Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 2 – Lavoro e istituzioni, e una conclusione

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(La prima parte di questa riflessione, relativa a demografia, ambiente, accesso alle risorse e guerre, la trovate QUI)

Il lavoro

Schermata 2016-03-06 alle 09.59.51Che il lavoro stia cambiando è sotto gli occhi di tutti. E le tecnologie sono il più potente strumento di cambiamento del lavoro. Studi recenti indicano che il 47% della forza lavoro è a rischio imminente negli Stati Uniti a causa dell’automazione, e la penetrazione dei robot nell’industria e nei servizi è stata documentata abbastanza recentemente anche da HR (in due articoli, il primo QUI e il secondo QUI). Una delle ricadute sociali di maggiore interesse di questa automazione è l’incremento delle disuguaglianze, in quanto il loro impatto sarà molto diverso in differenti aree del mondo; città tradizionalmente manifatturiere rischiano di soffrire un collasso del mercato locale del lavoro assai superiore a città dove l’automazione avrà meno impatti (uno studio per le città americane QUI, pp. 30-36). Schermata 2016-03-06 alle 10.11.44Naturalmente ci saranno nuovi lavori che rimpiazzeranno quelli persi (addirittura 98 milioni di europei fino al 2025; fonte: OxfordMartin su dati Cedefop); l’ampio studio della OxfordMartin appena citato indica in oltre 4 milioni le figure professionali in sanità necessarie negli Stati Uniti da qui al 2022; ci sono poi la green economy e diversi altri settori. Ma, come indica chiaramente lo stesso rapporto, le nuove occupazioni del futuro richiedono competenze elevate che non saranno sempre immediatamente disponibili risultando, conseguentemente,

in un possibile deperimento delle potenzialità di sviluppo:

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Un problema chiave resta quindi il prodursi di gap occupazionali gravi dovuti al combinato di disposto fra automazione da un lato e rapida possibilità di rimpiazzo di nuove professioni ad alta qualifica. Ciascuno dei due corni del problema è a sua volta il prodotto di molteplici fattori (demografici, geopolitici, energetici, relativi all’obsolescenza di settori maturi, alle politiche nazionali e così via). Un esempio chiaro di possibile scenario negativo l’offre la Cina in questi giorni: il governo cinese sta seriamente pensando di ricollocare almeno 6 milioni di lavoratori delle industrie zombie (acciaio, cemento, carbone) ormai improduttive e tenute in vita solo grazie a contributi statali (fonte); ora: la Cina può ancora permettersi (ma per poco) di immaginare ricollocazioni, pensionamenti e sussidi per una tale massa di persone, evitando così tremende conseguenze sociali. Ma certamente non se lo può permettere l’Occidente. E lo sviluppo tecnologico in questi anni procede a ritmi più veloci di quelli naturali del ricambio generazionale; questo significa che le ragioni dell’economia (sviluppo, produzione, guadagno) si scontreranno con quelle della demografia e della formazione di masse imponenti di lavoratori.

Formazione

E allora diamo un’occhiata prospettica anche a questo tema, che con tutta evidenza diventerà cruciale per la vita di milioni di individui. Innanzitutto l’Unione Europea – ben consapevole del problema – ha un occhio di riguardo su istruzione e formazione professionale, con programmi ad esse dedicate (fonte: Europarlamento); onestamente la “strategia Europa 2020”, per quanto encomiabile, non sembra all’altezza delle sfide tratteggiate sopra e in Italia – dove il problema è particolarmente acuto – il problema rimane insoluto malgrado le esplicite denunce:

Gli attuali percorsi di istruzione e formazione, infatti, non sembrano rispondere alle esigenze delle persone né a quelle delle imprese. Lo testimoniano i dati dell’indagine Excelsior che, tra le altre cose, denuncia il rischio della carenza di profili professionali adatti a rispondere alle esigenze del futuro del mercato del lavoro italiano. Lo testimoniano anche i dati sugli abbandoni scolastici degli studenti italiani ancora lontani dai benchmark europei (19,3% in Italia contro l’obiettivo di Lisbona del 14,8%), nonché quelli su forme più o meno marcate di disadattamento scolastico. Dati che sollevano più di un sospetto sulla bassa attrattività per i giovani dei contenuti e delle modalità degli apprendimenti promossi nelle scuole, vuoi perché incapaci di comunicare con il destinatario vuoi perché spogliati di qualsiasi proiezione realistica sull’inserimento lavorativo. […] le proiezioni al 2020 sulla domanda e offerta di lavoro evidenziano che il nostro Paese rischia di farsi trovare impreparato ai prossimi cambiamenti del mercato del lavoro. Sul primo versante, la domanda di lavoro, le ricerche del Centro europeo per lo Sviluppo della Formazione Professionale (CEDEFOP) esprimono la chiara tendenza verso una economia della conoscenza e dei servizi, che avrà bisogno di lavoratori sempre più qualificati. Nel 2020, l’economia europea domanderà il 31,5% di occupati con alti livelli di istruzione e qualificazione, il 50% con livelli intermedi mentre i posti di lavoro per i soggetti con bassi livelli di qualificazione crolleranno dal 33% del 1996 al 18,5%. (Fonte: Commissione di studio e di indirizzo sul futuro della formazione in Italia)

L’Italia sembra avere imboccato strade diverse, rinunciando a finanziare adeguatamente la ricerca, con un sistema scolastico molto peggiorato nel tempo che non prepara adeguatamente i giovani e con alti tassi di dispersione scolastica; il lettore interessato troverà molti articoli su questi temi qui su HR.

Istituzioni

Ed eccoci alla fine di un percorso. La formazione dei cittadini, capaci di adeguarsi alle esigenze del mercato evitando drammatiche disuguaglianze, è compito delle istituzioni pubbliche; come le politiche energetiche, come quelle rurali e molte altre di cui abbiamo parlato nella precedente puntata. Ma anche le istituzioni, in quanto “prodotto sociale”, evolvono, cambiano, si adattano e non sempre approdano alla migliore condizione per decidere al meglio, e tempestivamente, le politiche pubbliche necessaria per la propria comunità. Quello che occorre, nel terzo millennio, è un governo FLAT Schermata 2016-03-06 alle 11.21.31(Flatter, Agile, Streamlined, Tech-enabled, secondo la definizione del World Economic Forum nel suo documento The Future of Government). Questa idea propone una governance (ciò che viene sintetizzato sotto la prima parte della sigla FLAT) di tipo partecipativo che alcuni autori hanno già argomentatamente criticato come scarsamente possibile nel mondo complesso (ne abbiamo ampiamente parlato su HR). Analoghe proposte (coinvolgimento dei cittadini, governo come semplice facilitatore nella distribuzione dei servizi, etc.) sono presenti nei rapporti di diversi think tank specie di area anglofona; per esempio in Future of Government di PWC) che vagheggia un “nuovo capitalismo” propositore di economie locali sostenibili; Gov2020: A Journey into the Future of Government di Deloitte e altri. Tutto molto ottimistico. L’evidenza mostra una storia assolutamente diversa, di scarsa possibilità reale di partecipazione dei cittadini, di predominio di gruppi di potere non sempre espliciti, di differenze irriducibili nelle forme di governo anche entro comunità retoricamente indicate come omogenee (per esempio entro l’Unione Europea) e, soprattutto, differenze al limite del conflitto fra paesi “liberali”, paesi “autoritari”, paesi teocratici. Queste ultime differenze sono altamente significative perché il futuro del mondo (controllo demografico, accesso alle risorse, riduzione delle disuguaglianze e tutto quanto visto fin qui) non può che essere armonico, concordato, guidato da una regia unica; impossibile progredire da soli; impossibile governare i processi in ambiti ristretti in un mondo che distribuisce i problemi e gli errori (le conseguenze delle guerre, le conseguenze dell’inquinamento, le conseguenze della povertà sono globali anche quando le cause sono locali). Ma, come detto, il potenziale fallimento dei vecchi governi occidentali di fronte alle veloci e imponenti sfide dei prossimi anni è sotto gli occhi di tutti.

Recentemente Akhilesh Pillalamarri, a partire da considerazioni sull’impossibile coniugazione fra democrazie liberali e teocrazie islamiste, si interroga sui possibili sviluppi di governi “vincenti” rispetto alle sfide di cui abbiamo parlato:

The problem with democracy in the long run is that it will always be hijacked by people with an agenda or special interests simply because it is impossible for hundreds of millions of people to directly participate in the government. Groups with money, power, or influence easily sway governmental policies by claiming to be doing the “will of the people.” This trend has become especially pronounced over the past few decades in countries as different as the United States and India. In a country with multiple interest groups and multiple cultures like India, it is very hard to get anything done without protests, despite best intentions. What is to be done when a country cannot experience good governance because individuals and groups within it hide behind the plutocratic shield of electoral democracy? There is an answer to this question from Asia, though it is much maligned in the West. It is a system of governance that avoids both the pitfalls of totalitarianism, North Korea style, and the dysfunctionalism seen in modern American politics. The concept of semi-liberal autocracy is not new nor is it unique to Asia — many 18th and 19th century Enlightenment European states were also organized on such lines. In short, this method of governance and development amounts to rule by an oligarchy that fills its ranks with technocrats or knowledgeable individuals that can dominate the system, whatever its formal constitutional structure: monarchy (Victorian Britain, Meiji Japan), aristocratic alliance (the United Arab Emirates, essentially), republic (the Founding Fathers of the United States), or a single-party state like China. Decisions are made and implemented at the highest level with relatively little outside interference but at the same time, people are free to go about their daily lives without the state constantly breathing down their necks. (Fonte: The Future of Government: What We Can Learn from Asia, “The Diplomat”, 19 Giugno 2015).

L’idea che il modello cinese – così poco conosciuto e molto ideologicamente equivocato – possa diventare un modello di efficacia democratica anche in Occidente è sostenuto da diversi commentatori, come per esempio Daniel A. Bell sull’Atlantic, Eric X. Li sul New York Times e altri. In questo momento non sto prendendo parte; ciò che sto riferendovi, in conclusione a questo paragrafo, è che ciò che servirebbe – così ben descritto idealisticamente dai primi think tank citati, auspicato dall’Unione Europea, eccetera – pare difficilmente raggiungibile, in tempi ragionevoli e con efficacia, dalle forme di governo occidentali basate su un concetto di democrazia liberale che aveva ragion d’essere – e possibilità di dispiegare i suoi effetti – nel secolo breve, come tale velocemente passato, e che immaginare nuove forme di democrazia guardando a come sviluppano altre forme di governo non è vietato, non è un tabù nella più acclamata delle democrazie liberali dell’Occidente. Discuterne, comunque la si pensi, è diventato urgente.

Tentiamo una conclusione

La conclusione a queste due puntate di sguardi veloci nel nostro possibile futuro dipende molto dal personale livello di ottimismo di ciascuno. Si possono cercare altre e diverse fonti, si può calcare la mano su questi fattori o su altri, ma è difficile sottrarsi all’idea di un imminente punto di svolta nella condizione umana. Un numero enorme e crescente di individui che lotterà per l’accesso alle risorse, per l’acqua e il cibo, lottando contro condizioni climatiche sempre più avverse; migrazioni bibliche; cambiamenti dei confini nazionali; guerre. Ma anche sviluppo scientifico e tecnologico, miglioramento delle pratiche mediche, possibilità di vite più lunghe e interessanti… per alcuni. Non per tutti. Comunque la pensiate credo il futuro riservi aspre disuguaglianze nel globo, sia fra paesi diversi sia internamente ai paesi (sul tema troverete diversi articoli qui su HR); le disuguaglianze potranno essere stemperate, se non risolte, solo con governi capaci di cambiare, adattarsi, integrarsi fra loro, anche immaginando forme differenti di governance, di accesso dei meritevoli alle cariche decisionali, di distribuzione delle risorse. Questi cambiamenti, se mai ci saranno, serviranno presto, perché veloce sta arrivando il punto di non ritorno; e purtroppo è difficile immaginare di cambiare, tutti noi, nell’arco di questa generazione e della prossima, in maniera così epocale e condivisa. E, se volete, è questo il vero nocciolo del mio personale pessimismo.

3 commenti

  • Non credi che un “metodo cinese” sia impossibile da implementare in occidente? Già esiste un forte sentiment di carenza di democrazia reale (a mio parere non sempre a fuoco) per il potere della finanza, del sistema capitalistico del commercio internazionale, della pressione dei gruppi di interesse, etc. Prova a pensare se un’oligarchia di qualche tipo dovesse decidere per tutti… E come la facciamo saltare fuori? Già la tecnocrazia europea é vissuta come invisa e distante dai cittadini ma verrebbe facile vedere quella come versione locale del PCC. Comunque alcuni gruppi legati a tematiche di esaurimento delle risorse hanno già cominciato a mettere in discussione il sistema delle democrazie occidentali in funzione di scelte ambientali urgenti e vitali per le future generazioni, salvo poi cadere in contraddizione nella denuncia dell’attuale sistema come carente nelle strutture democratiche perchè le cose non vanno nella direzione da loro auspicata (che magari è quella che realmente servirebbe intrapprendere). Io credo che sia difficile abbandonare una via percorsa con efficacia per diverso tempo, ma che comincia a mostrare debolezze trutturali per un nuova mai percorsa, anche perchè le istanze di critica sono le più varie e si coagulano in una eterogeneo che si fatica a ridurre in una qualche sintesi. Forse ci vorrebbe uno sforzo di comprensione e decisionale davvero globale. Se é così forse siamo fritti. Ciao

  • iacopo maffi

    In sostanza nei prossimi vent’anni dovremmo scegliete tra stipendio d’esistenza e camere a gas, giusto? (E ovviamente, per evitare pericolosi eccessi, avremo un compromesso tra le due posizioni estreme)

  • Ho la soluzione: Soylent Green. Risolviamo in un colpo solo sovrappopolazione, carenza di cibo, guerre e violenze (basta omettere un ingrediente o due…) nei Paesi in via di sviluppo e stati d’ansia e depressione del cittadino occidentale medio.

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