Renzi, la riforma della P. A. e il fantasma di Cottarelli

renzi_madiaIl Senato ha appena approvato la legge di riforma della Pubblica Amministrazione, detta a volte “Legge Madia”, e naturalmente non mancano le polemiche in toni anche drammatici. Una riforma della P. A. è ovviamente ritenuta necessaria da tutti, ma non tutti certamente vorrebbero cambiamenti nella stessa direzione, e alcuni a mio avviso fanno solo finta di ritenere utili dei cambiamenti. In questo panorama, io vedo profilarsi sullo sfondo la silhouette del fu Commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli, prematuramente passato a miglior incarico. Vediamo un po’.

Innanzitutto, riassumiamo brevemente i capisaldi del provvedimento, il cui testo completo è ovviamente consultabile sul sito del Senato. Se seguiamo le sintesi proposte ad esempio dal Corriere o dal Sole 24 Ore, vediamo quali siano i temi primari della legge (che è una legge delega, e di questo discuteremo più avanti):

  1. Digitalizzazione del rapporto tra P. A. e cittadini, con la revisione da parte del Governo (“con invarianza delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili”) del Codice dell’Amministrazione Digitale, ridisegnando i procedimenti in ottica digital first e favorendo la diffusione dell’Identità Digitale.
  2. Trasformazione della figura del dirigente pubblico, cui saranno affidati incarichi a tempo (4 anni prolungabili a 6) e non più permanenti; i dirigenti saranno inquadrati in un unico ruolo, dal quale saranno selezionati appunto per gli incarichi a tempo. I dirigenti dovranno essere valutati “per obiettivi”, e le valutazioni dovranno essere determinanti per la carriera e per l’assegnazione degli incarichi. Un dirigente senza incarico riceverà solo la retribuzione “fondamentale” e potrà essere assegnato a incarichi non dirigenziali.
  3. Semplificazione e razionalizzazione, sia  delle procedure, con l’applicazione estensiva del principio del silenzio-assenso sia tra diversi rami della P. A. che tra cittadino e P. A., sia dell’organizzazione, con l’abolizione della figura del Segretario Comunale, la riduzione del numero delle Camere di Commercio, l’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato da parte di Carabinieri e Vigili del Fuoco e del PRA da parte della Motorizzazione Civile, la (teorica) riduzione del numero delle società controllate e diverse altre cose.
  4. Revisione dei criteri per le assunzioni, che avverranno solo attraverso concorsi gestiti in modo centralizzato, assegnando valore alla conoscenza dell’inglese e ad eventuali titoli di dottorato, ma senza fissare soglie in termini di voto di laurea.

Ci sarebbe dell’altro, ma per ragioni di spazio rinvierei al testo originale ed eventualmente ai diversi commenti che cito all’interno di questo post (una sintesi “istituzionale” si trova invece qui). Vorrei ora discutere brevemente i quattro punti sopraelencati, riportando alcune opinioni espresse dai commentatori accompagnate da qualche mia considerazione, e cercando anche di spiegare il senso del titolo del post: cosa c’entra Cottarelli? Per ora, ricordo che a suo tempo il Commissario alla Spending Review aveva presentato un documento di sintesi delle sue proposte per la riduzione della spesa pubblica, ampiamente noto come Piano Cottarelli, che avevamo commentato qui su Hic Rhodus. Cottarelli fu poi di fatto marginalizzato ed estromesso da Renzi, senza che la maggior parte delle sue proposte diventassero qualcosa di concreto.

carlo-cottarelli-587243_tn

Premetto che uno degli interlocutori più critici e importanti del Governo è ovviamente il Sindacato, che nella funzione pubblica trova un solido radicamento. Nel seguito, tuttavia, non tenterò di rappresentare la posizione sindacale, perché, anche dalla lettura del comunicato con cui i sindacati confederali,  mi sembra obiettivamente che essa si riduca a due mantra: il Governo deve rinnovare il contratto dei dipendenti pubblici, e la modernizzazione della P. A. non si fa con nuove norme, ma coinvolgendo i dipendenti. Mentre la prima affermazione è certamente vera, anche a seguito di una (per me singolare) sentenza della Consulta, la seconda è a mio avviso evidentemente falsa: una riorganizzazione e razionalizzazione della P. A. non si può fare senza un intervento legislativo (il che non esclude il dialogo e il coinvolgimento dei dipendenti, a patto che esso non sia finalizzato al perpetuarsi di uno status quo che è onestamente indifendibile).

Vediamo quindi cosa si può dire entrando almeno superficialmente nel merito del provvedimento, premettendo un unico giudizio: è pacifico che questa riforma non è “di sinistra”, secondo le categorie ormai piuttosto logore che spesso abbiamo messo in discussione su Hic Rhodus (l’ultima volta in un recente post di Bezzicante). In qualche punto, è addirittura francamente “di destra”, e quindi chi giudica le proposte politiche in base a queste etichette può tranquillamente allinearsi alle posizioni corrispondenti al proprio background ideologico. Per chi invece ritenesse che ci possono essere scelte giuste o necessarie anche tra quelle in linea con i principi ideologici “avversari”, proviamo a entrare appunto nel merito:

  1. Digitalizzazione del rapporto tra P. A. e cittadini: è ovviamente difficile essere contrari all’obiettivo indicato dal Governo. Tuttavia, è più facile enunciarlo che raggiungerlo: su Hic Rhodus abbiamo già parlato sia del ritardo complessivo dell’Italia rispetto al resto d’Europa sul tema della digitalizzazione (in questo post), sia del fatto fondamentale che la modernizzazione della P. A. in senso digitale non è una questione tecnologica, ma di trasformazione delle procedure, dei ruoli e della rigidità organizzativa (in questo post). Osservo che la voce “digitalizzazione” era già presente nel Piano Cottarelli, che però prudentemente si era limitato a prendere in considerazione gli effetti di iniziative già avviate, e molto meno impegnative di una trasformazione dei processi della P. A..Quest’ultima, infine, è ben difficile che possa avvenire “con inverianza” dei costi, ossia senza investimenti: investimenti servono, ma che siano appunto tali, ossia con una chiara visione del ritorno dell’investimento.
  2. Trasformazione della figura del dirigente pubblico: è uno dei punti centrali della riforma, ed è sostanzialmente incentrata sull’introduzione della temporaneità degli incarichi e della valutazione del merito. Si tratta a mio avviso di un cambiamento essenziale per poter introdurre finalmente dei criteri di accountability nella P. A. (ossia attribuire delle responsabilità individuali, e chiedere conto di come sono state gestite). Le reazioni sono, come da prevedersi, variegate: si va dal Manifesto che in un suo editoriale parla della valutazione del merito come di un grave difetto di impostazione ideologica: “l’ideologia uffi­ciale della com­pe­ti­zione di tutti con­tro tutti, estesa dal mondo delle imprese a quello del lavoro” (ed è più eloquente di un volume il fatto che si ritenga la competizione tra imprese cosa che non deve riguardare il “mondo del lavoro”) all’associazione Etica PA, costituita da dirigenti pubblici e studiosi della P. A., che nella sua rivista Nuova Etica Pubblica giudica che “il disegno di legge contiene un’articolata modifica dello statuto della dirigenza pubblica volto ad indebolirne le capacità di resistenza difronte alle pressioni del potere politico”, e che sul suo sito ospita un articolo più scettico che critico in particolare appunto sul ridisegno della figura del dirigente. Anche qui, vale la pena di osservare che alcune delle misure della riforma Madia erano previste dal Piano Cottarelli, in particolare il ruolo unico per i dirigenti e la revisione del meccanismo degli incarichi (v. pag. 14 del documento citato) per ridurre in sostanza il costo eccessivo legato alla retribuzione dei dirigenti pubblici, specie di fascia più alta (v. tabella a pag. 15 dello stesso documento).
  3. Semplificazione e razionalizzazione: si tratta di uno dei temi che maggiormente potrebbe incidere su efficienza e costi della P. A.. Non a caso, è anche quello contro cui più vibratamente si sono levate voci in dissenso, tanto che una petizione firmata da alcuni bei nomi della cultura di sinistra paventa “l’uccisione” dell’articolo 9 della Costituzione, sostanzialmente a causa della riduzione dell’autonomia delle Soprintendenze alle Belle Arti e Paesaggio, che verrebbero accorpate con le Prefetture nell’Ufficio Territoriale dello Stato, unico snodo periferico dell’amministrazione dello Stato. Non mancano proteste riguardo altre semplificazioni organizzative, che ovviamente vanno a incidere su imprescindibili elementi dell’organizzazione pubblica. In effetti, è chiaro che le misure previste in questo ambito hanno innanzitutto lo scopo di ridurre i costi, oltre che alleggerire le procedure e ridurre la burocrazia; lo testimonia il fatto che quasi tutte le misure indicate, dalla semplificazione dei corpi di polizia all’accorpamento degli uffici periferici, alla sia pure aleatoria riduzione delle partecipate, erano presenti nel Piano Cottarelli. D’altra parte è altrettanto chiaro che, specie volendo dare impulso alla digitalizzazione della P. A., non ha nessun senso mantenere mille e mille uffici pubblici territoriali ciascuno con competenze marginali: se, per fare un esempio banalissimo, devo chiedere un certificato di nascita, a patto che esista un’anagrafe centralizzata (vedi sopra il punto sugli investimenti), non esiste motivo per cui la domanda e l’emissione non possano avvenire in forma di servizio telematico erogato da un unico centro nazionale.
  4. Revisione dei criteri per le assunzioni: l’assunzione “solo per concorso” è un ritornello che troppo spesso viene smentito dalle prassi perverse che producono folle di precari inamovibili che, senza necessariamente disporre dei requisiti che un concorso ha il compito di accertare, vengono incaricati di lavori vari e che vanno a ingrossare le fila di coloro che ritengono di dover essere assunti per diritto divino a carico del resto dei cittadini. Su questo, francamente, è abissale la distanza tra il mondo del lavoro privato, in cui la stabilizzazione della precarietà dipende dal fatto che un’esigenza temporanea diventi o meno strutturale (e se ci sono abusi, allora è lecito rivendicare il proprio diritto) e il mondo del lavoro pubblico, in cui il contenuto del lavoro è irrilevante a fronte del presunto “diritto alla stabilizzazione”. Viva il governo che per primo eliminerà il ricorso ai precari senza usare trucchetti come ricorrere ad agenzie esterne con lo stesso scopo. La rinuncia a usare il voto di laurea come parametro di valutazione nei concorsi è forse un piccolissimo passo nella direzione, estremamente controversa, dell’abbandono del valore legale del titolo di studio, che equipara per legge le lauree ottenute in qualsiasi ateneo. Si tratta di un tema complesso che non posso approfondire qui, ma che in sostanza nasce dalla constatazione che il valore reale di una laurea dipende anche dall’Università che la rilascia.
Il concetto

Il concetto “paradossale” di precario inamovibile

In conclusione? Segnalandovi un equilibrato commento del prof. Guido Melis sul Mulino, aggiungerei che a mio avviso il più grave limite di questa legge delega è …appunto il fatto di richiedere numerosi decreti governativi per poter diventare operativa. Per quanto sia comprensibile la ragione di questa proliferazione di testi ancora da scrivere, questo rende la legge una specie di cornice il cui contenuto sarà ancora da discutere, negoziare, eccetera. Questo modo di procedere, ampiamente adottato dal Governo Renzi, differisce e rende incerta la definizione precisa dei contenuti di una riforma così importante, provocando nel frattempo un “effetto annuncio” sicuramente destabilizzante. Dove invece mi sentirei solidale col governo è nel molto criticato orientamento alla “ricentralizzazione” delle competenze: a mio avviso la principale fonte di spesa non controllata è appunto la decentralizzazione derivante dal (per me) famigerato federalismo.

Infine, osservo che il fatto che ampie sezioni del provvedimento riprendano indicazioni del Piano Cottarelli indica chiaramente che, indipendentemente dalle dichiarazioni pubbliche, uno dei principali obiettivi di questa riforma della P. A. è la riduzione dei costi. Questo è ovviamente malvisto dai sindacati, che vorrebbero semmai aumentare i costi della P. A., almeno quelli legati al personale, ed è malvisto da tutti coloro che si abbeverano ai rivoli della spesa pubblica; ma per noi, che da sempre indichiamo la necessità di riportare sotto controllo e tagliare effettivamente i costi pubblici, è un obiettivo legittimo e importante quanto quelli dichiarati di efficienza e modernizzazione. Se la legge delega si tradurrà in norme precise prima e in fatti concreti poi, il mio giudizio complessivo è favorevole.

3 commenti

  • Gentile dottor Ottonieri, ho letto questo suo post ed i 2 links ad articoli di Hic Rhodua sulla digitalizzazione. Quest’ultimo argomento in particolare é per me difficile da comprendere, ad esempio nella questione implementazione in cui il signor Spok chiarisce ci debba essere una valutazione ex ante dei processi altrimenti tutto si riduce a fare con una tastiera le medesime cose che prima si facevano con la penna. Non conoscendo i processi come sono ora fatico a farmi un’idea di come potrebbero essere meglio. Ciò detto vorrei far notare 2 aspetti: 1)la polemica sull’accorpamento della Sopraintenza nasceva dal timore che, col meccanismo del silenzio assenso, e quella ridotta (?) nel personale non sarebbe stato possibile far fronte a tutte le richieste di valutazione, col rischio di far passare emerite ciofeche (in un paese che ha cementificato a go-go magari questa paura ha un minimo di fondamento); 2)il non tener conto del voto di laurea, dicono alcuni, sfavorisce famiglie meno abbienti, che magari riescono a fare uno sforzo economico in tal senso ma faticano ad andare oltre (master e stage post-laurea). L”impegno universitario (ed i relativi risultati) sarebbr un parametro egualitario rispetto ad altri che più risentono delle condizioni economiche di partenza. Che dice?
    Grazie e saluti.

    • Caro amico, innanzitutto grazie per l’attenzione con cui ci segue. Provo a dare qualche spunto di risposta, senza sperare di esaurire i temi che ci propone:
      – revisione dei processi nel passaggio al digitale: il Signor Spok ha ragione: proprio la digitalizzazione per produrre benefici sostanziali deve comportare un ridisegno dei processi. L’esempio banale che facevo dei certificati anagrafici che non richiedono più di essere elaborati a livello di singolo comune può essere un esempio. Naturalmente, a questo scopo è necessario ogni volta analizzare il processo com’è, e ridisegnarlo nella sua “versione digitale”
      – rischi associati al tempo ridotto e fisso a disposizione per le verifiche di impatto ambientale, ecc. Il problema in teoria esiste; in pratica, mi sembra che l’attuale normativa favorisca le lungaggini senza dare reali garanzie contro le “ciofeche” che lei paventa, giacché le ciofeche non mancano. Io penso che chi investe abbia diritto a risposte in tempi certi e ragionevolmente brevi, e che il termine di 90gg breve non sia.
      – il voto di laurea è come scrivo uno dei temi controversi, che ha come estrema possibilità l’abolizione del valore legale delle lauree su cui molto si potrebbe discutere. È certamente vero che riconoscere il valore del voto di laurea ha un effetto “egualitario”, come lei osserva; tuttavia un concorso per definizione deve porre in evidenza le differenze e non appiattirle, e viceversa non riconoscere come differenziante ciò che lo è molto aleatoriamente. Capisco bene che per una famiglia poco abbiente sia difficile garantire ai figli l’accesso a un’istruzione post-laurea, ma se, come credo, questo accesso offre una differenza importante di competenza, è giusto che faccia premio in un concorso, e semmai l’equità deve imporre che un certo numero di posti nei dottorati e master almeno delle università pubbliche siano sovvenzionati da borse di studio.
      Un cordiale saluto.

  • “….uno dei principali obiettivi di questa riforma della P. A. è la riduzione dei costi. Questo è ovviamente malvisto dai sindacati, che vorrebbero semmai aumentare i costi della P. A….”

    Nel mentre che i nostri geniali ministri promettevano di risanare il bilancio dello Stato tagliando gli zero virgola degli stipendi dei lava cessi, la spesa pubblica cresceva a dismisura ed i servizi essenziali andavano a rotoli. Esistono ragioni aritmetiche banali per questo, ma forse l’aritmetica non è competenza richiesta nella formazione delle liste elettorali italiane.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...