ostile ai 5 Stelle; secondo arrivato Prodi, che aveva già fatto sapere di non essere disponibile; terzo arrivato Bersani, a lungo preso in giro e umiliato dai grillini e ovviamente indicato per fare un dispetto a Renzi. E via così nel vuoto politico di ciò che resta del Movimento… È certamente chiaro da tempo che il Movimento non è un player, non conta nulla, non sa che pesci prendere per contare qualche cosa, e i piccoli gesti di sfida (non alzarsi in piedi e applaudire alla proclamazione, per esempio) non graffiano neppure più.

2 commenti

  • Tu hai bevuto un sorso, io sarò astemio fino a che non ci sarà un nuovo presidente.

  • Troppi meriti sono attribuiti a Renzi. Indiscutibilmente le differenze di comportamento rispetto ai predecessori sono sì notevoli ma attribuire loro gli effetti politici citati è equazione suggestiva quanto impropria dato che le premesse e condizioni di contorno sono ignorate.

    L’inconsistenza politica del M5S e lo spappolamento del centro-destra maggioritario non sono opera politica di Renzi bensì del difetto genetico del M5S e del processo già in corso, avviato come fu dal secondo governo Letta: un vero e proprio “si salvi chi può” alla fine della parabola berlusconiana.

    Nel quadro di questo irreversibile processo, l’astuto Verdini, fornendo di fatto un ideale sponda negoziale a Renzi ha contribuito non poco a stabilire un accordo di riassetto istituzionale e legge elettorale che superassero in pratica il parlamentarismo costituzionale (la dichiarata “profonda sintonia” con Berlusconi). Accordo che travalica lo sbandierato obiettivo largamente condiviso di correggere il bi-cameralismo perfetto e va dritto verso una repubblica presidenziale di stampo sud-americano.

    Se uno guarda al cosiddetto patto del nazareno (riforme istituzionali), la mina vagante di spaccatura del fronte avverso l’ha creata Berlusconi non Renzi. I problemi di Forza Italia erano già chiaramente definiti e in atto, non l’ha creati Renzi, mentre con la scusa, in parte finta, della condizione di force majeure di assicurare il supporto parlamentare al loro incardinamento secondo un’astuta e premeditata sequenza temporale nel processo legislativo, sono stati zittiti i dissensi interni o vagamente rimandati allo sviluppo di una discussione parlamentare, poi immancabilmente castrata.

    Furbizia e cinismo guidano le iniziative e scelte di Renzi la cui inattesa vertiginosa ascesa al vertice del potere sembra averlo ubriacato di autostima e auto-referenzialità. Ricette liberiste vengono presentate dal neo segretario del PD come riforme attese da decenni dagli italiani e realizzabili solo a colpi di una maggioranza costituita con la destra berlusconiana (quasi una contraddizione in termini).

    Ma che per incamminarci verso l’eden di un’Italia locomotiva economica d’Europa e leader di civiltà nel mondo, come ci dipinge iperbolicamente il nuovo visionario (siamo italiani e ci conosciamo bene), l’impianto istituzionale sia allegramente trasformato in una specie di repubblica presidenziale con un parlamento sostanzialmente di persone nominate dal vincitore della contesa elettorale dovrebbe far rabbrividire (ma già! Siamo italiani).

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