Il ritorno di Renzi ha una sola possibilità

Di “grandi ritorni” ce ne sono stati tanti, nella storia. C’è quello di Napoleone dopo l’Elba, catastrofico; c’è quello vittorioso di McArthur dopo la disfatta di Bataan. Entrambi egocentrici strateghi, peraltro, come il più modesto leader PD. Tornare. Si fa presto a dire “son di nuovo qua” quando si è stati pesantemente sconfitti; il ritorno, di per sé, mostra l’egocentrismo, non ancora la sagacia strategica, e il risultato delle primarie non significa nulla. Anche Napoleone fu acclamato, al ritorno dall’Elba, e raccolse un esercito di nostalgici fedeli. Ma durò solo 100 giorni…

Qui su HR non abbiamo lesinato critiche a Renzi, sia – e specialmente – sotto il profilo politico (QUI una sintesi delle nostre opinioni) sia sotto quello caratteriale, rimanendo favorevolmente impressionati da alcune novità, o tentativi di riforme, e profondamente delusi da altri. Tutto in mezzo al guado, tutti bicchieri “mezzi pieni” in un triennio di logoramento politico e di avanzamento del populismo. A furia di errori e di tensioni nel suo partito è infine finita l’esperienza Renzi e si è dovuto riproporre il rito delle primarie e dell’elezione del segretario. Solo un rito. Chi altri se non Renzi, in ciò che resta del PD? Ora Renzi è stato ri-legittimato; da un certo punto di vista in forma più debole di come accadde tre anni fa, perché allora c’era un più grande e unitario PD (con dentro Civati e Cuperlo, per intendersi, a contendergli la carica, con Bersani quasi amico e D’Alema sull’Aventino, con Fassina, Gotor e tutti gli altri…) mentre ora c’è quel che resta, quantitativamente maggioritario, certo, ma senza competitori reali. Ma da un altro punto di vista quei due milioni che malgrado tutto sono tornati ai gazebo, e che a stragrande maggioranza hanno votato Renzi, sono un segnale estremamente chiaro. Che la visione renziana è stata accolta al di là delle sue sciocche sconfitte; che Renzi è considerato l’alternativa al populismo malgrado la sua irritante presunzione; che il ‘900 dei D’Alema e dei Bersani non ha nessunissima possibilità di tornare. È Renzi a tornare. Ma… per fare cosa?

Qui a Hic Rhodus guardiamo con interesse alla vicenda, come credo molti italiani anche non fan di Renzi, anche non di sinistra, per una ragione molto semplice: oltre al populismo, in Italia non c’è rimasto nessun partito degno di attenzione, nessun leader dal quale attendersi “politiche”. Guardiamo come appare il panorama politico italiano, che sembra ormai lontanissimo dall’embrione di bipolarismo che aveva caratterizzato gli anni a cavallo del duemila:

  • un affollato assembramento populista: da quello nostalgico di Meloni a quello lepeniano di Salvini fino a quello, vincente e burbante, di Grillo. Diciamo che siamo nel trend europeo e mondiale, ma stavolta abbiamo anche esagerato non facendoci mancare nessuna sfumatura di populismo sovranista, antieuropeista, autoritario e – unica differenza – con esplicitazioni diverse in tema di immigrazione;
  • il solito aggregato di frazioni di sinistra radicale, ora rimpolpate dai fuoriusciti PD, che ricoprono il loro legittimo ruolo di testimonianza che può piacere o meno ma che hanno pochissime speranze di influire, nei prossimi anni, sui destini del Paese;
  • il PD; sfiancato, dimagrito, pieno di contraddizioni e con non pochi personaggi poco chiari all’interno, sempre pronto al litigio ma, questo ci pare rilevante, con un insieme ancora apprezzabile di qualità: una difficile ma ancora reale democrazia interna; una debole ma ancora viva diffusione di massa; una classe dirigente con esperienza e competenza; un programma – non sempre ben esplicitato – di carattere riformista;
  • tutto il resto, che poi sono Forza Italia (ormai solo un ricordo del berlusconismo) e schegge centriste di varia natura.

La reazione al progetto renziano è stata fortissima, dentro e fuori del PD, per ragioni strategiche o per piccolo opportunismo: nell’alleanza contro un unico nemico hanno ripreso tono voci che pensavamo forse superate dalla storia, e che, a partire dal ritorno al proporzionale e dalla “difesa della Costituzione”, sembrano voler riproporre impossibili ritorni a un modello “anni Settanta” in cui il PD e la sinistra in generale svolgano un ruolo simile al PCI dell’epoca, senza pretese e speranze di governo ma (quindi) liberi di proporsi come rappresentanti di specifici settori del paese che le tentate riforme di Renzi hanno alienato e fingendo che i grandi giochi a livello globale che rendono gli anni Settanta morti e sepolti non esistano.

Nella nostra piccola arena politica, i giochi, nel breve periodo, saranno quindi fatti dalle forze populiste e dal PD. Da un populismo che potrebbe trovare – grazie anche al sistema elettorale proporzionale – inedite alleanze per candidarsi alla guida del Paese e da un PD che deve trovare un nuovo rilancio. Un nuovo rilancio con un vecchio leader già sconfitto?

Quello che aspetta Renzi è una sfida arditissima, che richiederà non solo coraggio (Renzi ne ha da vendere, ma forse si tratta solo di avventatezza) ma anche intelligenza strategica e fortuna (e qui Renzi ha mostrato i suoi limiti ma, chissà? potrebbe anche avere imparato la lezione). A nostro avviso le sfide sono due, e proviamo a raccontarle così:

  1. la sfida dentro il partito; troppo trascurato da Renzi nel precedente mandato. Non è tanto la fuga degli iscritti (endemica e quasi “naturale” in quest’epoca di crisi della rappresentanza) né l’opposizione interna (ormai uscita o marginale) ma proprio la cura del partito. C’è un capitale sociale enorme nel PD, che continua malgrado tutto a fidarsi, a mettersi in fila per le primarie, a credere in Renzi. Renzi non deve semplicemente ringraziare questo popolo ma fare leva su di esso; Renzi si deve mettere realmente alla testa di questa moltitudine: rincuorarla, istruirla, guidarla. Far percolare nel partito e fra i simpatizzanti ed elettori la sua visione di futuro (prossimo punto) e fare, di generici supporter, una nuova forza politica. Vale anche l’inverso: Renzi, ansioso di circondarsi di persone fidate e leali a lui direttamente, non è stato quasi mai capace di valorizzare contributi delle persone che nel partito sono esperte dei temi economici, sociali, industriali, o di coloro che sono a diretto contatto col “territorio” e con la “società civile”, per usare due orride espressioni. Il PD contiene persone, che a Renzi piaccia o no, più valide, competenti e preziose di diversi dei ministri del “giglio magico” che l’ascesa del loro leader ha paracadutato non solo a Montecitorio ma anche a Palazzo Chigi. Senza la valorizzazione di queste competenze, il PD diventa un semplice comitato elettorale, e come tale somigliare a uno dei molti “partiti-scatola vuota”;
  2. la visione, appunto. Una visione che – vi sia piaciuta o no – aveva il vecchio Renzi della Leopolda, quello che perse le primarie contro Bersani nel 2012 per poi vincerle nel 2013. Una visione, ci preme sottolinearlo, liberalsocialista. Una visione che sposta l’asse del partito e che – appunto – ha suscitato le ire dell’ex minoranza di sinistra. Una visione che alcuni hanno associato a quella del francese Macron, probabilmente a torto ma che punta, sia pure senza dirlo in maniera esplicita, a una rifondazione da vecchio partito ex-comunista a nuovo partito liberale, riformista e progressista. Quella visione, compresa o intuita da moltissimi sostenitori del PD, è ciò che aveva reso Renzi interessante nel panorama politico italiano, ed è ciò che Renzi ha perso per la strada. In parte a causa della maggioranza risicata (ereditata da Bersani, peraltro) e in parte per una stridente e contraddittoria voglia di restare in sella, di governare comunque a costo di piccoli compromessi e del rapido scivolamento dal governo di idee al governo di potere (come già indicammo un anno e mezzo fa).

Hic Rhodus non è pro Renzi, ma è indubbiamente anti-populista. Noi crediamo – e abbiamo scritto – che un eventuale governo populista potrà essere disastroso per l’Italia. E crediamo anche che un governicchio di cosiddette larghe intese (con alleanze spurie rispetto a quella visione) possa non essere altrettanto disastroso nel breve periodo ma certamente dannoso nel medio e lungo. Che fare quindi? Nei pochi mesi che mancano da qui alle elezioni non si possono fare miracoli e occorre mettere in conto una sconfitta. Vinceranno probabilmente i populisti e a Renzi toccherà star fermo un giro. Al di là dei destini per l’Italia, per il PD potrebbe trattarsi di una sana vacanza per curare i territori, ricostruire una credibile classe dirigente anche locale, mettere a punto un programma chiaro e condividerlo, farlo capire agli italiani mentre si consumerà il disastro di Grillo e Salvini. Dureranno poco. Nuove elezioni – in questo scenario – arriveranno presto e sarà quello il momento in cui tornare, non già dall’Elba per soli 100 giorni, ma nel Pacifico per strapparlo dalle armi dei nemici.

A nostro avviso serviranno alcune condizioni:

  1. ribadire, e mantenere fortemente, la vocazione maggioritaria del PD, quella veltroniana per intendersi; no ad alleanze con la sinistra radical-populista; no ad alleanze con la destra; sì se necessario ad eventuali alleanze con una sinistra disposta a governare e con una destra capace di senso dello Stato;
  2. mostrare concretamente che non si cede a derive populiste né consociativiste; non c’è più spazio per mance al popolo, per salvataggi di stato, per spartizioni fra parti sociali;
  3. un programma chiaro, con confini netti: Europa, impresa, lavoro; e grande attenzione ai diritti civili e alla laicità dello stato.

È su una tale chiarezza che dovrà rispondere il popolo elettore. Chi ci sta, ci sta. È così – per essere chiari – che arriveranno voti da quella parte di sinistra che crede comunque nel riformismo, da quella destra liberale sopravvissuta all’annichilimento berlusconiano e dai residui laici centristi. Non ci sarà alcuno scandalo (ma veramente, come lo si è potuto pensare?) nel cercare, e trovare, voti “a destra” o “a sinistra”, perché saranno voti su un programma chiaro e nitido, e lo voteranno coloro che in esso si riconosceranno.

Lo farà Renzi? O meglio: ce la farà? Difficile dirlo. Se riuscirà avrà mostrato non solo intelligenza (che probabilmente non gli manca) ma anche l’umiltà di chi – realmente intelligente – impara la lezione. Se il ritorno di Renzi sarà quello Napoleonico della grande rivincita con idee vecchie e superate dalla storia allora non ce ne sarà per nessuno, e il populismo devasterà l’Italia per diversi lustri. Onestamente non vediamo, in qualunque partito non populista, personalità e idee e visioni e carisma, capaci di far sperare un sollevamento delle sorti del paese. Certo non possiamo confidare ciecamente in Renzi; e occorre evitare di immaginarselo come una sorta di ennesimo uomo della Provvidenza. Ma non vediamo molte alternative all’orizzonte.

Una cosa è certa: nel nostro piccolo, se siamo stati critici nei precedenti due anni e passa lo saremo ancor di più nell’immediato futuro. L’Italia ha bisogno di un pensiero critico e razionale, poco consolatorio e realista, un tipo di pensiero che trova pochissimo spazio sui media, nei proclami politici nostrani e internazionali, e persino in chi dovrebbe governare. Noi, sicuramente, cercheremo di esprimere sempre il pensiero libero.

Questo articolo è stato scritto congiuntamente da Bezzicante e Ottonieri.

One comment

  • Vincenzo Tortorici

    Ancora una volta la diagnosi e la prognosi sono puntuali, pacate e profonde. Condivido in pieno!
    Viene la tentazione di rivolgersi a RENZI per un accorato appello… “per favore, non sprecare questa seconda ed irripetibile occasione e cerca veramente di realizzare quel” salto di qualità” nella vita politico-sociale del nostro Paese, di cui tanto hai parlato e promesso! “

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