Com’è difficile aiutare i poveri!

povertydayPeriodicamente, anche qui su Hic Rhodus, discutiamo le statistiche e le prese di posizione politiche a proposito del problema della povertà e della disuguaglianza sociale; si tratta di un tema che è spesso al centro dell’agenda politica, talvolta trattato in modo inesatto o semplicemente demagogico. Cogliamo l’occasione di un recente rapporto della Caritas sulle politiche contro la povertà in Italia per riprendere il filo e cercare di orientarci tra le molte proposte e idee, non tutte realistiche, che circolano tra gli “addetti ai lavori”.

In questi giorni, è tornato sull’argomento il Presidente del Consiglio, che ha però tenuto a precisare che “per combattere la povertà serve il lavoro”, e che il Governo è appunto impegnato a creare le condizioni per un rilancio dell’occupazione, che è la vera soluzione al problema della povertà. Contemporaneamente, ha anche annunciato un intervento contro la povertà infantile all’interno della Legge di Stabilità. Secondo alcune anticipazioni, si tratterebbe di un bonus a beneficio delle famiglie con figli e senza redditi o con redditi bassissimi, i cosiddetti “incapienti”.

Ma prima di entrare nel merito di questa o quella misura, sarebbe innanzitutto il caso di far chiarezza, a partire dai termini e dai concetti impiegati. Troppo spesso, la confusione nasce già dalle parole: spesso si parla di “statistiche sulla povertà” per indicare indifferentemente la povertà relativa o la povertà assoluta, mentre tra le due condizioni c’è una grande differenza: il tasso di povertà relativa è in realtà un indicatore del livello di disuguaglianza all’interno della società, e non è affatto scontato che un incremento di disuguaglianza comporti un aumento delle persone che si trovano nell’incapacità di accedere a un livello di consumi minimo accettabile, che sono cioè coloro che si trovano in una condizione di povertà assoluta, e io d’ora in poi quando dirò “poveri” intenderò loro. Ne abbiamo parlato fin dai primi tempi di Hic Rhodus, osservando che, purtroppo, non è sempre vero che l’antidoto sicuro contro la povertà assoluta sia avere un lavoro: esiste purtroppo una quota non insignificante di persone che hanno un lavoro eppure sono poveri, il che è davvero inaccettabile; ancora più preoccupante è il fatto che, se in generale il fenomeno della povertà negli ultimi dieci anni s’è aggravato, lo ha fatto in modo anche più accentuato nelle famiglie in cui la “persona di riferimento” lavora, tanto che nel 2014 la differenza tra il tasso di povertà generale e quello ristretto alle famiglie il cui “capo” lavora è diventata minima.

Incidenza della povertà nelle famiglie, in base allo stato di occupazione del "capofamiglia" [fonte: Istat]

Incidenza della povertà nelle famiglie, in base allo stato di occupazione del “capofamiglia” [fonte: Istat]

Ebbene, verrebbe da dire, possibile che non si prendano misure che incidano davvero sulla povertà? Il Governo Renzi non ha forse preso misure destinata ai meno abbienti, come il ben noto bonus degli “80 Euro”, o il “bonus bebé”? Il guaio è che, anche con le migliori intenzioni (e non tutti accreditano Renzi di quest’ultime), non è facile centrare esattamente il “bersaglio”, ossia destinare i fondi del welfare, pochi o tanti, davvero ai più bisognosi.

Anzi, l’INPinfografiche_politichepovertaS, che eroga buona parte delle prestazioni assistenziali, ha recentemente rilevato che il 40% delle famiglie meno abbienti riceve solo il 25% della spesa assistenziale; in pratica, l’assistenza non raggiunge i “veri” poveri. E anche gli ultimi provvedimenti cui mi riferivo prima non fanno eccezione: in quest’infografica, sempre parte del lavoro pubblicato dalla Caritas, tra le altre informazioni emerge che solo il 22% delle famiglie povere ha beneficiato di almeno una delle misure di “sostegno” decise dal Governo Renzi.

E allora, cosa fare? Le proposte, come dicevo all’inizio, sono molte, e diverse presentano ugualmente il rischio di non produrre gli effetti desiderati, o addirittura di risultare controproducenti. Abbiamo già parlato della proposta del M5S sul cosiddetto “reddito di cittadinanza” (in realtà un reddito minimo generalizzato), per evidenziarne le incongruenze e i rischi; altri esperti suggeriscono invece di fissare un salario minimo (applicabile quindi solo a chi lavora, in particolare nei settori nei quali non esiste un minimo contrattuale stabilito dalla contrattazione collettiva; un abbozzo di questo tipo di proposta è esposto ad esempio in un articolo su lavoce.info), proprio per contrastare la povertà di chi ha un lavoro, e naturalmente l’importo di questo salario minimo dovrebbe essere scelto con oculatezza, per evitare che ad esempio un livello troppo alto favorisca precariato e lavoro nero. Insomma, si va dalla proposta del M5S che si proporrebbe di garantire a tutti, occupati o no, un reddito pari alla soglia della povertà relativa, a quella “di lavoce.info” che riguarderebbe solo chi il lavoro ce l’ha, e a un livello retributivo più basso di quello ipotizzato dal M5S.

Un’ulteriore proposta, che si colloca in un punto intermedio e che è sicuramente frutto di un’attenta riflessione sulla base anche di una conoscenza profonda del fenomeno della povertà sul territorio, è stata appunto avanzata dall’Alleanza contro la povertà, costituita dalla Caritas, dall’Acli, dai sindacati confederali, da molte ONG e associazioni. La proposta prevede di assicurare quello che è stato definito un reddito di inclusione sociale, e che in buona sostanza consisterebbe nel garantire a tutti almeno il minimo vitale corrispondente alla soglia di povertà assoluta. Rispetto alla proposta del M5S sarebbe molto più realizzabile e mirata, perché riguarderebbe solo chi vive in condizione di povertà assoluta, e perché l’importo da corrispondere pro capite sarebbe nettamente più basso.

In conclusione: mentre esiste un consenso ormai piuttosto ampio sulla necessità di una misura strutturale e non estemporanea che offra sostegno a un’ampia platea di cittadini oggi al di sotto della soglia di povertà, c’è un’ampia difformità di opinioni soprattutto su come individuare i destinatari di questo beneficio, tenuto presente quanto dicevamo all’inizio sull’attuale regressività del welfare italiano, che in pratica protegge poco proprio chi più ha bisogno. A questo proposito, vorrei chiudere citando anche una voce controcorrente, quella del professor Anthony Atkinson, della London School of Economics: a suo avviso, il fenomeno della regressività che osserviamo nel nostro welfare non è un’anomalia isolata, perché i tentativi di “mirare” le misure di sostegno in modo sempre più preciso verso i bisognosi sono controproducenti per due ragioni: la prima è che disincentivano i beneficiati dal cercare di migliorare la propria condizione, visto che un simile miglioramento significherebbe perdere i benefici (Atkinson si riferisce a questo fenomeno come la Poverty Trap); la seconda è che tipicamente non tutti coloro che hanno diritto a un beneficio lo richiedono, per ragioni che vanno dall’ignoranza, all’orgoglio, alla complessità degli adempimenti (è utile rilevare che il professor Atkinson probabilmente non conosce l’ISEE). Secondo lui, quindi, sarebbe più efficace un sistema organico basato sull’applicazione contemporanea di una sorta di reddito di cittadinanza e di una serie di altre misure che sarebbe troppo lungo elencare qui e per le quali rinvio al suo recente libro Inequality. Personalmente non sono sicuro di essere d’accordo coll’illustre professore, ma mi sembra interessante considerare il suo punto di vista, meno peregrino di quel che potrebbe apparire.

 

 

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