La buona scuola e qualche insegnante così così

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A me pare che la protesta degli insegnanti, assieme a molte giuste ragioni vorrei dire “d’ufficio” (nel senso che ognuno è ben titolato a comprendere il proprio stato e legittimato a protestare per quel che gli pare), ne abbia altre di spiccato corporativismo meno accettabili. E anzi questo corporativismo è banalmente analogo ai mille e mille corporativismi, particolarismi, sclerosi sindacali che bloccano da sempre l’Italia, non mostrando particolare specificità intellettuale, per capirsi, non distinguendosi per dialettica argomentativa o per liberalità pedagogica o per una qualsiasi proprietà distintiva rispetto alle proteste dei tassisti, dei netturbini, dei medici, degli statali, dei commercianti, dei notai, dei farmacisti, di qualsivoglia categoria alla quale un qualunque governo abbia tentato di mettere mano nei decenni. Tolte le molteplici buone ragioni degli insegnanti, che vanno ascoltati anche come portatori di competenze, oltre che di meri interessi, a me pare che raschiando un pochino la scorza corporativa faccia premio. Non da oggi e non contro Renzi, perché ricordo gli insegnanti in piazza contro qualunque ministro di destra o di sinistra che abbia osato cercare di mettere mano alla scuola, con slogan spesso simili.

Uno degli elementi sempre contestati dagli insegnanti italiani riguarda la loro valutazione. Una ricerca Eurispes del 2002 (Ministra dell’Istruzione in carica Letizia Moratti) basata sul parere dei diretti interessati mostra su questo punto specifico un risultato interessante:

La valutazione viene considerata utile soprattutto in quanto strumento per migliorare la qualità dell’insegnamento. In relazione al tempo l’insegnante di inizio secolo propende per una valutazione ex post e in itinere, piuttosto che una valutazione ex ante volta ad assolvere una funzione selettiva. L’insegnante italiano accetta una valutazione incentrata sulla produttività, su un prodotto didattico fatto di gradimento da parte dell’utenza, ricchezza di contenuti didattici (preferibilmente multidisciplinari) e così via. Il giudizio dovrebbe essere formulato in assenza di dislivello gerarchico (valutazione orizzontale espressa da chi svolge la medesima professione) vengono quindi tendenzialmente escluse sia le valutazioni di carattere top-down sia le valutazioni di tipo bottom up (studenti giudici dei loro docenti) (Fonte: Educazione e scuola).

Gli insegnanti dicono – secondo questo vecchio sondaggio – “Sì” alla valutazione della loro produttività, della qualità didattica e tutto il resto se fatta da loro colleghi – parti in causa – e non da un soggetto terzo. Come se i medici si facessero valutare in quanto a competenza e capacità di mantenere i pazienti in salute dai loro colleghi medici dello stesso ospedale, se gli ingegneri si facessero valutare, sulla loro abilità a tirar su case che stiano in piedi, da altri ingegneri della stessa azienda, e via discorrendo. Anche se non siete competenti di valutazione e di come funziona sarete d’accordo che così non sembra avere molto senso. Nota marginale: a chi non conosce la filosofia, la logica e i metodi della valutazione internazionale e semmai – da insegnante – ha subita la parodia valutativa che si fa in Italia, può sembrare strano, difficile o addirittura impossibile valutare scuole e insegnanti con metodo rigoroso, trasparenza, democraticità ed efficacia. Non è questo il posto per discuterne (ne ho comunque già parlato QUI) ma vi assicuro che si può e che si fa in tutto il mondo occidentale esclusa l’Italia.

Gli insegnanti hanno una complessità professionale particolare ed è bene ricordarlo. Sono lavoratori (eseguono determinate mansioni per uno stipendio) e intellettuali (se mi consentite questa etichetta senza discuterne qui). Come lavoratori fanno sciopero per difendere quelli che loro considerano diritti ma dovrebbero avere lo sguardo prospettico (che in quanto intellettuali si dovrebbe dar loro credito di possedere) di comprendere che “i diritti” sono astrazioni, idee, valori, progetti, volontà di carattere negoziale ai quali si contrappongono altre idee, altri valori e altri progetti chiamati semmai parimenti ‘diritti’. È giusto combattere per difendere i propri senza che ciò significhi necessariamente avere ragione. Indignarsi non comporta automaticamente avere ragione. Sentirsi minacciati non significa necessariamente avere ragione. L’opinione pubblica cosa pensa di questa agitazione degli insegnanti contro la Buona Scuola di Renzi? Sarebbe interessante un’indagine seria perché ho la sensazione che l’agitarsi dei professionisti della scuola non sia sostenutissima a livello di massa. Gli unici sondaggi disponibili (non necessariamente rigorosi come converrebbe) dicono poco:

  • il 52% degli intervistati l’11 Maggio dall’Istituto Piepoli gradisce la riforma di Renzi (contro il 39% che non gradisce) ma il 60% dà ragione agli insegnanti in sciopero;
  • Eumetra il 6 Maggio aveva invece rilevato un 49% di intervistati contrari alla riforma contro il 15% favorevoli;
  • Ipsos una settimana prima rilevava il 42% di favorevoli e il 39% di contrari.

Poi basterebbe vi indicassi i vari committenti delle diverse indagine per sospettare qualcosina sulle ragioni delle diversità. Comunque si parla per lo più della riforma e non degli insegnanti.

Per capire quanto i cittadini si sentano vicini agli insegnanti e al mondo della scuola possiamo dare un’occhiata al 2013 Global Teacher Status Index costruito su indicatori di rispetto, riconoscimento sociale rispetto ad altre professioni eccetera. La posizione dell’Italia, comparata con altri 20 Paesi, non ha bisogno di particolari commenti.

Teacher Status Indx

Questa avvilente percezione sociale dello status di insegnante non ha a che fare con lo stipendio, come mostra la prossima tabella tratta dallo stesso Rapporto, né con l’efficacia professionale stimabile dal PISA Ranking.

Tabella Status Indx

La conclusione fin qui è la seguente: gli insegnanti italiani sono poco pagati, sono poco stimati e i loro allievi sono mediamente delle capre. Che i tre fattori siano correlati oppure no la domanda diventa la seguente: ci sarà qualcosa di sistemico nel fallimento della scuola italiana? Se la risposta fosse “Sì”, siamo certi che una componente rilevante – quella degli insegnanti – si può chiamare fuori dalla ricerca di una soluzione?

Giusto per concludere con i dati, aggiungo che la prima università italiana elencata da The World University Rankings la troviamo al 223esimo posto (Università di Trento); per carità, queste classifiche valgono quello che valgono, comunque TopUniversities non include alcuna italiana fra le 200 università migliori. US News Education ha un procedimento diverso e propone un punteggio in centesimi per le migliori università di vari paesi: per esempio la migliore università americana e mondiale, con un punteggio di 100/100 sarebbe Harvard, la migliore inglese (5^ nel ranking globale) è Oxford con 83,6 eccetera; al 139mo posto la prima italiana (La Sapienza) con 52 punti. Insomma, scontando metodi di valutazione differenti e quindi diversi posizionamenti, siamo comunque molto in basso. Infine, nell’Index of cognitive skills and educational attainment l’Italia si colloca 25^ su 40 posizioni elencate dopo USA, Canada, Cina e altri paesi asiatici e dopo i paesi del centro e nord Europa.

Difficile aprire un capitolo sugli insegnanti come intellettuali. In buona parte s’è risposto sopra ma, se non siete amanti di queste classifiche troppo “americane” potete semmai attingere ai vostri ricordi familiari. Nella biblioteca simbolica dei nostri ricordi scolastici, assieme a qualche buon volume da dedicare a qualche insegnante memorabile probabilmente – voi come me – avete qualche enciclopedia sugli insegnanti capre, ottusi, poco preparati, perché anche gli insegnanti sono un campione di società, con le poche eccellenze, le numerose mediocrità e le punte di miseria; e risiede proprio qui la necessità di una buona scuola in quanto sistema, senza alcuna pretesa di particolare considerazione in quanto intellettuali. E che ci sia anche un certo tasso di miserabilità – come ovunque – lo mostra questo desolato post sulla pagina Facebook di Anna Ascani, deputata PD membro della Commissione Cultura e Istruzione:

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P.S. Solo per essere chiari: HR ha già avuto modo di criticare negativamente la proposta di riforma Renzi. Ma non è della riforma in sé che si è scritto qui.

4 commenti

  • Ammetto la mia ignoranza e dico che sulla questione valutazione io brancolo. Cioé, io lavoro e vivo nel pharma, sono molto epifenomenico, ma é il mio mondo. Vedo continuamente la dialettica tra il tentativo delle autorità di costringere i medici a prescrizioni diciamo adeguate, con la difficoltà di porre l’oggettività assoluta in una cosa come la scelta medica (non che non ci sia, almeno parzialmente con l’evidence based medicine), e il tentativo dei pazienti di ottenere, dal medico di base, non solo salute ma spesso risposte più vaste della salute in senso stretto. Mi é capitato di avvertire ipocrisia nelle autorità sanitarie, ad es. quando pubblicano depliants che dicono che un terzo degli ipertesi non é trattato a target e poi rompono gli zebedei se un medico cerca di arrivare a target con tutti i pazieni compresi i non responders, per i quali il costo del rimborso si alza. Insomma da cosa valutiamo un sistema complesso come questo? Dal costo? Allora siamo bravi: 7% pil, tra i migliori. Dalla soddisfazione degli utenti? Ma questa cosa si presta al bias delle aspettattive sbagliate (es. sento continuamente gente che si lamenta perché aspetta ore in p.s. ma se col sistema a livelli di rischio ti passa qualcuno davanti il problema sono le tue apettative sbagliate). Da valutazioni di aspetti legati a diagnosi e prognosi usati come proxy? Ma sono tali e tanti gli aspetti da considerare, ed infatti se ne consideri uno solo hai una grossa dispersione se lo correli alla spesa % al pil. Forse ancora prima di valutare dovremmo scegliere come allocare le risorse, che risposte scegliere di dare ai bisogni degli utenti che sono tanti e non sempre prettamente sanitari. Scusa la lunghezza del commento ma come ti dicevo all’inizio, brancolo.

    • Lavoro da qualche decennio nel mondo della valutazione professionale. Si può fare, e si fa in tutto il mondo. Il link al mio precedente articolo ti può dare una panoramica, per i dettagli occorrerebbero molte pagine… (oppure scrivo un altro articolo!)

      • Gentile Signor Bezzicante,
        a proposito di quanto è qui scritto: <>, mi permetto di esporre, rispettosamente, alcuni rilievi .

        Gli allievi sono diventati “capre”, sostanzialmente, negli ultimi decenni, da quando, PER LEGGE, i docenti sono stati costretti a promuoverli nelle scuole superiori, ANCHE CON INSUFFICIENZE DISCIPLINARI, dapprima col cosiddetto “sei rosso” e poi, via via, anche con più materie insufficienti, che sono state distinte in materie gravi ed in materie meno gravi.

        Agli Esami di Stato conclusivi, poi, i commissari una volta tutti esterni, con un solo membro interno, sono stati sostituiti, per metà, da membri interni.

        Il risultato, tragico e prevedibile, è stato di aver allargato a dismisura le maglie della selezione, fino ad annullarla e, peggio, a ridicolizzarla.

        Il fenomeno, estesosi nei vari ordini di scuola, si è acuito negli anni ed è peggiorato al punto che i nostri studenti arrivano ora alle scuole superiori mediamente senza sapere bene le tabelline, senza saper fare le equivalenze, senza essere capaci di impostare correttamente proporzioni, senza sapere con esattezza quanti giorni ci sono nei vari mesi dell’anno, senza saper comprendere i loro stessi libri di testo, con errori ortografici diffusi, difficoltà sintattiche macroscopiche e via discorrendo.

        Perchè mai di questo dovrebbero essere responsabili i docenti? Lo vorrebbe spiegare? E che cosa c’entra la valutazione sull’operato dei docenti, prevalentemente imbrigliato dalle norme che IMPONGONO la “promozione a tutti i costi”?

        Risulta quantomeno curioso come questo Suo articolo, così minuzioso, non tenga conto del fatto che nessun docente (e sono tutti – o meglio tutte, dato che per la maggior parte sono donne – “vecchietti”, con esperienza diretta di una scuola italiana ben più seria e selettiva) possa più “dominare” la propria valutazione sugli studenti ma sia stato reso, di fatto, impotente per frenare la deriva dei loro apprendimenti.

        Tantomeno si tiene conto del fatto che a causa dei tagli gelminiani ci siamo ritrovati, ad esempio, con sole due ore settimanali di scienze in quinta liceo scientifico. Lei mi vorrebbe spiegare come diamine dovrebbe fare il docente a spiegare, dare valutazioni orale, scritta e pratica, a trenta studenti per classe e a non sacrificare i contenuti ed il loro approfondimento? Si può fare tutto, certo, ma bisogna mettere in conto che non si può contemporaneamente risparmiare sulle ore degli insegnanti e poi avere gli stessi risultati in termini di profitto degli allievi (ammesso che costoro siano davvero una variabile ininfluente). Recita il proverbio: “Non si possono avere la botte piena e la moglie ubriaca”.

        E anche qui, torno a chiedere, cosa c’entra la valutazione sull’operato dei docenti?
        Cosa c’entrano considerazioni sul corporativismo (inesistente – non cè categoria professionale più disomogenea e frammentata degli insegnanti italiani) dei docenti o sui loro eventuali atteggiamenti da intellettuali?

        Ritiene davvero che, invece, non siano da valutare gli operati dei vari Ministri dell’Istruzione succedutisi, passandosi il testimone, come in una corsa a staffetta, per distruggere la nostra Scuola pubblica?

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