Ci deve governare l’etica individuale o la legge condivisa?

In seguito al mio articolo Pochi e semplici doveri per tutti un lettore ha scritto, fra l’altro:

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Voglio partire da queste conclusioni:

cercare di seguire le regole è cosa buona e giusta, ma mettere le regole sopra l’uomo è un crimine, e non può portare che ad altro male.

Questa affermazione (con la quale non concordo) mi è sembrata così rilevante da pensare a questo approfondimento che ha a che fare con l’Autorità superiore che ha titolo per indirizzare i nostri comportamenti. Il commentatore non lo dice chiaramente (ma lo si intuisce); comunque “non le regole”, che sono buone sì, ma fino a un certo punto: non si può rubare, però… ci sono casi in cui si può.

Mmh… si apre una prateria sconfinata di dilemmi. Se non posso rubare MA, in determinati casi SÌ, allora:

  1. chi decide in quali casi? Se rubo una mela per dare da mangiare a un povero va bene? Se rubo un miliardo per darlo al popolo va bene? Semmai posso trattenere una percentuale per le spese?
  2. Se il proprietario della mela non fosse d’accordo (com’è probabile), il mio diritto di rubare batte il suo diritto di proprietà? Se rubandogli quella mela lo riduco alla fame (l’esempio della mela non è adeguato, ma capite cosa intendo), il Bene che ho fatto al miserabile compensa il Male che ho fatto al fruttivendolo?
  3. Se in determinati casi posso rubare, in altri casi posso ammazzare? Un notissimo efferato criminale stupratore pedofilo, per esempio? Posso anche decidere il metodo, per esempio facendolo soffrire giusto un pochino?
  4. Se il mio vicino mi fracassa i maroni e “inquina” i miei timpani, e non sente ragioni quando gentilmente gli chiedo di moderare il volume, posso mollargli un cazzotto in faccia? Due cazzotti? Una sprangatina? (Un caso pertinente, a suo modo divertente, QUI)

La risposta a ciascuna di queste domande, che sono poi la risposta al quesito implicito del commentatore, può essere solo di due tipi:

  • No non è giusto mai; le regole servono appunto per non eccedere, ciascuno a modo suo, nel giudizio personale e nella giustizia fai-da-te;
  • Sì è giusto che ciascun individuo si regoli secondo propri criteri, in proporzione e in conseguenza alla situazione contestuale.

Malgrado quello che potrei avervi lasciato intendere fin qui, anch’io la penso come il nostro commentatore e scelgo (al momento) la seconda risposta, con molti distinguo e necessità di precisazione.

Prima importante precisazione: le regole sono indicazioni rigide in contesti cangianti. Ciò significa che “non rubare” (per esempio) è una regola che vale sempre e comunque, e non è seguita da un incredibilmente lungo elenco di situazioni specifiche in cui ci si può (o addirittura si deve) avere comportamenti differenti. “Non rubare” è la nostra regola, che risale al neolitico: io non rubo a te e tu non rubi a me, e così andremo a caccia assieme felici e contenti. Le regole sono sociali, sono collettive, sono linee guida. La loro interpretazione contestuale è invece soggettiva: la famosa mela rubata dal poveretto viene considerata, dai più, un’infrazione veniale, e suscita più antipatia il fruttivendolo che minaccia la denuncia. Robin Hood è nei nostri cuori, sempre che noi non siamo i fruttivendoli, ovviamente. Perché va benissimo la facile commozione del momento verso il poveretto, che vuole solo mangiare, ma nessuno può ragionevolmente pensare che il fruttivendolo, semplicemente, abbia torto. Si confrontano, in questo banale esempio, i punti di vista inconciliabili di un mondo ingiusto e complesso; il fruttivendolo può ben lamentare la continua fila di mendicanti che viene a chiedere (o a rubare) le mele e la sua impossibilità a regalare tutto il carico a persone a lui sconosciute che avranno certamente il diritto di vivere, ma rispetto alle quali non ha – lui fruttivendolo – più responsabilità di tutti gli astanti che applaudono al furto. Ecco perché le regole sono collettive e il bisogno è individuale. Se non avessimo delle regole sovraordinate, valide per tutti pur nella loro genericità, vivremmo nella legge del più forte, dove chi può sopprimerebbe il debole.

Seconda fondamentale precisazione: l’interpretazione delle regole presume una forte accettazione delle responsabilità conseguenti. Questo è il vero punto centrale. Posso anche fare, della contestualizzazione delle regole, una sorta di disciplina, di filosofia sociale, per la quale le norme esistono solo come generiche linee guida poi, ciascuno, si regola interpretandole come crede. Supponiamo che sia così. Dovremmo premettere una diffusa, forte, motivata coscienza civica. Il principio di responsabilità dovrebbe essere così fortemente assunto e condiviso da fare, di noi, un popolo fiero e nobile, capace di cogliere la necessità del furto della mela perché, in quella specifica occasione, così è giusto e ce ne assumiamo la responsabilità. Mi faccio capire meglio con un altro esempio facile: notte, incrocio con ampia visibilità, semaforo rosso; regola: devi fermarti; mia responsabilità: vedo bene (credo) che non c’è nessuno e tiro diritto; conseguenze: se investo qualcuno perché ho creduto di infrangere la regola devo assumermene le responsabilità. Nota marginale, per capirsi: io sono uno che passa col rosso, in questi casi; vale a dire che conosco la regola, ne comprendo la necessità, ma comprendo pure che stare fermo a un semaforo deserto è stupido e -assumendomene la responsabilità -passo ugualmente; al parco cittadino dove vado quotidianamente i cani devono stare al guinzaglio, ma la mia Maya è talmente docile e ubbidiente che io la tengo slacciata, sapendo benissimo che se dovesse combinare un guaio io sarei direttamente responsabile.

Terza precisazione, sempre sulla responsabilità. Se fossimo tutti (ma tutti tutti tutti) così responsabili, le regole sarebbero, tutte, solo indicazioni di massima, e non servirebbero nemmeno in questo più rarefatto significato. Se io fossi, sempre, così lucido da passare col rosso solo se, bla bla…, assumendomi la responsabilità nel caso che, bla bla…, il mondo sarebbe composto da persone coscienziose con “leggi” implicite ben radicate in una sorta di coscienza civica. La cultura della responsabilità, infatti, ha una natura preventiva. Sono responsabile perché capisco le conseguenze di un’azione prima di compierla. E allora non tengo la musica a palla saperlo di disturbare il mio vicino, non fumo vicino alle persone, mi fermo alle strisce, non parcheggio in doppia fila e via crescendo: se tengo un’arma in casa non sparo se non costretto, le tasse le pago fino all’ultimo cent e così via. Anche interpretando diversamente le circostanze (siamo persone differenti, non robot) potremmo immaginare un modo ben funzionante, confuciano, in cui i doveri (ecco l’aggancio al precedente post ricordato all’inizio) sarebbero assai prevalenti sui diritti, almeno nella nostra azione collettiva. Ma così non è. Nessuno di noi può realmente immaginare che senso civico, educazione, rispetto, compenetrazione nei bisogni del prossimo e, appunto, responsabilità, siano così diffusi.

A ben guardare, io credo almeno, la scelta di fondo si costituisce fra le polarità etica-legge. E’ l’etica a essere individuale, cangiante, ambigua, legata a scelte, motivazioni, storie personali insondabili e, comunque e sempre, non negoziabile. La “responsabilità” è una particolare declinazione dell’etica. Io credo di essere responsabile rispondendo oppure no, in determinati modi, a determinate condizioni, in determinati contesti. Ma ciò è legato alle mie credenze, preferenze, valori etc. La legge è invece collettiva, uniforme, cieca, indipendentemente dalla sua genesi. La prima (etica e responsabilità) possono essere favorite e condivise (per esempio da una buona educazione scolastica) ma non imposte; la seconda (la legge) può essere imposta ma non necessariamente condivisa. E’ nelle inevitabili contraddizioni fra queste due polarità che si cala, per esempio, quella disubbidienza civile che cita il nostro commentatore (in un passo non riportato); la disubbidienza civile è la risposta morale individuale, di cui ci si assume la responsabilità, di fronte a regole e norme non condivise. E’ un atto politico che può essere straordinario; ho conosciuto personalmente giovani che per rifiutare il servizio di leva (in anni in cui rifiutarlo era considerato reato grave) sono finiti in galera o sono stati costretti all’espatrio, abbandonando casa e famiglia. Per chi condivide valori di pace costoro sono stati eroi, precursori di un cambiamento sulla leva obbligatoria. Costoro hanno fatto una loro scelta, se ne sono assunte le responsabilità e ne hanno pagate le conseguenze. Comunque la pensiate, eroi civili.

Ma siamo su un piano inclinato pericoloso. La ribellione contro la TAV, che è qualcosa di più di un atto di disubbidienza civile ma anche sabotaggio, è della stessa specie del precedente? Anche se i No-TAV sabotatori, rissosi e anti sistema (la minoranza, lo so, non è questo il punto) si assumono, in un certo senso, la responsabilità (se vengono fermati), sono “eroi” civili? La risposta è NO. Un “no” sonoro e senza dubbi perché il loro atto vandalico mina un progetto (la TAV) che invece importa molto ad altri, che costa danari pubblici, parte di un progetto internazionale. Intendo dire che è bellissimo “assumersi la responsabilità” quando a rimetterci sei solo tu, ma in caso di processi complessi dove convivono molteplici punti di vista, il tuo sabotaggio mina gli interessi altrui, e sai cosa me ne frega se “ti assumi la responsabilità”. Torniamo indietro un attimo, al semaforo. E’ bellissimo che io eserciti il mio libero arbitrio passando col rosso e assumendomene la responsabilità, ma se in quel momento passa qualcuno e io, non avendolo visto, lo metto sotto, sai che diavolo di responsabilità posso andare a raccontargli. Ecco perché è grave passare col rosso e, se c’è la telecamerina, la sanzione è giustamente pesante. Ecco perché contesto fortemente la conclusione del nostro commentatore:

cercare di seguire le regole è cosa buona e giusta, ma mettere le regole sopra l’uomo è un crimine, e non può portare che ad altro male.

Sono fermissimamente convinto del contrario. Le regole devono essere rispettate perché eliminano in buona parte l’eclettismo individuale, le volontà distinte, i valori cangianti, gli umori appassionati, l’ideologismo, il fondamentalismo di ogni specie, l’ignoranza e la stupidità eversive.

Ovvio che le leggi non sono dogmi divini, che sono fallaci e che, specialmente, non possono sempre valere ugualmente per tutti. Per quello il diritto evolve; per quello c’è la politica con le istanze più o meno etiche che spingono da una parte o dall’altra, e per questo c’è anche l’atto di disubbidienza civile. Il cittadino consapevole, partecipativo, può nel suo piccolo spingere affinché una certa legge sia approvata o abolita, e abbiamo diversi esempi anche recenti nel campo dei diritti civili; ci si associa, si perora una causa, si vince o si perde, ed è questa l’anima della democrazia, ben più dell’espressione del voto una volta ogni tanto. E questo vale anche per i popoli. E’ il ritenere che le leggi e le norme non debbano stare sopra gli individui che induce popoli come il nostro a essere insofferenti di quanto l’Europa chiede, non capendo che è garanzia di equità fra gli associati al’Unione, non capendo che quelle norme abbiamo concorso anche noi a stilare e che possiamo, nei luoghi deputati, contribuire a cambiare.

Insomma: malgrado l’impossibilità di un sistema giuridico perfetto, malgrado l’ottusità di alcuni giudici, malgrado l’assurda favola della legge “uguale per tutti” (ma quando mai?) e malgrado ogni ingiustizia sociale (che giustifica il reato solo, eventualmente, da un punto di vista etico, e quindi parziale), malgrado tutto, civiltà significa, per quanto io possa capire, condivisione di regole. E queste regole non sono mai “sopra l’uomo”, sarebbe un non senso. Le regole sono il distillato della nostra umanità, sono ciò che siamo stati capaci di condividere, per vivere assieme, con la nostra storia. Noi siamo le regole, che sostituiscono un purissimo e diamantino senso di responsabilità che forse alcuni di noi ha, qualche volta, e il più delle volte no.

Postilla a scanso di equivoci: poiché ci sono correnti di pensiero giustizialiste, oggi in Italia, vorrei precisare che il mio pensiero non ha nulla a che fare con quello di Davigo e Di Maio; sono per lo stato di diritto, sono garantista, sono piuttosto libertario. Credo che occorra una profonda riforma della Giustizia e che abbiamo molti magistrati impreparati e populisti. Ciò non di meno, mentre io continuo a passare col rosso e a portare Maya al parco senza guinzaglio, sono consapevole della necessità di un orizzonte normativo inclusivo, dove le differenze di pensiero, di valutazione, di etica di ciascuno sono ridotte a una logica (la migliore possibile) condivisa.

(In copertina: Stefano Carlo Vecoli, San Giorgio e il drago)

4 commenti

  • Gaspero Domenichini

    Mi scuso, ma per quanto mi sembri brutto “ribattere punto punto”, mi viene troppo naturale, e mi pare che in questo modo si chiariscano meglio le argomentazioni sul proprio punto di vista (che comunque non è generato solo dalle argomentazioni, ma ha ben altre origini, e solo “poi” si prova ad argomentarlo).
    All’inizio di ogni capoverso cito una frase di Bezzicante, espressiva di un suo concetto (e per facilitarne il ritrovamento nell’articolo la faccio precedere, fra parentesi dall’indicazione di dove si trova), e poi la commento.

    Preciso che, ovviamente, concordo totalmente con “il lettore” di cui parla Bezzicante …

    (In “Prima importante precisazione”:) «Si confrontano, in questo banale esempio, i punti di vista inconciliabili di un mondo ingiusto e complesso; il fruttivendolo può ben lamentare la continua fila di mendicanti che viene a chiedere (o a rubare) le mele e la sua impossibilità a regalare tutto il carico a persone a lui sconosciute che avranno certamente il diritto di vivere, ma rispetto alle quali non ha – lui fruttivendolo – più responsabilità di tutti gli astanti che applaudono al furto. »
    Ovviamente “le cose sono complesse” (è il cavallo di battaglia di Bezzicante), e come «non si può rubare, ma nel caso della mela …», così nel caso della mela «si può rubare, ma …» e qui si continua con il concetto che segue, che, sia ben chiaro, può avere le sue eccezioni: «Se io rubo una mela per darla ad un povero, io mi faccio debitore verso il fruttivendolo, anche se al momento mi trovo a dover prendere “un prestito”, altrimenti è davvero un furto.» Quindi è lecito fare quell’atto che per la legge è un furto, ma in realtà, DAL MIO PUNTO DI VISTA (che è l’unico a cui devo rispondere nel profondo … – concetto che cercherò di chiarire sotto), è solo un prestito, come se ci fosse uno che muore di fame, ed io comprassi una mela per lui, ma non perderei tempo a pagare (col rischio che mi muoia di fame), ma prima gli darei la mela, e poi andrei a pagare.

    (In “Terza precisazione”:) «Se fossimo tutti (ma tutti tutti tutti) così responsabili, le regole sarebbero, tutte, solo indicazioni di massima, e non servirebbero nemmeno in questo più rarefatto significato.»
    L’esempio del semaforo sembra contraddirlo: per regolare il traffico ho bisogno del semaforo che dice quando posso passare e quando no (la regola condivisa), anche in presenza di soli individui con massime capacità ed eticità, POI posso valutare se fermarmi o no, ma se non ho la regola non la posso valutare.

    (In “Terza precisazione, sempre sulla responsabilità”) «Ma così non è. Nessuno di noi può realmente immaginare che senso civico, educazione, rispetto, compenetrazione nei bisogni del prossimo e, appunto, responsabilità, siano così diffusi.»
    La risposta qui è molto complessa, e in qualche modo potrebbe essere un post a se, oltre ad essere una presentazione di una idea mia “non da condividere”, a differenza di quelle delle altre risposte, per cui la riporto a fine commento.

    «Intendo dire che è bellissimo “assumersi la responsabilità” quando a rimetterci sei solo tu, ma in caso di processi complessi dove convivono molteplici punti di vista, il tuo sabotaggio mina gli interessi altrui, e sai cosa me ne frega se “ti assumi la responsabilità”.»
    Anche gli obbietori di coscienza, molti dei quali, come Bezzicante, stimo anche io come eroi, hanno minato gli interessi della collettività, perché il sistema Difesa si basava sul servizio di leva. Cioè: tutto quello che si fa ha ripercussioni sulla collettività, quindi non può essere questo il discrimine TEORICO per distinguere ciò che è etico da ciò che non lo è. E anzi: quelli della “No TAV” che pensano che il progetto sia finanziato da “poteri forti” (del tipo di quelli del TTIP, per intendersi), per cui ci sono molte persone che definirei “moralmente ineccepibili” che non riconoscono le ragioni addotte nell’articolo.

    «ma se in quel momento passa qualcuno e io, non avendolo visto, lo metto sotto, sai che diavolo di responsabilità posso andare a raccontargli. »
    Sì, sembra convincente …, ma anche questa affermazione ha il suo “duale”: «Se ci fosse la pena di morte (e in alcuni stati c’è), e la legge la prevedesse per un “Tizio” che io so essere innocente, e sapessi anche che le prove sarebbero disponibili solo dopo che fosse stato ucciso, ma per “responsabilità”verso la legge condivisa, che è al disopra di tutto decidessi comunque di far eseguire la sentenza, e se Tizio fosse figlio di Caio, diresti probabilmente lo stesso: “sai che diavolo di responsabilità posso andare a raccontargli (a Caio).”».

    «E’ il ritenere che le leggi e le norme non debbano stare sopra gli individui che induce popoli come il nostro a essere insofferenti di quanto l’Europa chiede, non capendo che è garanzia di equità fra gli associati all’Unione, non capendo che quelle norme abbiamo concorso anche noi a stilare e che possiamo, nei luoghi deputati, contribuire a cambiare.»
    Anche su questa affermazione ho parecchie riserve. Per esempio io, pur essendo totalmente d’accordo con “il lettore” di cui parla Bezzicante, non sono insofferente di quanto l’Europa chiede (più di quanto non lo sia di quanto l’Italia chiede), se non quando si tratta di leggi … diciamo tipo TTIP, che non sono la scelta del mio bene secondo i parlamentari, ma la scelta del “bene” (puramente economico, immediato, assurdo) di soggetti che dovrebbero essere pesantemente sanzionati. E sono anche particolarmente ligio ai miei doveri e “alle regole” (anche se anch’io tendo a passare col rosso, soprattutto in bicicletta).

    Conclusione:
    «Malgrado quello che potrei avervi lasciato intendere fin qui, anch’io la penso come il nostro commentatore …»
    Lo stesso per me: «Malgrado quello che potrei avervi lasciato intendere fin qui, anch’io concordo su molte cose che dice Bezzicante», e sono convinto che, approfondendo ulteriormente il confronto (cosa che spero non accada su queste pagine), troveremmo moltissimi punti di contatto. Certo rimarranno anche punti di vista su cui dissentiamo, ma penso siano secondari.

    Mi congratulo con il Bezzicante di questo articolo, per quella ricerca di comprensione delle “ragioni dell’altro”, su cui a volte (secondo me) ha difettato, ma che costituiscono la caratteristica “peculiare” di molti articoli di Hic Rodhus, caratteristica estremamente rara da altre parti.

    Rispondo ora a quanto non ho fatto sopra:
    (In “Terza precisazione, sempre sulla responsabilità”) «Ma così non è. Nessuno di noi può realmente immaginare che senso civico, educazione, rispetto, compenetrazione nei bisogni del prossimo e, appunto, responsabilità, siano così diffusi.»
    Qui si intuisce un’idea implicita che pare banalmente vera: «Come sarebbe più bello se tutti (ma proprio tutti tutti tutti) fossimo più buoni!»
    Beh, io non la condivido.
    Provo a spiegarlo con quello che io chiamo “Il teorema di Dio”.
    Nota bene che quanto segue è un’affermazione di matematica, non di religione; cioè non dico che “Dio c’è”, ma solo che se sono vere certe ipotesi, allora ne segue la tesi.
    Lo enuncio: «(Se Dio esiste; se è onnipotente; se vuole il bene di tutti; se ha creato me, gli altri e il mondo) allora (io sono fatto come meglio non si può, e anche gli altri, e anche tutto il mondo)». Il teorema mi pare ovvio, e che non serva altra dimostrazione, ma forse un canovaccio può essere utile per qualcuno: se io, essendo diverso, potessi essere un po’ meglio, allora Dio (che c’è e che vuole il mio “meglio”), che mi ha creato, mi avrebbe fatto meglio (perché è onnipotente); lo stesso per gli altri e per il mondo.

    Quindi, SECONDO ME, dire che «sarebbe meglio se fossi un po’ più alto», «sarebbe meglio se avessi più soldi», «sarebbe meglio se non mi fosse morto …», «sarebbe meglio se gli altri fossero buoni (come me …)», «sarebbe meglio se non ci fosse tutta questa malvagità», …, credo che non sia ispirato da saggezza, a meno che non siano più domande/richieste che affermazioni perentorie (in proposito vedi il libro di Giobbe, soprattutto la conclusione).

    Sempre in ambito religioso mi pare interessante anche la visione della Chiesa sulla responsabilità personale: se la mia coscienza mi suggerisce qualcosa, ma la Chiesa (nella persona di un prete, un vescovo, un papa, o addirittura Papa Francesco, che quasi “venero” …) mi dicesse di non seguire il suggerimento, e di fare secondo quanto dice lei, a chi dovrei obbedire?
    Il Magistero insegna che devo seguire la mia coscienza, SE QUESTA È una retta coscienza. Sembrerebbe un problema rimandato, ma è chiaro che se uno non sa obbedire, non sa resistere ai vizi, si inganna spesso e volentieri, non può seguire la sua coscienza.

    Anche “il sabato” fu dato agli ebrei per il loro bene: senza le norme sul sabato (quelle che vietavano di fare i lavori, di camminare troppo, ecc.), un popolo di schiavi il sabato che avrebbero fatto? Ovviamente l’unica cosa che sapeva fare: lavorare!
    Però poi hanno fatto di questa regola di libertà un’idolatria (cioè hanno considerato assoluto quello che era contingente, con tutte le conseguenze), e in nome della legge hanno ucciso un sacco di persone.
    Gesù ha detto:«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo (leggi “l’uomo”) è signore anche del sabato».
    E quanto sopra è una motivazione per la citazione postata all’inizio dell’articolo:
    «cercare di seguire le regole è cosa buona e giusta, ma mettere le regole sopra l’uomo è un crimine, e non può portare che ad altro male.»

    • Gentile lettore, pubblichiamo il suo ottimo commento con la seguente precisazione: come può leggere nelle “Norme per autori e commentatori” noi NON pubblichiamo volentieri commenti così lunghi, per ragioni che non riassumo per non annoiarla. Abbiamo fatto un’eccezione anche per potere rammentare questa nostra regola a beneficio di altri lettori che a volte ci regalano loro risposte complesse che, ovviamente, non possono occupare poche righe. Un “commento” come il suo, con un piccolo prologo, qualche frase di legatura, etc., può invece diventare un articolo che noi potremmo molto volentieri pubblicare, anche se in contrasto con cose da noi scritte e, anzi, ancor più volentieri per quello. Grazie di leggerci con questa attenzione, sono i lettori come lei che ci ripagano.

      • Gaspero Domenichini

        Sì, avete ragione, mi scuso.

        Anche se per rispondere a tesi così argomentate come le sue non saprei come essere altrettanto convincente essendo sintetico. Ma, ripeto: ha ragione, perché un commento deve essere solo un commento.

        Invece noto che, nonostante la passione con cui argomenta, continua ad essere più che formale nel rivolgersi a me, cosa che, evidentemente faccio anch’io, per formazione, abitudine, desiderio di esser “ineccepibile, ecc., ma le confesso che “ci sto un po’ stretto”, perché mi piace non staretroppo ingabbiato nei formalismi.

        Inoltre abbiamo parlato più volte, e in tutta franchezza (nonostante il formalismo), tanto da essere, se non “amici”, certamente persone che con cui probabilmente “si chiacchiererebbe volentieri” (credo che valga anche per lei); per cui, se anche lei avesse la stessa sensazione, la autorizzo a rivolgersi a me come le torna bene.

        Buone cose, Gaspero.

      • E poi io sono romagnolo, che notoriamente danno del tu, parlano a voce alta e dicono pure parolacce. Ciao Gaspero, grazie. Comunque l’invito a scrivere, se vuoi, un post (non necessariamente su questo argomento) era sincero e resta valido.

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