I legami sociali deboli e la scomparsa del futuro

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E’ impossibile comunicare la sensazione della vita di un qualsiasi momento della propria esistenza, ciò che rende la sua verità, il suo significato, la sua essenza sottile e penetrante. E’ impossibile. Viviamo come sogniamo: soli. (Joseph Conrad, Cuore di tenebra)

Non potete non provare sconcerto verso quelli che potremmo chiamare “sfilacciamenti del mondo”: perdita di umanità, follie incontenibili, comportamenti assurdi, disimpegni imbarazzanti. Non mi riferisco a bizzarrie di singoli individui (matti ce ne sono sempre stati) ma a modi di agire comuni, estraniazioni in consolidamento, stili di vita e di pensiero poco concilianti, categorie dello spirito declinate – in maniera discutibilmente inedita – nella sostanziale approvazione collettiva o, quanto meno, in un desolante disinteresse complice. Mi spiego con alcuni esempi: cos’è che collega il trionfo (almeno momentaneo) delle posizioni “folli e irreali” di Trump (Fineman), l’ondivaga politica verso migranti e rifugiati dei paesi europei, il successo dell’antipolitica, il separatismo esasperato e sterile, lo smantellamento delle politiche sociali, psichiatriche e di welfare che in Italia avevano raggiunto, decenni fa, livelli di eccellenza assoluta? Qual è il filo conduttore del disfacimento civile, sociale, etico e politico che percepiamo crescente attorno a noi, certamente in Italia ma anche altrove? Come mai non riusciamo più a ragionare, fra portatori di interessi diversi? A trovare un punto di equilibrio che consenta a entrambi di avanzare? Perché fendiamo folle di individui che avanzano a capo chino scrutando lo smartphone, viaggiamo con l’occhio che scruta le bellezze del mondo attraverso il tablet, compulsiamo la Rete, scarichiamo app ma non sappiamo più dire “buongiorno signora!”?

Noi che siamo a cavallo fra i secoli, che non siamo nati digitali, che ricordiamo il mondo di prima, ricordiamo un mondo fatto, fra l’altro, di socialità. C’erano vincoli familiari ma anche amicali forti. Non era necessario appartenere a un piccolo borgo sperduto per sperimentare le reti sociali. Non si viveva soli e non si moriva dimenticati. Certo, dove più e dove meno. Ma era così ovvio che ci fosse una responsabilità collettiva verso ciascun individuo che le politiche di welfare hanno conosciuto sviluppi oggi incomprensibili per chi si affaccia, giovane e poco esperto, a questo mondo. Le cose, è evidente, non stanno più così. Lo stato sociale viene smantellato non tanto perché non ci siano soldi quanto, ovviamente, per nuove priorità. E le risposte di socialità sono in drammatica diminuzione. Ci incamminiamo in sentieri di crescente solitudine perché i legami sociali sono diventati deboli.

Una volta, probabilmente, conoscevamo meno: viaggiavamo meno, vivevamo in orizzonti più ristretti, almeno per la grande maggioranza delle persone, ma con scambi sociali più forti; si andava a casa della gente, si condividevano le esperienze, ci si confortava; i malati e gli anziani non erano soli, i bambini erano visti e in qualche modo educati nella e dalla comunità. Oggi viaggiamo molto di più in un mondo più grande, siamo bulimici d’informazione e la nostra rubrica contiene centinaia di nomi di cui, per la maggior parte, conosciamo poco e nulla eccetto l’ambito funzionale (lavoro, in genere) per il quale sono finiti nel nostro elenco. Si va a casa d’altri solo se invitati e sempre più raramente, ascoltiamo con fastidio le beghe altrui e, sostanzialmente, accettiamo una maggiore solitudine che scontiamo, poi, nei momenti di difficoltà.

C’è più estensione sociale e meno intensione (con la ‘s’, fa riferimento all’intensità; per una definizione e differenziazione fra estensione e intensione si veda QUI, e anche QUI). Nella società contemporanea si vive meno dentro ristretti gruppi caratterizzati da legami forti e ci si apre di più verso altri gruppi e individui coi quali ci si caratterizza per un legame debole. analisis_redesQuesto ha molteplici effetti nella nostra vita, anche positivi (apertura, relazioni diffuse, maggiori possibilità di confronto) come ha osservato inizialmente Mark Granovetter studiando l’efficacia dei legami sociali nel mercato del lavoro. Ma non c’è scampo dall’aporia: O legami forti (= identità, solidarietà, protezione…) OPPURE legami deboli (= solitudine, vulnerabilità…). Naturalmente la maggior parte di noi, in questo momento storico, vive in parte entro legami forti (famiglia, amici d’infanzia) e in parte entro legami deboli (parenti più lontani, colleghi di lavoro, consoci di associazioni); i primi sono connotati da sentimenti forti, emozioni, senso (contrapposto a significato) di appartenenza, mentre i secondi sono facilmente rinnovabili oppure abbandonabili, interscambiabili, in qualche modo “pattuibili” senza dovere pagare particolari prezzi emotivi.

Il mondo dei legami forti si va progressivamente riducendo. La famiglia non è più da tempo quel centro fondamentale di vita, divisione del lavoro, sussidiarietà, solidarietà, dialogo come l’hanno vissuto (nel bene e nel male) i nostri progenitori; e le grandi amicizie che solcano i decenni sono sempre in numero estremamente limitato e, sovente, sono del tutto assenti. Una delle conseguenze di questo inevitabile processo è la scomparsa del tempo come flusso di senso nella vita individuale. In un’epoca in cui succede tutto, e si rinnova tutto, e tutto cambia con un ritmo a dir poco sincopato, questo può apparire paradossale. Il mondo si precipita verso un futuro sempre più incalzante, ma questo futuro è scandito dal significato (delle tecnologie, in particolare) e non dal senso (dei vissuti interiori). E tutti noi corriamo in questo mondo intontiti dalle cose, dai fatti, dagli elementi, ma non più, ormai, coinvolti in un tessuto narrativo, non più artefici, non più protagonisti. Noi non solchiamo il tempo, ne siamo trasportati. Non riusciamo a guardare indietro e avanti rispetto alla nostra collocazione in questo flusso. Viviamo sperduti in un mondo sempre più vasto (= estensione) e sempre più spersonalizzato (= con riferimento all’intensione).

Questa perdita di futuro, ovvero questa diminuzione del nostro ruolo di artefici del futuro costruito attorno ai legami forti, non significa ovviamente perdita del tempo ma perdita della Storia, nel significato di susseguirsi di vicende connotate da senso, di costruzione di destini forgiati dalla reciproca relazione e destinati a cooperare o a contrastarsi per degli obiettivi, come poeticamente sottolineato nella celebre Orazione di Foscolo:

O Italiani, io vi esorto alle storie, perchè niun popolo più di voi può mostrare nè più calamità da compiangere, nè più errori da evitare, nè più virtù che vi facciano rispettare, nè più grandi anime degne di essere liberate dalla obblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendere ed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che darà pace e memoria alle nostre ceneri. Io vi esorto alle storie, perchè angusta è l’arena degli oratori; e chi ormai può contendervi la poetica palma? Ma nelle  storie, tutta si spiega la nobiltà dello stile, tutti gli affetti delle virtù, tutto l’incanto della poesia, tutti i precetti della sapienza, tutti i progressi e i benemeriti dell’italiano sapere. Chi di noi non ha figlio, fratello od amico che spenda il sangue e la gioventù nelle guerre? e che speranze, che ricompense gli apparecchiate? e come nell’agonia della morte lo consolerà il pensiero di rivivere almeno nei petti de’ suoi cittadini, se vede che la storia in Italia non tramandi i nobili fatti alla fede delle venture generazioni? (Ugo Foscolo, Dell’origine e dell’ufficio della letteratura).

A me pare che già oggi si veda questo imminente mondo di domani che necessiterà di uomini e donne nuovi: non più buoni né più cattivi ma, necessariamente, più disincantanti, amorali, relativisti, razionali. Il mondo degli ideali è morto con l’800, e quello delle passioni col ‘900. Oggi, guardando all’imminente domani, vediamo l’espandersi veloce degli orizzonti caratterizzati da legami deboli, ma numerosi; aumento delle possibilità, ma fragili; aumento delle potenzialità, ma cangianti. Le persone di domani dovranno navigare un mare che supererà per sempre le possibilità umane, che spezzerà una volta per tutte quel cerchio protettivo di senso e di identità che già fu degli antichi (il riferimento, qui, è alla Teoria del romanzo di Lukács), e lo navigheranno con maggiore libertà e profonda solitudine.

Alcuni riferimenti ulteriori:

  • Lo sviluppo dei legami deboli e (secondo me) della perdita del futuro come qui raccontato ha un assoluto legame col tema della complessità sociale trattato QUI su HR;
  • il punto di svolta storico che ha accelerato complessità sociale e potenziamento dei legami deboli è stato trattato QUI, sempre su HR;
  • il ruolo della tecnologia in questo processo è stato approfondito in un libro – a mio avviso spaventoso – di Umberto Galimberti, Psiche e techne, Feltrinelli; ne trovate una sintesi commentata QUI.

2 commenti

  • L’ha ribloggato su EVAPORATA®e ha commentato:
    Profondamente condiviso

  • Letta così é terribile. E forse lo sarà, sicuramente lo sarebbe per me. Senza legami forti non posso vivere. Pochi, ma senza non esisto. Ma forse non sarà così male, forse tante volte una generazione a cavallo di 2 tempi della storia ha avvertito un cambiamento drastico e lo ha denunciato come pericolosamente dissonante e poi le cose sono andate per la loro strada, non solo peggiorando. O forse invece siamo davvero ad un punto di svolta, dalla protezione familiare (nel senso allargato del termine) a quella dello stato sociale (in Italia, su pensioni e sanità) a quella…leggera.
    Sulla tecnologia ho sentito tanti discorsi: prosecuzione culturale dell’adattamento biologico; “secrezione” umana per antonomasia; amplificatore della nostra rapacità sulle risorse del globo; sogno per una società futura quasi senza lavoro, etc. La tecnologia è anche la lavatrice che secondo mia madre “è la più grande invenzione della storia assieme al frigorifero”. Mi manca una categorizzazione efficace per bene esprimermi ma forse ci sono stati diversi salti di qualità nell’impatto della tecnologia grazie al metodo scientifico, alla disponibilità di energia a basso costo, alle ricadute delle scienze informatiche. Immagino che ciò che piu dovremo governare, a livello sociale, sarà l’accellerazione data non tanto dall’informatizzazione in sé ma, mi parebbe, dall’entrata a gamba tesa dell’edonismo della “prestazione” e del design in ogni singolo oggetto tecnologico e dallo sviluppo, in atto, di una società di servizi tramite applicazioni che mettono in comunicazione doretta domanda ed offerta (roba che mi entra in testa a fatica). Forse sono finito un po’ O.T. Cari saluti.

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