Ma chi sono i “Pensionati d’Argento”? Ce lo dice l’Istat

Lo Storytelling è ormai un male necessario, evidentemente. Almeno questo viene fatto di pensare, quando anche il più austero tra gli austeri istituti, l’Istat, sembra ricorrervi nel tentativo di rendere più accattivanti i suoi corposi Rapporti annuali, ricchi di dati interessanti e preziosi ma evidentemente non di facile lettura. Proviamo quindi a fare onore a questo sforzo di comunicazione, e a dedicare un (altro) post al Rapporto 2017.

Un altro, perché al Rapporto abbiamo già attinto per il post Italia: niente meritocrazia, niente produttività nel quale abbiamo commentato alcuni dati molto interessanti ma in un certo senso a latere rispetto al corpo principale del Rapporto. Il cuore del documento che conta 266 pagine è infatti costituito da una nuova suddivisione della popolazione italiana in nove gruppi, rinunciando a ogni tentativo di continuità con le tradizionali divisioni in classi sociali, cui è riservato solo un riconoscimento formale. I gruppi definiti in questo documento, infatti, non hanno precedenti e sono costruiti in pratica attraverso un approccio data driven, non predeterminato (come potrebbe essere una classificazione basata su tassonomie tradizionali, come classe operaia, piccola borghesia, borghesia, ecc.). Scelta come primaria la variabile reddito familiare equivalente [ossia “pesato” in base al numero di componenti della famiglia], le altre caratteristiche delle famiglie sono state quindi usate per costruire un clustering che ha prodotto appunto i nove gruppi ai quali sono stati a posteriori attribuiti dei nomi “evocativi”, che secondo lo stesso Rapporto intendono “rendere più efficace il racconto, non si tratta quindi di una classificazione ufficiale”. Storytelling, appunto. I nove gruppi sono riassunti nel prospetto che segue:

gruppi sociali

Fonte: Istat, Rapporto annuale 2017

Come si vede, i nomi dei gruppi vanno dall’asetticamente descrittivo al letterario, e sono:

  • Famiglie a basso reddito con stranieri
  • Famiglie a basso reddito di soli italiani
  • Anziane sole e giovani disoccupati (uno dei mix che più denuncia l’origine “non tassonomica” della classificazione)
  • Giovani blue-collar (più o meno come operai, ma detta all’americana)
  • Famiglie tradizionali della provincia
  • Famiglie di impiegati
  • Pensioni d’argento (e qui si sono impegnati)
  • Classe dirigente (ma “dirige” davvero, questo gruppo?)

Insomma, se l’anno scorso potemmo dire che l’Istat raccontava “il romanzo di un giovane povero”, quest’anno la narrazione è più articolata, fermo restando che come accennavo il primo parametro di segmentazione è comunque il reddito familiare, di cui nel grafico qui sotto vediamo la distribuzione tra i diversi gruppi.

reddito per gruppo

Fonte: Istat, Rapporto annuale 2017

Per la descrizione dettagliata dei singoli gruppi rinvio al testo del Rapporto, ma quel che salta immediatamente agli occhi è la definitiva frantumazione delle classi sociali tradizionali, con operai, impiegati, pensionati “spalmati” in gruppi con condizioni di vita, aspettative e abitudini anche molto diverse tra loro. La frammentazione delle classi è verificabile dalla tabella qui sotto, che evidenzia come soprattutto la piccola borghesia e la classe operaia siano oggi difficilmente identificabili con un gruppo omogeneo.

mapping gruppo classe sociale

Fonte: Istat, Rapporto annuale 2017

Naturalmente, non sono mancate critiche a questo nuovo approccio metodologico dell’Istat, che rappresenta una cesura con le classificazioni consolidate e rende quindi, tra le altre cose, difficile fare raffronti con il passato. Una lettura piuttosto critica ad esempio è stata pubblicata su lavoce.info a firma di Marzio Barbagli, Chiara Saraceno e Antonio Schizzerotto, che lamentano appunto il “passo indietro” fatto dall’Istituto dal punto di vista del rigore delle classificazioni. Personalmente, pur riconoscendo che è difficile essere pienamente convinti dei criteri di raggruppamento utilizzati, trovo che sia un tentativo interessante quello di non imporre categorie predefinite e “scoprire” le correlazioni tra i dati proprio come le aziende stanno facendo da alcuni anni anche a spese di modelli consolidati da decenni, sostituiti da algoritmi di clustering costruiti empiricamente, e che proprio per questo creano una discontinuità con le classificazioni da letteratura.

Un elemento che salta agli occhi è la persistente iniquità intergenerazionale, che pesa sulle famiglie più giovani e in generale, paradossalmente, sulla popolazione in età attiva. Dato infatti che l’età media della “persona di riferimento” nella Classe dirigente è 56,2 anni, è chiaro che in Italia la presenza di giovani nelle posizioni direttive è irrisoria, mentre sulle giovani generazioni si concentrano le difficoltà derivanti dalle forme di occupazione precarie e in generale da disoccupazione e sottooccupazione. Proprio per questo, il rischio di povertà è ovviamente uno degli indicatori che maggiormente si differenzia tra i vari gruppi sociali:

rischio poverta

Fonte: Istat, Rapporto annuale 2017

La disuguaglianza di reddito in Italia è, rispetto agli altri paesi UE, particolarmente poco compensata dagli interventi pubblici di redistribuzione della ricchezza, come si vede dal grafico qui sotto. Mentre le differenze di reddito prima degli interventi sociali in Italia sono più basse della media UE (indice di Gini 48,6 vs 51,9), quelle dopo gli interventi sono sopra la media (indice di Gini 32,4 vs 31,0), segno appunto della relativa inefficacia della nostra spesa sociale, per ragioni che in parte vedremo più avanti.

redistribuzione

Fonte: Istat, Rapporto annuale 2017

Un altro elemento da considerare con attenzione è l’omogeneità o meno delle condizioni degli appartenenti a ciascun gruppo, e in effetti l’Istat ci mostra che mentre per alcuni di essi (quelle che si collocano “al centro” della distribuzione dei redditi) le differenze interne misurate con l’Indice di Gini sono moderate, per quelli “estremi” (incluso quello denominato, in modo forse non molto persuasivo, Anziane sole e giovani disoccupati) le differenze interne sono elevate, come si vede nel diagramma qui sotto.

dispersione gruppi

Fonte: Istat, Rapporto annuale 2017

 

Infine, penso sia interessante in particolare osservare la comparsa di un gruppo sociale per me inedito: le Pensioni d’argento. Chi sono mai questi 5.250.000 italiani, con un’età media della “persona di riferimento” della famiglia pari a 64,6 anni?

Secondo l’Istat, “In questo gruppo rientrano in prevalenza quanti in passato
erano in posizioni impiegatizie o dirigenziali e sono andati in pensione con il sistema
retributivo. Sono quindi pensionati che, pur non rientrando nei privilegi delle cosiddette
“pensioni d’oro”, sono protetti dalle più favorevoli disposizioni normative del passato”. Insomma, pensionati (o quasi pensionati comunque ultracinquantenni) , non laureati (i laureati sono nel gruppo Classe dirigente) che hanno avuto la “fortuna” di andare in pensione con le regole ante-riforma Dini e seguenti, e che per questo sono oggi in condizioni relativamente benestanti. Relativamente è la parola chiave, nel senso che è relativamente agli altri gruppi sociali che questo può essere considerato favorito, avendo lavorato in tempi in cui il precariato non esisteva, e avendo maturato una pensione sganciata dall’effettivo ammontare dei contributi versati.
Ebbene, che questo gruppo sociale, costituito in prevalenza da persone ormai inattive e che comunque nella loro vita lavorativa hanno occupato posizioni più che degne ma non apicali, sia per condizioni economiche e di livello di vita secondo solo a una cosiddetta Classe dirigente a sua volta a un passo dalla pensione è un eloquente segno della penalizzazione che subiscono oggi le generazioni più produttive, quelle da cui dipende davvero la sorte del paese. Il problema è che in Italia la spesa sociale è essenzialmente spesa pensionistica, mentre pochissimo si spende a beneficio dei giovani economicamente in difficoltà. A dimostrarlo è proprio un altro grafico preso dal Rapporto:

trasferimenti UE

Fonte: Istat, Rapporto annuale 2017

 

Come si vede, la spesa sociale ridistributiva in Italia è praticamente tutta dedicata alle pensioni, anche se negli ultimi anni la quota degli altri tipi di spesa è cresciuta. Insomma, mentre il prelievo contributivo e fiscale sui giovani e in generale sulle categorie produttive è altissimo, le protezioni per queste stesse categorie in caso di disoccupazione o sottooccupazione sono minime. E, come abbiamo visto, ancora in questi ultimi mesi gli sforzi di governo e sindacati sono stati diretti a tirar fuori ancora altri soldi per le stesse fasce di età (pensionati e pensionandi) che sono già largamente favoriti rispetto ai più giovani, anche se solo i freddi rapporti Istat e dell’Inps lo mettono in luce, sostanzialmente ignorati da tutte le forze politiche e sociali, che poi si sorprendono quando il disagio sociale giovanile emerge in forme violente. Se le pensioni sono d’argento, insomma, il silenzio su questi temi è ancora una cappa di piombo.

 

2 commenti

  • Pingback: MA CHI SONO I “PENSIONATI D’ARGENTO”? CE LO DICE L’ISTAT – Onda Lucana

  • Michela san

    Senza considerare che molti dei cosiddetti pensionati d’argento continuano a svolgere, da anni, attività lavorative sotto forma di ‘consulenze’. E questo principalmente per non sentirsi inutili, visto che sono ancora in grado di lavorare, e tuttavia accontentandosi di compensi simbolici, quando non si tratta di vero e proprio volontariato. Togliendo però lavoro ai giovani. Non si tratta di un fenomeno limitato e coinvolge molti pensionati provenienti sia dal ceto impiegatizio sia da quello operaio.

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