Individualismo, corporativismo, diritti acquisiti… Come tenere ferma l’Italia

25 Individualismo e diritti acquisiti

Prendo spunto dalla recente vicenda Aldrovandi per parlare in realtà dell’atomizzazione sociale che sta attraversando la nostra società, della frammentazione delle appartenenze, dell’irriducibilità dei presunti diritti contrapposti. Inizio da Androvandi ma parlerò poi di politica, di economia, di un mucchio di cose perché il tema che voglio affrontare è generale, trasversale, ammorba tutto e tutti e come una malattia tardivamente riconosciuta e mal curata sta disgregando il tessuto connettivo della nostra società.

Parto da Aldrovandi perché la notizia è di pochi giorni fa e ha colpito credo anche molti lettori di Hic Rhodus. Conoscete i fatti: gli agenti condannati definitivamente per l’omicidio del giovane ferrarese sono stati applauditi – in segno di solidarietà – al congresso del sindacato di polizia SAP, la settimana scorsa. Oltre all’ampio sdegno popolare hanno condannato il gesto: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Ministro degli Interni, il Viceministro degli Interni, il Capo della Polizia, gli altri due sindacati di polizia.

Il problema che pongo, a partire da questa vicenda, è abbastanza semplice: quanto è compatibile con una democrazia la polemica presa di posizione contro tutte le istituzioni da parte di una frazione di un corpo dello Stato qual è la Polizia? L’espressione del dissenso di questi poliziotti è legittima? È sempre da garantire perché prima di essere poliziotti sono cittadini e in quanto tali hanno un diritto fondamentale relativo alle libertà di espressione? O come poliziotti hanno implicitamente rinunciato alla libera espressione di opinioni (non già ad averle ma a manifestarle, tanto più in forma polemica) che costituiscono una frattura nel rapporto di fiducia, e quindi forse di lealtà, fra Istituzioni, Stato e popolazione da un lato, e custodi dell’ordine al servizio di quelle istituzioni dall’altro?

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Adesso cambio esempio, perché non è dei poliziotti che voglio parlare ma del senso di appartenenza minacciato da un certo individualismo esasperato: parlo di politica e di partiti politici. Al netto di voltagabbana, opportunisti e venduti, la politica italiana presenta, specie negli anni recenti, una crisi della forma partito come conosciuta anni fa che porta a frequenti scissioni, lacerazioni, conflitti che hanno attraversato tutti i partiti da destra a sinistra. Le ragioni sono molteplici e le ho accennate in un vecchio articolo su MenteCritica; riguardano la perdita (salutare) dell’orizzonte ideologico che cementava le forze politiche del ‘900 in un contesto di complessità ineludibile che induce fra l’altro, quantomeno in Italia, un esasperato individualismo. Prendiamo il PD, l’unico partito di massa con radicamento territoriale, democrazia interna, congressi etc. È vero che ha fatto le primarie e che l’attuale segretario ne è uscito vincente in modo schiacciante, ma le posizioni di minoranza non si stanno affatto comportando come succedeva anni fa, facendo opposizione critica all’interno ma poi mostrando sostanziale compattezza all’esterno (condivisione di una strategia, pratica parlamentare uniforme…); oggi accade che Civati rilascia dichiarazioni al fulmicotone, che Fassina dissente pubblicamente sulle scelte economiche del suo governo, che Chiti si presta ad attrarre sulla sua mozione il voto delle opposizioni ma non quello del suo partito… Cosa succede? È libera espressione di una dialettica politica sana o schizofrenia individualista? È giusto che ognuno dica e faccia come gli pare perché (giustamente) i parlamentari non hanno vincolo di mandato o è puro sbandamento per meschini calcoli di posizione personale, di visibilità, di egotismo a volte, francamente piuttosto infantile?

Altro esempio, su un piano ancora differente, quello dell’identità locale, dell’appartenenza esasperata a una comunità sempre più ristretta: i padani non si sentono italiani, ma quelli della Liga Veneta non si sentono proprio ‘padani’, i veneziani non si definiscono ‘veneti’ e suppongo che quelli di San Polo ritengano di avere poco a che fare con quelli di Dorsoduro e via restringendo i confini delle appartenenze, e non me ne vogliano i cari amici del nord est se li ho utilizzati per questo esempio, potrei farne cento di analoghi per ogni zona d’Italia. Qui non si tratta semplicemente di cultura locale, dialetto, storia ma di barriere, confini e separazioni che sfociano in egoismi, localismi, richiesta di privilegi e contrapposizioni radicali; noi siamo noi, abbiamo la nostra bandiera ed ergiamo steccati contro voi, e contro voi, e contro voi…

L’ultimo esempio riguarda una specificità molto italiana: i diritti acquisiti. I diritti acquisiti sono un’invenzione, una bufala, uno dei frutti del furbo bizantinismo italico. Tutto nasce dall’irretroattività di norme penali sfavorevoli al reo sancita dalla Costituzione (art. 25) che diventa, per slittamento semantico, esondazione logica, tracimazione consociativa, immodificabilità di qualunque situazione di privilegio professionale, previdenziale e via via aggiungendo, con tanto di sentenze di Corte di Cassazione che ovviamente finiscono col fare giurisprudenza. L’argomento meriterebbe un altro post ma qui voglio attirare l’attenzione del lettore sul fatto che ormai qualunque situazione di fatto è ritenuta un “diritto acquisito” e quindi inviolabile. Non parlo dei sistemi pensionistici (con situazioni scandalose ma intoccabili perché ritenute diritti acquisiti), delle remunerazioni d’oro (idem), della fossilizzazione della pubblica amministrazione (idem) e via discorrendo, ma anche di questioni sottratte al libero mercato (per fare un esempio a caso: le licenze dei taxi), al codice civile (esempio a caso: l’abusivismo edilizio rivendicato in nome del diritto alla casa), al buon senso.

La sintesi di questo discorso a me pare drammatica. Ciascuno di noi è cittadino di un territorio che può rivendicare una sua specificità, è professionista in un settore che ha sue problematiche, coltiva idee politiche, religiose o filosofiche di cui è certo dell’intrinseca superiorità, ha problemi e bisogni che ritiene fondamentali e così via. Ciascuno. Se a tutta questa infinita parcellizzazione (che i sociologi chiamano complessità sociale) si aggiunge l’etichetta dei diritti, se a tali diritti si affianca un’organizzazione sindacale, una micro-comunità, una lobby e, certamente, un intellettuale che benedica il tutto, la situazione finale non potrà che essere la frantumazione delle ragioni per cui una comunità si tiene assieme. Perché dovrei sentirmi solidale con gli aquilani che non hanno fatto niente per me? Perché dovrei lottare per i giovani che mi vogliono mandare in pensione per prendermi il posto? Perché non devo poter dire quello che mi pare, visto che so per certo di essere tanto intelligente? E invece voi, sì, proprio voi, perché invece non fate qualcosa per me a cominciare dal fatto che non mi rompete le balle se sporco, se costruisco abusivamente, se vado a fare la spesa in orario di lavoro? E perché non mi riconoscete il diritto al lavoro, alla casa, alla salute, al reddito, allo scacazzamento del cane senza chiedermi di faticare, di studiare, di meritarmelo?

La storica mancanza del senso di comunità generale a fronte del crescere di micro-comunità (geografiche, professionali, politiche…) è da combattere come male mortale. Sul piano economico oggi abbiamo qualche speranza di sopravvivere alla competizione mondiale solo come europei, non più come italiani, figuratevi come padani, come sardi o come reggini. Sul piano culturale solo lo scambio e la circolazione delle idee contribuisce allo sviluppo di un popolo contro la stagnazione (ben conosciuta da sociologi e antropologi) dei piccoli gruppi senza ricambio. Sul piano morale solo l’assunzione delle responsabilità, la garanzia del merito e la valutazione garantiscono la trasparenza e la dignità delle persone.

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La mia personale conclusione è quindi che i poliziotti del SAP non solo hanno fatto malissimo ma andrebbero sanzionati; che i Civati, i Fassina e via enumerando (e il loro omologhi negli altri partiti) devono imparare a conciliare le loro sacrosante divergenze con una disciplina di gruppo e di partito accettando di avere perso il Congresso; che i localismi esasperati, ancorquando nati da considerazioni legittime, oltre un certo limite diventano separatismi eversivi e vanno combattuti. E soprattutto che non esistono diritti acquisiti, salvo forse in campo previdenziale e con enormi distinzioni oggetto di discussione giurisprudenziale; ma a parte questi (forse) non ci sono diritti acquisiti, invenzione italiana che contribuisce a sclerotizzare tutto e tutti in una fissità che ci fa perdere slancio e competitività, blocca il merito, impedisce l’innovazione.

#Nonomologatevi!

3 commenti

  • Interessante la riflessione sul debordante ricorso ad art. 25 della Costituzione un po’ per tutto ed educativi i richiami ai concetti e funzionamento di comunità.
    Manca, a mio avviso, la sottolineatura del fatto che perché sia comunità, ai suoi canoni di funzionamento, così ben identificati, dovrebbero attenersi le minoranze quanto i vertici esecutivi altrimenti l’assunto di partito-comunità cessa di corrispondere alla realtà.
    Un partito che da camera di compensazione ed elaborazione di proposte condivise, debba, una volta portato il proprio leader alla guida del paese, porsi a servizio acritico non mi sembra la soluzione bensì il male che già troppo ha corroso e sta corrodendo la politica.
    Il governo ha piena e autonoma responsabilità nell’affrontare i problemi e formulare le risposte e sta al parlamento approvarle.
    Nell’eccezionalità d’intreccio di funzioni di capo del governo con quelle di leader di partito in materia di riforme istituzionali che investono delicati pesi e contrappesi istituzionali, mortificare sbrigativamente le ragioni d’essere espressione di una tale comunità diventa pratica sconcertante e divisiva, foriera di un lascito pericoloso al paese intero.

  • “Altro esempio, su un piano ancora differente, quello dell’identità locale, dell’appartenenza esasperata a una comunità sempre più ristretta: i padani non si sentono italiani, ma quelli della Liga Veneta non si sentono proprio ‘padani’, i veneziani non si definiscono ‘veneti’ e suppongo che quelli di San Polo ritengano di avere poco a che fare con quelli di Dorsoduro e via restringendo i confini delle appartenenze, e non me ne vogliano i cari amici del nord est se li ho utilizzati per questo esempio, potrei farne cento di analoghi per ogni zona d’Italia.”

    Queste identità hanno senso storico ed è inutile pretendere che scompaiano, o anche solo auspicarne la scomparsa credendo- per qualche motivo- che ciò sia ideale.

    ” competizione mondiale solo come europei, non più come italiani, figuratevi come padani, come sardi o come reggini”

    ma l’identità Europea è una forzatura voluta recentemente (che ben pochi hanno recepito e interiorizzato), mentre le identità da te citate precedentemente sono il frutto di una evoluzione storica più naturale e soprattutto più lunga. Non si possono schioccare le dita e pretendere che tutti da un giorno all’altro si sentato Europei piuttosto che Napoletani o Scozzesi o altro.

    Il problema principale, comunque, è che la competizione mondiale non ha nulla da offrirci, se non il deteriorarsi delle nostre condizioni di vita.

    Come si fa a competere con un paese come la Cina, che può sfruttare masse di lavoratori in grado di lavorare come automi senz’anima per una miseria e ad orari impossibili, senza far fare la stessa fine ai nostri lavoratori?

    E’ ovvio che la competizione mondiale è una schifezza e soltanto un imbecille desidererebbe parterciparvi. L’unica soluzione è ovviamente il mercantilismo ed il protezionismo, e non sto scherzando. Non possiamo competere e non avremmo niente, niente da guadagnarci anche vincendo; a parte ovviamente per le nostre elite. La nostra popolazione in senso generale non potrebbe far altro che rimetterci

    bisogna andare verso un mondo meno globalizzato e integrato, è ovvio che non si possono reggere certi ritmi, inoltre come abbiamo visto gradi di globalizzazione e integrazione implicano una maggior diffusione di shock interni da una economia a tutte le altre.

    Rimpiccioliamo il mondo, ora è troppo grande e complicato per capirlo (non basta nemmeno un qi di 250 per capire appieno il sistema mondiale in cui viviamo. L’intelligenza umana è semplicemente troppo limitata, ci sono troppi fattori da considerare, tutti interconnessi, la scala globale implica meccanismi di causa ed effetto e di rischi impossibili da comprendere) e per farlo funzionare

    • Caro “Anonimo”, che io abbia un’idea diversa è chiaro ed è inutile ribadirla. Tu sei padrone di volere un mondo più piccolo, di osteggiare la globalizzazione, desiderare dazi, chiudere gli occhi e restare sotto le coperte. Poi il mondo va altrove che ti piaccia o no. Io preferisco cercare di capire cosa succede, non nascondermi la realtà anche se non mi piace, e cercare di essere parte di una strategia propositiva, mettendo in conto che si possa fallire.

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