La vagocrazia atomista

La democrazia, intesa in senso scolastico, rituale, fortemente idealizzata, non esiste. Ci ho pensato un pochino, se chiudere la precedente frase con “più”. “… non esiste più” è frase accettabile se facciamo un po’ di premesse, di distinguo, di precisazioni. Diciamo così, sapendo di semplificare: nel secondo dopoguerra, per una trentina di anni, è esistita in Occidente (Europa occidentale, America del Nord, Australia, Giappone e pochi altri) una forma di governo che è lecito chiamare “democrazia”, intendendo che

  1. l’intero popolo, senza significative eccezioni, ha potuto eleggere rappresentanti che dovevano legiferare in suo nome, sottoponendosi poi al giudizio degli elettori in nuove elezioni;
  2. il potere dei rappresentanti titolati a prendere le decisioni era comunque bilanciato da altri poteri indipendenti (potete esecutivo, legislativo e giudiziario);
  3. i tentativi di manipolazione, interferenze e condizionamenti erano leciti se trasparenti e regolamentati (azioni di lobby, pressioni di gruppi…) e vietati, e pesantemente sanzionati, se al di fuori dalle regole ed eventualmente accompagnati da illeciti e corruzione; e su questo aspetto – oltre ad organi di polizia – vigilava un’attenta opinione pubblica (più o meno attenta…).

Prego i politologi di non ricordarmi polemicamente l’antica democrazia Caribù che già nel ‘700 stupiva il mondo, o il trattato dell’illuminista Discordet o quanto scritto dal sofista Trappolide; questo è solo un blog, e occorrono semplificazioni. Questa appena fornita è sufficientemente accettabile per inquadrare il nostro tema.

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Una trentina di anni fa, probabilmente attraversando un buco nero senza accorgercene, tutto si è liquefatto. La datazione è stata da me spiegata QUI: crollo del blocco sovietico, svolta modernizzatrice in Cina, Internet, nuove tecnologie dell’informazione… tutto accade nell’arco di un decennio che ha trasformato alla base l’assetto delle nazioni, i nostri comportamenti, la nostra vita. Naturalmente il rivolgimento è stato differente da parallelo a parallelo, da continente a continente, da sfumature del colore della pelle, dal genere e dall’età, bla bla. In Italia – come argomentavo nel post citato – abbiamo perso tutti i treni più uno, non abbiamo approfittato della liberazione dal blocco sovietico, dell’ingresso nell’Euro, di Mani pulite, della rivoluzione tecnologica, dei nuovi mercati improvvisamente apertisi con la globalizzazione, dell’apertura culturale che per un attimo parve di intravedere. Ma non è tanto dell’Italia che voglio discutere, quindi chiudo la parentesi.

Il tema è il cambiamento di senso nel concetto di ‘democrazia’.

Se, prima di quel decennio, il paradigma era all’incirca quello tratteggiato sopra, dopo quel decennio, e assai repentinamente, il paradigma cambia.

  1. il popolo elettore e controllore diventa popolo indignato e giudice. Il primo (elettore e controllore) è un “corpo”; può essere diviso fra comunisti e democristiani, laburisti e conservatori, democratici e repubblicani, all’interno di una dialettica anche aspra che condivide i valori di base: che si vota e si accetta il risultato; che nessuno, comunque, vuole la rovina del Paese; che c’è un’idea di nazione, di popolo, di futuro comune che unisce; per questo si “controlla”, come opinione pubblica, che nasce nelle piazze e nei bar, nelle sezioni di partito, nei quotidiani, con dei ruoli specificatamente pedagogici (gli intellettuali, i capi politici…). Il secondo (indignato e giudice) nasce dalla frammentazione del precedente e non è più “corpo” perché atomizzato; non ci sono più i democristiani ma le sue correnti, non più i comunisti ma le decine di verità comuniste e poi, inevitabilmente, quelli che sono “contro” e basta, perché il frammento è comunque ancora troppo caratterizzato. L’atomismo – in un contesto di crescita esponenziale della complessità sociale – rende drasticamente difficile la ricomposizione. Tutti sono “corpo” di se stessi, sono lobby di se medesimi, sono rappresentanti dei loro specifici interessi, sempre più individualistici e senza orizzonte;
  2. il bilanciamento fra poteri è comunque il frutto di una sorta di patto sociale. Nessuna legge della termodinamica può stabilirne la perpetua durata e il perfetto eterno equilibrio; il ruolo del Presidente della Repubblica in Italia, per esempio, è cambiato negli anni, assumendo progressivamente un diverso e maggiore potere rispetto ai primi decenni del dopoguerra (ne ho parlato QUI); la Costituzione è stata cambiata in peggio varie volte; molto ci sarebbe da dire sulla Magistratura… Il mondo cambia, il tempo passa, i testimoni muoiono… Questo è capitato, ovviamente con esiti differenti, un po’ in tutte le democrazie;
  3. il terzo punto richiederebbe troppi volumi per argomentarlo adeguatamente. O forse il contrario, essendo abbastanza evidente che le lobby governano molto spesso, e assai poco trasparentemente, contro la volontà dei cittadini o, meglio ancora, modificando la volontà dei cittadini, come ci ha spiegato pochi giorni fa Ottonieri. Le interazioni internazionali, la compenetrazione delle economie, le alleanze (per tutte: l’Unione europea) fanno il resto, riducendo gli spazi di manovra politica e, spesso, rendendola simulacro.

Tutte insieme queste componenti hanno già, nei fatti, distrutta la democrazia come sopra indicata. E, vorrei essere chiarissimo, sarà difficile rimediare. Ripassiamo la numerazione:

  1. L’opinione pubblica non esiste più, frantumata nel laminatoio dei social network e delle tecnologie della comunicazione; non sono io a dirlo, e abbiamo scritto su questo punto decine di post, noi come moltissimi altri blogger, opinionisti, filosofi e sociologi. L’opinione pubblica è costruzione di senso, argomentazione circolare, passata al setaccio della controargomentazione, delle diverse agende di visioni e valori… Cosa  ne è rimasto? Oggi le verità scientifiche sono considerate al pari dell’opinione ignorante sentita al bar. Negli anni ’50, ’60 e ’70 un fenomeno criminale come l’antivaccinismo sarebbe stato impensabile, per capirsi. Voglio fare un esempio, e mi perdonerete se ne scelgo uno sottile, per nulla eclatante: sulle Schermata 2018-04-04 alle 19.13.24bacheche Facebook di alcuni amici è comparsa la vignetta che vedete qui a fianco. Non particolarmente violenta né politicamente compromettente né tipicamente “falsa” (nel senso che non è una fake news). Giusto? Allora: le due frasi non hanno alcuna consecutio logica ma – peggio – nascondono una chiara fallacia logica. Chissenefrega, giusto? Sulle nostre bacheche Facebook ne compaiono decine ogni giorno, alcune divertenti, altre meno. Siamo a Pasqua, i vegani e gli animalisti fanno la solita solfa sui poveri agnellini, ci costruiamo sopra una barzelletta che lega i ridicoli vegani ai poveri immigrati che muoiono, eccetera come vedete. Questa “battuta” (come altre migliaia) crea consenso inconsapevole attorno a una divertente (?) falsità che ha l’apparenza argomentativa vera. Sono abbastanza disperato nel dovere ripetere che il linguaggio è una forza e ha una forza straordinaria (anche qui, troverete moltissimi post, in questo blog, sul tema del linguaggio). Questa sciocca, banale, quasi innocua fallacia abitua a ragionare in modo fallace, a non decodificare opportunamente i testi che ci bombardano mescolando verità, finzione e – più spesso e intelligentemente – finte verità con finte verità (come nel caso della vignetta) semplicemente falsificando la logica linguistica. Per spiegarmi: non occorre più dire che 1+1 = 3 per mentire; si può tranquillamente dire che 1+1 = 2 riuscendo a ingannare, ad abituare a quell’inganno, a far perdere capacità critica. Domani, anziché degli agnellini pasquali, potremo trovare vignette sugli ebrei, sui comunisti, sul Presidente della Repubblica, sul rito trito del voto, sulla stanchezza della democrazia e non ci accorgeremo  della fallacia insita, non sapremo reagire oppure, ecco, reagiremo, sì, indignandoci dei mulini a vento e diventando ventre molle del peggiore autoritarismo. Altro esempio, ancora una volta non eclatante: la danza lieve del M5S attorno alle alleanze. Di Maio dichiara disponibilità verso Salvini, verso il PD, finge di dire no a Berlusconi ma si è accordato benissimo anche con Forza Italia per le varie nomine parlamentari… Direte: è solo un furbacchione, sappiamo benissimo dove vogliono parare e come andrà a finire. Certo, lo so anch’io. Ma è interessante ancora una volta il linguaggio: essendo una forza vuota, sotto il profilo politico e ideologico, Di Maio può benissimo strizzare l’occhiolino a chiunque, anche a forze politiche con programmi antitetici: è il suo vuoto che vince e rende possibile essere riempito da qualunque pieno; non c’è logica perché il M5S è costruito su tale mancanza, è l’elogio del vuoto, la quintessenza di un linguaggio senza senso. Che ha convinto un elettore su tre in Italia. Un elettore su tre ha preferito il vuoto a qualunque proposta “piena”, e non è che mancassero! Il vuoto di idee, il vuoto di argomentazioni, di logiche, di senso, un vuoto riempito dal solo rumore dei vaffa!
  2. A quel punto possiamo anche sbarazzarci del bilanciamento dei poteri; una cosa sempre tentata, in Italia e altrove; alla quale si è sempre resistito grazie alla pronta risposta dell’opinione pubblica, appunto. Guardate l’assoluta ignoranza popolare della parte del quesito referendario che riguardava il Titolo V della Costituzione, che trattava, in un certo modo, di equilibrio fra poteri…
  3. Quelle che sono alleanze, trattati, forze sociali, lobby presentano un’altissima instabilità e fragilità: guardate – su scala internazionale – la Nato e l’Unione europea; guardate – a livello nazionale – i sindacati. Ma anche i partiti o i loro simulacri, basta vedere la situazione di disfacimento del PD, l’abissale crisi della sinistra e il trionfo dei soli populismi. Ma questa instabilità – che ovviamente genera entropia e facilita il disfacimento del sistema – produce effetti perversi: nuove crisi fra nazioni e nuovi evidenti “blocchi” contrapposti (o forse vecchi: abbiamo buttato alle ortiche troppo presto il vecchio Huntington); difficili alleanze fra poteri instabili come fra vittime non sempre semplici da identificare. Le comunità chiedono indipendenza (vedi la Catalogna), le crisi locali diventano globali e creano/distruggono nazioni e comunità (vedi Medio Oriente). Nessun trattato è granitico. Sembra che tutto mostri i sintomi di una crisi atomistica, a questo livello macro come già vediamo al livello micro.

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La progressione di questa dissoluzione dell’idea di democrazia, che a me pare un fatto già assodato e in fase avanzata, non può che portare a un nuovo e diverso punto di equilibrio, sul quale non voglio fare previsioni.

Che fare quindi? Domanda posta decine di volte qui su HR. Intanto cerchiamo di essere lucidi. Cerchiamo di vedere il flusso storico, da dove siamo partiti, dove siamo ora, dove pare essere diretti. Perché non incominciamo smettendo di fare l’elogio di un concetto, quello di ‘democrazia’, che nella pratica è morta, ridotta a simulacro? Perché non incominciamo a dirci che questa democrazia non è quella che vogliamo?

  1. Che occorre intervenire per ricostruire un’opinione pubblica semmai più ridotta come bacino ma attenta e capace di vigilare? Che occorre ricostruire corpi sociali: cittadini che si riconoscono in associazioni, sindacati, liste inclusive? Perché non dovremmo avere il coraggio di sostenere che i cittadini non pensanti, creduli, accecati, ignoranti, propagatori di falsità, semplicemente sono una categoria eversiva? Perché non incominciamo a tracciare una riga sulla sabbia, bella nitida, lasciando al di là della riga gli ignavi, i complottardi, gli antivaccinisti, gli intolleranti, i bulli, gli sfruttatori, i violenti, i populisti, i fascisti, gli incendiari di boschi, i mafiosi, i corrotti, gli spacciatori di fake news, i pedofili, gli stalker… e diciamo loro “No, voi non siete come noi, voi non potete avere i nostri stessi diritti, voi non potete decidere lo stupro della democrazia!”.
  2. Che occorre immaginare nuove forme di equilibrio istituzionale che garantiscano libertà e pluralità, ma anche governabilità e possibilità di prendere decisioni (un problema acuto sempre più drammatico sul quale ho scritto qualcosa QUI).
  3. Che occorre pensare nuove alleanze. Nuove nella forma, nuove nel tipo di obiettivi. Alleanze di popoli, oltre che di Stati, che accolgano il locale in prospettiva globale. Che soddisfino i catalani (per dire) e gli spagnoli, i britannici e gli europei, i mediterranei e i baltici… Perché gli interessi dei popoli sono meno divisivi degli interessi degli Stati, e popoli capaci di avere opinioni pubbliche intelligenti (punto 1 di quest’ultimo elenco) possono costruire orizzonti condivisi.