Dalla Santa Inquisizione a “Respingiamo i migranti” passando per la rivoluzione d’Ottobre

Tutto è nulla.

Quello di cui voglio parlare – e di cui scrivo da mesi in varie forme – è l’ottundimento della mente condizionata da un a-priori ritenuto indiscutibile, secondo il quale non solo è giusto un determinato comportamento, ma è necessario, è inevitabile, anzi è obbligatorio. Questo atteggiamento ci raggruppa in fazioni, clan e tribù in lotta continua, sempre più irragionevole e cruenta. Recentemente femmine contro maschi con la campagna #MeToo (sulla quale ho già scritto fin troppo) e ultimamente sui migranti da tenere o da cacciare, su pensioni da raddoppiare o quadruplicare e altre amenità della propaganda pre elettorale. Ma queste “amenità” sono da tempo trasformate, da semplici opinioni, a stili di vita, marcatori della tribù di appartenenza, e infine obblighi ai quali vogliamo piegare il prossimo. Le nostre opinioni del terzo millennio diventano troppo spesso simulacri di una verità alla quale non solo non vogliamo rinunciare, ma vogliamo piegare il prossimo. Poiché la nostra è verità, è giusta e obbligatoria. Se tu non accetti la mia verità sei in malafede, sei il servo di un potere forte, sei uno sciocco, sei un malato. E ti affronto – senza alcuna arma dialettica – sul piano dell’accusa, dell’oltraggio, della diffamazione.

Abbiamo confuso il coraggio di denunciare con la viltà di mettere alla gogna. La Boldrini non ti piace? Fotomontaggi crudeli e infamie a gogò. La Fornero ha fatto una riforma che trovi sbagliata? “Fornero al cimitero” anche sulle magliette degli onorevoli. Guardate che è la stessa cosa per ogni esasperazione sorretta da una pretesa di verità. Non credi in Gesù? Dici che ci credi ma non esattamente nel modo nel quale IO sostengo che vada  creduto? Nessun problema, ti brucio sul rogo nel tripudio del popolo. Osi forse ritenere che le parole del nostro amato leader non siano miele di verità? Ringrazia il cielo (oops: il soviet) che te la cavi con 40 anni in Siberia. Oseresti forse avere dubbi sul fatto che trilioni di donne siano state molestate centocinquant’anni fa e ora hanno il DVR8bSlXUAADyV6coraggio di denunciare? Sei il solito maschilista, castrarne uno per educarne cento. Le denunce antirazziste mostrano i dati sui femminicidi per nazionalità, che invece indicano che sono assai di più gli stranieri a uccidere, ma se lo dici sei un cretino razzistello.

Perché, questa è la conclusione, se è orribile essere razzisti, qualunque argomento va bene per sostenere la battaglia antirazzista, anche se approssimativa o addirittura clamorosamente sbagliata. Se sei moderno e democratico e vuoi realmente la parità di genere, devi schierarti con le donne #MeToo anche se colpiscono nel mucchio con denunce non dimostrate e, se fai notare che in uno Stato di diritto ciò è mostruoso, ti prendi pesci in faccia dai sinceri democratici pro-parità di genere. Esattamente gli stessi pesci in faccia che prendi dagli antivax se gli spieghi l’ABC sui vaccini, gli stessi se spieghi ai 5 stelle l’ABC di qualunque cosa, gli stessi, GLI STESSI.

Non c’è scampo. O capiamo fino in fondo questa cosa o la nostra traballante democrazia collassa. Tutti, o perlomeno quasi tutti, viviamo dentro bolle di pensiero stereotipate, pensiamo il mondo supponendo inconsapevolmente degli a priori fallaci, giudichiamo basandoci su schemi mentali rigidi, che costituiscono la nostra identità e che non abbiamo nessunissima intenzione di mettere in discussione. Io chiamo questi a priori, questi schemi mentali, “ideologia”, nell’accezione assolutamente negativa di una certa tradizione filosofica (QUI descritta in lungo e in largo).

L’ideologia ci fa pensare pensieri pensati da altri, altrove, in un’altra epoca. Ci rassicura con la sua apparente organicità e coerenza. Ci tranquillizza in quanto schema condiviso da molti, e poiché lo schema è rigido e da tutti replicato all’incirca allo stesso modo, ci sentiamo nel giusto: se in tanti, e amici, dicono ciò che io dico, allora è giusto, e noi siamo i giusti.

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Il fantasioso (a dir poco) programma previdenziale di “Potere al popolo”.

Mi sono andato a leggere qualche programma elettorale, qua e là. E seguo il dibattito politico. E’ la cristallina rappresentazione di quanto detto. Fantasie adolescenziali, errori e bugie palmari, ingenuità (a voler essere buoni) imbarazzanti… credute e sostenute da migliaia (milioni) di simpatizzanti e iscritti ed elettori coi quali è inutile discutere. L’inutilità risiede nel fatto che l’architettura complessiva delle panzane ritenute “verità”, si adatta agli schemi mentali, agli a priori, alle credenze consolidate e a tutto il resto che riunisco sotto l’etichetta “ideologia”. E ad alimentare l’ideologia individuale sono sia la struttura personologica che la collocazione sociale. E’ importante capirlo: l’ideologia non è una roba che tieni in tasca e che puoi buttare via facilmente, ma un mostro tentacolare arpionato alla tua personalità, adattato al tuo contesto, che vive delle tue ansie e paure, si nutre delle tue esperienze che rielabora e ti restituisce camuffate e distorte affinché si adattino e rinforzino quelle tue visioni del mondo.

Ecco perché il leghista crede a Salvini, il riformista a Renzi, il populista di destra a Di Maio e quello di sinistra a gruppetti con programmi esilaranti. Nessuno spiega come intende realizzare il proprio assurdo libro dei sogni, ma non ce n’è bisogno perché bastano gli slogan, quegli slogan che si adattano agli schemi mentali, all’ideologia dei sostenitori.

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Altre fantasie previdenziali, qualunquiste e senza accenni alle possibili coperture.

Quando scrivo queste cose deprimenti alcuni lettori reagiscono chiedendomi, “Ok, questo lo abbiamo capito, ma allora cosa si può fare?”. Si può fare innanzitutto un esame di realtà. Che induca a rinunciare all’idea di catechizzare gli altri. Nessuno convince nessuno. Non ha senso “spiegare” le cose a un grillino; non serve cercare di convincere un leghista; inutile mostrare l’inadeguatezza dei programmi di sinistra a chi è di sinistra. Fatica sprecata: le nostre categorie non collimano con quelle dell’interlocutore; le nostre parole hanno una semantica che non copre la sua; le nostre ontologie appartengono a universi differenti, neppure paralleli.

L’unica, assolutamente unica via d’uscita, è una preliminare uscita dall’ideologia. Il riconoscimento del fatto che le idee cristallizzate e organizzate in un pensiero ideologico divenuto programma, sono sempre e comunque da rifiutare in quanto tali. Una visione delle cose enunciata perfettamente – fra gli altri – dal giovane Marx della Questione ebraica, un testo fondamentale non solo per i marxisti.

La battaglia politica – in un senso che mi permetto di definire “alto” di politica – deve preliminarmente sgomberare il campo dalle ideologie, e solo dopo potrà discutere di politica in un senso più “basso” (alto e basso in una scala di generalità, non di valori).

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… e del centrodestra, in particolare di Salvini.

Aiutare le persone a capire che credenze stereotipate, slogan, pensieri pensati altrove, cliché, parole d’ordine, condivisione collettiva di riti e miti… è male. Solo il disincanto, lo strappo dalle rassicuranti certezze, può produrre un pensiero libero, autonomo, efficace, realistico.

Ma questo strappo, doloroso già a essere riconosciuto, non è per tutti.

Innanzitutto occorre un minimo di intelligenza, una dote così poco perbene, così interclassista, così volgare, sulla quale il Signor Spok ha scritto, tempo fa, un testo fondamentale (che trovate QUI). Ma non basta, ahimè; questo è solo un pre requisito necessario ma insufficiente. Perché la gabbia ideologica è trasversale e non colpisce solo gli stupidi, anzi: solo una mente abbastanza raffinata può lasciarsi ammaliare da ideologie raffinate, con tradizioni secolari. Occorre un’epifania culturale. Cacciare il ‘900 nell’Ade. Spogliarsi dell’identità tranquillizzante sollecitata dal cuore e cercare di attrezzarsi con una nuova identità ispirata dalla ragione. Facile dirlo. Difficile riempire di contenuti e significati questa frase.

Ma solo questo è lo spazio disponibile.

One comment

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    La gabbia ideologica e il “fare di tutt’erba un fascio”.
    È proprio vero: occorre uscire dalla gabbia ideologica. Ma occorre anche un’altra cosa, molto difficile per gli italiani: smettere di fare di tutt’erba un fascio. Prendiamo l’immigrazione.
    Il quesito che spesso, in Italia, viene posto, sulla stampa e in Tv, è: “Siete favorevoli o contrari all’immigrazione?” La risposta avviene in base all’ideologia di ciascuno (siamo o non siamo italiani?). I “buonisti-mondialisti” – e il “buonismo-mondialismo” della sinistra è incontestabile – sono tutti favorevoli all’immigrazione. Quelli di destra – i cattivoni – sono invece contrari. Diro’ subito: se io vivessi nella penisola sarei favorevole all’immigrazione, ma non a un’immigrazione intesa nella maniera in cui essa è concepita oggi in Italia, patria di un trionfante abusivismo in tutti i campi compreso quello immigratorio e anche linguistico. Occorrerebbe quindi precisare i termini anche in materia di “immigrazione”. Ma nessuno lo fa in Italia. Si preferisce ricorrere al ragionamento globale che fa di tutt’erba un fascio. Lo stesso primo ministro italiano, Gentiloni, che nel corso di una sua visita ad Ottawa ha proclamato un po’ avventatamente: “Dobbiamo prendere esempio dal Canada!”, intendendo dire che l’Italia deve essere ancora più generosa di quanto lo sia stata finora verso i “migranti”. Ma, un momento: “Immigration…” e tutti i termini connessi hanno in Canada, sia nella lingua francese che in quella inglese, una connotazione umana e giuridica assai lontana dall’idea di caos, di mancanza di regole, e d’assenza di controlli sull’identità dell’aspirante “immigrato”. La parola “immigration” evoca in Canada regole, controlli, patti chiari, dichiarazioni sincere da parte del candidato, e possibilità futura di revoca retroattiva del privilegio nel caso in cui quest’ultimo abbia mentito al funzionario preposto agli accertamenti.
    Rimango esterrefatto nel vedere che In Italia, questa drammatica emergenza, questa inondazione senza regole, questa triste e per me quasi oscena eliminazione delle frontiere e delle norme del diritto nazionale, sono presentate come un normale anche se un po’ movimentato processo di “immigrazione”.
    Alla base del caos italiano vi è, appunto, il grave abuso linguistico connesso alla parola “immigrazione”. Chiamiamo, dunque, le cose con il loro nome, smettendola di usare le parole a vanvera.
    Torno a ripetere: io sono favorevole all’immigrazione, visto che in Italia nessuno fa più figli e che dall’Italia molti giovani emigrano alla ricerca di lidi più favorevoli. Ma sono favorevole a un’immigrazione che avvenga nell’ordine e nella legalità, mentre sono contro l’attuale invasione ininterrotta di falsi profughi e di migranti non identificabili che spesso giungono in Italia con l’aiuto delle varie mafie e di un buonismo degenere da parte dei razzisti antitaliani – in Italia sono legioni – che auspicano, forse anche senza rendersene conto, lo smantellamento della nostra identità storica.
    “Immigrato” è una parola cara al linguaggio pressapochista dell’abitante della penisola, sempre disposto a fare di tutt’erba un fascio. Immigrati sono chiamati anche coloro che non sono ancora approdati sulle coste italiane. L’errore commesso all’unanimità in Italia è di chiamare “immigrati” tutti gli stranieri. Vi sono illegali, abusivi, criminali, irregolari, gentaglia dedita allo spaccio o ad altri crimini, che non andrebbero identificati come “immigrati” ma con la loro vera qualifica, nel caso in cui si trovino in Italia illegalmente… Sono sicuro del resto che moltissimi immigrati che vivono con dignità nel Belpaese, lavorando e comportandosi da individui responsabili, soffrono per questo abuso del vocabolario che confonde la feccia con i cittadini responsabili quali loro si considerano e nei fatti sono.

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