La Buona Scuola di Renzi merita un cinque in pagella

renzi somaroCome è stato ampiamente riportato dalla stampa, il nostro Governo ha annunciato un’importante riforma del sistema scolastico, uno dei provvedimenti più vistosi e discussi della quale è l’assunzione di 150.000 “precari” entro settembre 2015. Ora, la scuola e la formazione in generale sono un tema fondamentale per l’Italia, di cui ci siamo più volte occupati, e vederlo al centro dell’azione di governo è certamente importante. Abbiamo quindi letto con attenzione il lungo documento intitolato la buona scuola, che è giusto commentare con un certo approfondimento.

Purtroppo, però, il nostro giudizio è complessivamente negativo, e nel seguito cercheremo di spiegare perché.

Valutare il documento, e quindi le intenzioni del Governo, è obiettivamente difficile: sembra infatti di trovarsi di fronte a un programma schizofrenico, come se una specie di dottor Jekyll / mister Hyde si fosse seduto a ragionare sulla scuola italiana. Da un lato, leggiamo considerazioni e diagnosi non solo condivisibili, ma spesso inconfutabili, e, per quel che conta, convergenti con diversi nostri interventi. Faccio alcuni esempi:

  • “I dati di un’indagine Ocse, che nel 2012 ha coperto quasi 20 paesi e un campione di quasi trentamila quindicenni, ci raccontano che l’analfabetismo finanziario dei nostri ragazzi tocca livelli preoccupanti […]. Nel sistema italiano oggi manca un vero indirizzo di liceo economico […] a tendere l’economia deve essere una disciplina accessibile agli studenti di tutte le scuole di secondo grado (abbiamo approfondito e commentato questa rilevazione OCSE in un post del luglio scorso).
  • “In Italia abbiamo 700 mila disoccupati tra i 15-24enni, e 4 milioni 355 mila ragazzi che non studiano, non lavorano, non sono in formazione (c.d. NEET), in grossa parte alimentati da una dispersione scolastica tra le più alte d’Europa (17,6%)” (ai NEET e alle iniziative dell’Unione Europea per avviarli al lavoro abbiamo dedicato un recentissimo post).
  • “Altrettanto importante è fare in modo che i nostri ragazzi siano protagonisti nell’era digitale. Gli adulti li chiamano “nativi digitali”, dando quasi ad intendere che non abbiano bisogno di essere formati al digitale. […] Se il secolo scorso è stato quello dell’alfabetizzazione di massa, durante il quale gli italiani hanno imparato a leggere, scrivere e fare di conto, il nostro è il secolo dell’alfabetizzazione digitale: la scuola ha il dovere di stimolare i ragazzi a capire il digitale oltre la superficie” (dei nuovi cittadini digitali abbiamo parlato in molte occasioni,  non solo a proposito delle modalità di comunicazione e del linguaggio dei digital natives, ma anche e soprattutto delle trasformazioni che l’Italia dovrebbe attraversare per rendere effettivi i benefici delle nuove tecnologie digitali).
  • In numerosi altri punti, troppo lunghi da citare, il documento parla giustamente (ma forse un po’ troppo indifferentemente) dell’esigenza di incentivare lo studio delle lingue, dell’informatica, della musica, delle materie scientifiche, dell’arte e persino dell’educazione fisica. Onestamente, nonostante che tutte queste materie siano importanti per la compiuta formazione dei giovani, personalmente trovo singolare il rilievo attribuito nel documento ad esempio all’educazione fisica, ma temo che per la spiegazione dovremo rivolgerci a mister Hyde.
  • Infine, tutto questo dovrebbe avvenire all’interno di una scuola in cui la stella polare sia il riconoscimento e l’incentivazione del merito, sia per gli studenti, sia soprattutto per i docenti e le scuole stesse, cui dovrebbero essere offerti gli strumenti per perseguire l’eccellenza dei risultati in un’ottica di gestione fortemente autonoma.

Benissimo, il dottor Jekyll merita applausi a scena aperta. Come ci spiega, “questo cambiamento può realizzarsi solo a una condizione: che la scuola riveda radicalmente il modo in cui funziona”. Purtroppo, però, il documento non è altrettanto convincente su come realizzare questo cambiamento epocale:

  • Per quanto riguarda la valutazione del merito, gli incrementi di retribuzione non sarebbero più per pura anzianità, ma sarebbero riservati ai due terzi “migliori” degli insegnanti, secondo un sistema di valutazione che appare onestamente piuttosto generico, basato su “crediti” assegnati ai docenti in base alla partecipazione alla gestione della scuola, a corsi di formazione e alla “qualità dell’insegnamento in classe”. Quest’ultimo punto è (sarebbe) essenziale; ma come si misurerà questa qualità? In che modo sarà valutato il “miglioramento del livello di apprendimento” degli studenti? Quali strumenti prevede la riforma per questo scopo, considerata anche le storiche resistenze degli insegnanti ai tentativi di valutazione anche quando questa non aveva alcuna conseguenza economica? L’assenza di risposte rischia di rendere queste intenzioni un puro wishful thinking. A proposito delle opposizioni da affrontare, basti citare un passo di un documento del sindacato FLC-CGIL sulla valutazione nei “sistemi delle conoscenze” (sic): “Sono invece profondamente lontane da questi obiettivi [di miglioramento dei processi e dei loro esiti] sia le impostazioni che si rifanno ad una idea classificatoria e competitiva tra istituti così come gli ideologismi sulla vuota meritocrazia che intenderebbero estendere il perimetro della valutazione di sistema alla prestazione individuale del personale della scuola e in particolare dei docenti”.
  • Per quanto riguarda l’innovazione dei contenuti e dei metodi di insegnamento, l’alfabetizzazione digitale, eccetera, troppo spesso la risposta che il documento fornisce, a parte le molte belle parole, è “l’immissione in ruolo di docenti dalle GAE può aiutare a colmare questo vuoto”.   Eppure dovrebbe essere chiaro che non esiste nessun rapporto tra la composizione del personale attualmente nelle graduatorie e l’identikit del nuovo personale necessario per innescare una trasformazione negli argomenti e nelle metodiche della scuola. La necessità di rinnovare profondamente le competenze e contemporaneamente di modificare drasticamente le prassi implicherebbe sia una faticosa e onerosa riqualificazione dei docenti oggi attivi (indipendentemente dalle loro qualità didattiche), sia l’iniezione di un corposo contingente di nuovi docenti magari non esperti ma giovani (il nostro parco docenti è tra i più “vecchi” del mondo), specializzati e aggiornati nelle materie “nuove”, e preparati a inserirsi nella scuola “come professionisti”, accettando di essere misurati e anche di competere all’interno di un sistema meritocratico. Proprio perché la riqualificazione dei docenti è onerosa e dagli esiti incerti, sembra logico pensare che a partire da oggi gli ingressi debbano avvenire selezionando i nuovi docenti sulla base di parametri coerenti con la “buona scuola”.

Ma qui entra in scena Hyde.

Anzi, Hyde è il primo a entrare in scena. Tutte le belle citazioni che ho sinora elencato provengono infatti dalla seconda metà del documento; le prime sessanta pagine circa sono dedicate alla dettagliata e quasi pignola illustrazione di come si procederà all’assunzione dei centocinquantamila insegnanti che attendono nelle Graduatorie A Esaurimento, il “serbatoio” cui si è sinora attinto sia per le immissioni in ruolo, sia per le supplenze, gli incarichi annuali, eccetera. Hyde, con grande meticolosità, ci spiega che i centocinquantamila sono un esercito piuttosto variegato, non solo geograficamente, ma in termini di età, competenze, percorsi formativi, accomunato da un’unica, determinante caratteristica: sono coloro “che negli anni lo Stato si è impegnato ad assumere nella scuola italiana. Oggi il Governo intende mantenere questa promessa ereditata dal passato, assumendo tutti costoro. Oh, ecco qui, mister Hyde sarà un tipo scomodo ma è quello che dice le cose come stanno.

Non c’è nessuna logica didattica, se non quantitativa, dietro queste assunzioni di massa: se, come dice il buon Jekyll, bisogna rivoltare la scuola come un calzino (parafrasando una nota dichiarazione programmatica), se bisogna trasformare l’insegnamento introducendo nuove competenze come economia, tecnologie digitali, eccetera, ebbene non si capisce come si possa pensare di farlo semplicemente immettendo in ruolo centocinquantamila persone solo perché si trovano in una graduatoria, avendo magari ottenuto decenni fa l’abilitazione all’insegnamento (che non è un solenne “impegno ad assumere”, ma l’attestazione di una capacità che non ha niente a che vedere con il fabbisogno), sulla base di criteri di valutazione che con queste nuove esigenze non hanno nessuna relazione. Queste persone, con tutta evidenza, sono frutto di un sistema di formazione e selezione che ha prodotto la scuola che c’è oggi, nella quale insegnano coloro che hanno vinto i concorsi nei quali molti dei 150.000 non hanno ottenuto la cattedra ma l’abilitazione. Come ci si può aspettare di rinnovarla in questo modo?

E poi, perché centocinquantamila e non centomila, o duecentomila? Questo numero è forse il frutto di un’analisi dei bisogni di una scuola il cui personale è certamente insufficiente per numero, qualità, aggiornamento, ed è mediamente anziano, malpagato e demotivato? No; è “semplicemente” il numero di chi è “in coda”, e che corrisponde a circa il 25% delle cattedre esistenti oggi: un’enormità. Quanto agli organici, il documento in sintesi afferma che le ore di insegnamento effettivamente erogate ogni anno richiedono circa 40.000 insegnanti in più rispetto agli organici di ruolo. Ammettiamo pure di assumerli tutti e quarantamila in un colpo solo; e gli altri 110.000? Si presume che serviranno a costituire i cosiddetti organici dell’autonomia, che garantirebbero alle scuole singole o a “reti” di scuole delle risorse aggiuntive per coprire le esigenze per le quali oggi vengono usati supplenti o per specifici programmi didattici, o, auspicabilmente, per decongestionare alcune classi e aumentare il sostegno a chi ne ha necessità. Però se ci chiediamo quanti insegnanti e con quali competenze servono per questi organici “estesi”, una risposta valida a livello nazionale non esiste, e se esistesse certamente non corrisponderebbe né in numero né in competenze al contenuto del “serbatoio” delle Graduatorie.

Mister Hyde tra le righe ce lo spiega chiaramente: gli insegnanti oggi in graduatoria non corrispondono alle esigenze didattiche né per distribuzione geografica né per competenze. Anzi, Hyde qui usa degli eufemismi per lui un po’ insoliti: “Servirà probabilmente, prima di tutto, una maggiore mobilità ai fini dell’immissione in ruolo rispetto all’attuale “vincolo di destinazione” all’interno della provincia, o rispetto alla classe di concorso su cui il futuro docente di ruolo risulta oggi iscritto nelle GAE”, e poi spiega che nelle graduatorie c’è ad esempio un migliaio di docenti che sarebbero abilitati a insegnare materie che semplicemente non si insegnano più, come stenodattilografia, economia domestica o portineria (!); anche a parte questi casi estremi, ci sarà bisogno di “riconvertire” molti docenti o in termini di incarico o in termini di destinazione geografica. Quanti e come, è tutto da studiare.

Insomma, Jekyll ha un bel chiacchierare di nuovi metodi didattici, di informatica, lingue ed economia: a essere assunti saranno quelli che aspettano, quali che siano la loro formazione, la loro età, il loro percorso didattico. Hyde, perfido com’è, non si trattiene neanche dallo scrivere che, dato che l’età media dei 150.000 è di 41 anni, la loro assunzione… “ringiovanirà sensibilmente” il decrepito corpo docente.

Iscritti alle GAE per età e sesso

Iscritti alle GAE per età e sesso

E i costi? Mister Hyde non ha peli sulla lingua: a regime, quest’infornata di assunzioni comporterà maggiori costi per lo Stato pari a 4,1 miliardi di Euro l’anno. Senza considerare, dico io, i maggiori costi pensionistici che deriveranno progressivamente.

A questo punto, credo opportuno tirare le somme. Ci sono alcune evidenze che il documento la buona scuola sottolinea e sulle quali è difficile non concordare:

  1. La nostra scuola è obsoleta e non fornisce ai giovani conoscenze e strumenti formativi adeguati alle esigenze di oggi, oltre a essere fortemente disomogenea tra diverse aree geografiche.
  2. Questo è anche (anche!) dovuto a un corpo docente insufficiente quantitativamente e qualitativamente, e a meccanismi di reclutamento e di integrazione dell’organico che perpetuano queste insufficienze (supplenze, incarichi annuali, ecc.)
  3. La via maestra (e prevista dalle norme europee) per reclutare un numero appropriato di insegnanti con una formazione adeguata (oltre a fornire loro gli strumenti per mantenersi aggiornati dopo essere stati assunti) è prevedere “assunzioni basate solo su concorsi a cadenza regolare”, abolendo supplenze, incarichi temporanei, eccetera.
  4. Per “numero appropriato di insegnanti”, il Governo fa riferimento agli organici di autonomia, che pur essendo previsti dalla legge sono finora rimasti sostanzialmente lettera morta (fatte salve alcune sperimentazioni limitate).
  5. Quanto alla “formazione adeguata”, il riferimento dovrebbe essere dato dalle nuove competenze (economia, tecnologie informatiche e digitali, lingue straniere) che il mondo di oggi richiede ai giovani, oltre che dalla valorizzazione di alcuni insegnamenti tradizionali ma negletti come la storia dell’arte.

Ebbene, a fronte di quest’analisi, la risposta di mister Hyde è diabolica: visto che dovremmo fare le assunzioni per concorso e quindi in base a merito e (nuove) competenze, assumiamo invece chi (generalmente parlando) un concorso non lo ha vinto, ossia coloro che sono in graduatoria (il documento con una certa audacia chiama questa soluzione “l’eccezione che rafforza la regola”). Così, una volta svuotate le graduatorie, potremo dire che assegneremo tutti i successivi posti per concorso. Nel frattempo, però, avremo creato organici pletorici e riempiti da personale non preparato a questa “nuova scuola”: basti pensare che lo stesso documento governativo dichiara candidamente che “negli ultimi 3 anni circa 43mila persone iscritte nelle GAE non hanno effettuato né supplenze annuali o sino al termine delle attività didattiche né supplenze brevi”. Insomma, quasi il 29% dei 150.000 non ha insegnato (almeno nelle scuole pubbliche) negli ultimi tre anni; è ragionevole assumerli, peraltro con il probabile risultato di avere migliaia di insegnanti stipendiati ma senza cattedra?

Quanto al costo, tutto questo avrebbe un costo aggiuntivo che come dicevamo è stimato in 4,1 miliardi all’anno. Troppi?

No: per un insegnamento di qualità è giusto e necessario spendere più di quanto facciamo oggi. Anche nell’ultimo rapporto OCSE relativo alla scuola italiana si evidenzia che in Italia la spesa pubblica per l’istruzione è calata, al contrario di quello che accade in tutti gli altri Paesi, anche se il numero di studenti per docente in Italia resta più basso della media OCSE. Come abbiamo sostenuto altrove, la via per la competitività dell’Italia deve essere quella della ricerca dell’eccellenza, e l’eccellenza deriva innanzitutto da una formazione scolastica di qualità. In questo senso non è sorprendente né in sé sbagliato che una riforma che ambisca a trasformare e modernizzare la scuola come racconta il dottor Jekyll richieda importanti investimenti economici.

Ma questo implicherebbe una profonda trasformazione che nel pur lungo documento è evocata senza che ne vengano indicati né tantomeno finanziati strumenti realizzativi che si possano giudicare efficaci (e sappiamo bene quali resistenze una simile trasformazione incontrerebbe), mentre le risorse economiche sono destinate praticamente in toto alla mega-assunzione dei precari in graduatoria (già, perché ci sono anche quelli non in graduatoria, che hanno già iniziato a protestare: l’elenco degli aspiranti dipendenti pubblici in Italia è sconfinato, e d’altra parte quando si decide di assumere non per concorso si commette inevitabilmente un arbitrio).

Il guaio è che con questa riforma i soldi vengono impiegati non per risolvere il problema della qualità dell’istruzione e dei servizi offerti agli studenti, ma per risolvere i problemi degli aspiranti insegnanti, con la speranza che l’aumentato numero di insegnanti disponibili allevii ipso facto le magagne della nostra scuola, che invece sono in buona misura qualitative. Ovviamente, più stipendi pagheremo a chi non dovrebbe essere assunto e meno risorse ci saranno per premiare il merito, per la formazione e per tutte le altre necessità così giustamente e anche enfaticamente dichiarate. Inutile insomma che Jekyll tenti di convincerci con le sue belle parole, quando è Hyde che spende i nostri soldi. Ecco perché questa riforma è da bocciare; certo, è un giudizio severo, specie se si considera che questo Governo, e di questo gli va dato atto, sta almeno proponendo una “vision” che ha spinto altri osservatori a redigere pagelle più clementi e ottimiste del mio secco cinque.
Il punto che fa la differenza per me è che penso che gli scopi che si perseguono nei fatti siano quelli per i quali si è disposti a spendere soldi, e questo piano spende pochissimo in formazione, incentivi e meritocrazia, e moltissimo in una sanatoria ope legis dei precari storici. Alla fine, è appunto quest’ultima cosa quello che si otterrà.

2 commenti

  • La classica manovra da democristiano per assumere gente, tutto il resto è fuffa al quintale.
    Renzi, da quando ha iniziato a governare, si è trasformato. La sua “semplicità” la sua o si fa così o nulla… Tutto svanito. L’Italia è destinata a fallire.

  • Sostanzialmente è una riforma volta a mettere una toppa all’errore compiuto con gli ultimi concorsi per la classe docente. Di quanto è stato detto se ne vorrebbe mettere in atto un decimo, il decimo più scomodo e peggio gestibile.

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