Le ovvie conseguenze della sconfitta del referendum

Il pesante NO al referendum del 4 dicembre scorso sta producendo gli effetti ovvi, scontati, attesi. Effetti in gran parte previsti, di cui qualcuno ha cercato di avvertire ma che tutti hanno preferito ignorare al grido “mandiamo a casa il puzzone!” e “salviamo la democrazia”, visti entrambi come slogan semanticamente coestesi. Ci secca dire “ve lo avevamo detto” ma, insomma, sì: ve lo avevamo detto, almeno in buona parte. A circa sei mesi da quella data funesta nessuna delle millantate promesse dei sostenitori del No è stata mantenuta. Nessuna. Mentre le pessimistiche previsioni di quei pidiodi renzioti pagati dalla kasta sì, quelle si stanno avverando tutte.

Da un punto di vista generale, istituzionale, avere bocciato la riforma costituzionale ha significato rilanciare la spesa e la cupidigia degli enti locali, come scrivono Rizzo e Stella, con tanto di disegno di legge (leghista) per rilanciare il ruolo delle Province. Riguardo all’annoso e grave contenzioso Stato-Regioni, che si sarebbe superato con l’abolizione del Titolo V, il tema è oggetto di studio nella Commissione per le Questioni regionali, il che testimonia due cose: 1) il problema c’è e occorre risolverlo; 2) non si risolverà se non in tempi lunghissimi (i lavori in Commissione impiegheranno anni, con le imminenti elezioni in mezzo…). La permanenza del Senato impone una legge elettorale difficilissima da realizzare per l’evidenza degli interessi contrapposti, e rischia di impantanare, nella duplicità dei percorsi legislativi, qualunque nuovo governo. En passant: ricordate, vero, i furiosi sostenitori del No dichiarare che si sarebbe fatta una splendida riforma elettorale in due e due quattro? Non è che siano stati impediti, sia chiaro; sapevano benissimo di mentire. Insomma, l’oggetto del Referendum riguardava delle semplificazioni che non sono state fatte, e le cui conseguenze subiremo per anni. Ma fin qui erano cose stranote.

Mi sembra più interessante osservare le conseguenze politiche del referendum che doveva sconfiggere l’ebetino e portare finalmente Zagrebelsky al soglio papale. Ad oggi, quello che capiamo è quanto segue:

  • Renzi ha trionfato nel PD; un PD più debole, certo, ringraziando Bersani D’Alema Fassina Gotor Civati Emiliano De Magistris e tanti sinceri amici del popolo; ma non poi così debole, anzi neppure tanto, e in crescita. Il bailamme post referendario è servito solo a fare chiarezza e pulizia, e dentro al PD Renzi è stato plebiscitato. Diamine, non ci voleva!
  • la legge elettorale si farà, alla fine, più brutta che pria. Ora si parla di “modello tedesco” (così daremo la colpa alla Merkel, suppongo) che è un modello sostanzialmente proporzionale (anche questo l’avevamo previsto) che favorirà i Cinque Stelle e, udite udite, una bella Grosse Koalition. Esattamente il contrario di quello che speravano gli acuti oppositori al referendum che, col previsto sbarramento al 5%, resteranno beatamente a guardare;
  • la sfida sarà quindi fra i 5 Stelle (con Salvini? Perché no?) e la Grande Coalizione fatta, ovviamente, dall’arco politico che va da PD a Forza Italia. E le manovre fra Renzi e Berlusconi sono già avviate, come denuncia Claudio Cerasa che scrive, fra l’altro:

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Gli elettori non possono che guardare queste manovre del famigerato Palazzo, subire una legge elettorale nefasta, mandare a casa Gentiloni anzitempo (questo semmai non è particolarmente grave) e poi vedersi governare cinque anni o da Grillo (con Salvini?) o da Renzi più Berlusconi. Contenti? Io no. Per motivi opposti ai sostenitori del No. Io, onestamente, desideravo una legge elettorale maggioritaria a doppio turno, che garantisce rappresentatività democratica e certezza di governo. Una certezza di governo che desidero avere prima di votare, non come frutto di accordi in gran parete post elettorali. Avrei voluto un partito riformista di centro sinistra a vocazione maggioritaria, capace di presentarsi con un suo programma contro un partito liberale con un altro programma e – date le attuali contingenze – contro un partito sfascista e populista. A me l’idea che sarò governato, ipoteticamente, da Berlusconi e suoi seguaci, fa sostanzialmente schifo. Ciò detto occorre fare un esame di realtà, quell’esame che il popolo italiano non è stato in grado di fare il 4 Dicembre. L’esame di realtà potrebbe dire che, alla luce delle condizioni istituzionali, delle legge elettorale, eccetera, la scelta sarà fra queste tre opzioni:

  1. il nuovo fascismo grillo-salviniano;
  2. la grande coalizione renzi-berlusconiana;
  3. il raggruppamento del Sol dell’Avvenire (Bersani, D’Alema, Fassina, forse Pisapia), sperando che superi lo sbarramento.

Tradotto: la morte, la palude o Tafazzi. Se la scelta sarà di questo genere dobbiamo ringraziare anche, e soprattutto, i profetici sostenitori del No.

A questo punto, che fare? Non ve lo dirò con parole mie; rinvio a Luciano Violante (col quale condivido preoccupazioni e disprezzo per il proporzionale) e a Roberto Giachetti (che, duole dirlo, indica l’unica strada percorribile).

 

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