La sorgente della Fede

 La CEI protesta per il prolungamento della chiusura delle chiese al culto con un comunicato molto duro che termina con queste parole:

I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale.

Come sanno bene i lettori di questo blog la mia personale posizione sui temi religiosi è di sereno e cristallino ateismo; una posizione, naturalmente, infelice e deficitaria per giudicare temi e questioni che si sono rifiutati a monte. Da ateo ho un pregiudizio o, se preferite, un bias fondativo che mi impedisce di capire e sentire quello che il cattolico (o, in altri casi, il musulmano o l’induista) ritiene di sentire; per questo cerco di non giudicare la scelta religiosa (che potrei non comprendere) senza che ciò mi esimi dal poter giudicare ogni altro elemento: i comportamenti, per esempio o, in questo caso, il linguaggio (una nota fissazione, troverete molti post sull’argomento in questo blog).

Ebbene, nel generale protestare pro domo propria di tutte e ciascuna le categorie di cittadini, reclamando uno spazio, una visibilità, un’eccezione, una singolarità (proprio l’altro ieri ci siamo occupati di una queste “singolarità”), la protesta della CEI, astrattamente legittima ma stolida come qualunque altra che affermi preliminarmente un diritto eccezionale, mi colpisce per quella frase finale, e in particolare per questo passaggio:

una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti.

La mia forte inclinazione per la logica del linguaggio mi fa segnalare come si manifesti chiarissimamente (sotto il profilo della logica del linguaggio, non parlo di fede in sé) una singolare confessione, che non ho modo di sapere se consapevole nella CEI o sfuggita dal senno di chi materialmente ha scritto quella nota.

Cos’è la messa (che non si può celebrare scatenando le ire della CEI)? Usando le parole dell’attuale Papa (sono andato a cercare la fonte più alta) la messa è una teofania, ovvero è (per i credenti) la reale partecipazione a una manifestazione divina; Dio è proprio lì, non semplicemente evocato; l’ultima cena è proprio lì, nell’eucarestia, e non semplicemente rappresentata. Ovvio che il credente, quello vero, senta il bisogno di partecipare al “mistero” (sempre parole di papa Francesco) e soffra per tale impedimento. Ora: chi sarebbe “il credente, quello vero”? Colui o colei che ha fede.

La fede ci dona proprio questo: è un fiducioso affidarsi a un «Tu», che è Dio, il quale mi dà una certezza diversa, ma non meno solida di quella che mi viene dal calcolo esatto o dalla scienza. La fede non è un semplice assenso intellettuale dell’uomo a delle verità particolari su Dio; è un atto con cui mi affido liberamente a un Dio che è Padre e mi ama; è adesione a un «Tu» che mi dona speranza e fiducia. (fonte)

Questa puntualizzazione è fondamentale e ci consente di chiudere un primo asserto: chi ha fede desidera rinnovare la sua esperienza con Dio, il suo rapporto con Dio, e quindi desidera partecipare alla liturgia e a suo mistero.

Precisati questi concetti – per capire la strana frase della CEI – possiamo forse affermare che qualcosa non ci torna. Se l’individuo non ha fede, ovviamente non crede nel Mistero e non sente il bisogno della messa. 

La presenza della fede precede ogni atto religioso, e i comportamenti successivi – per esempio partecipare alla messa per condividere la presenza della divinità – sono conseguenze, vincolate da tale a priori. Se – come scrive la CEI – quella medesima fede deve essere alimentata alla sua sorgente (la messa, dove Dio si manifesta), sotto un profilo strettamente logico non è più la fede ad essere il punto zero, la scaturigine del rapporto con la divinità, ma la messa stessa, la liturgia. La corretta sequenza diverrebbe, quindi, questa:

La manifestazione di Dio nella liturgia religiosa non può essere l’origine della fede (in quel dio) perché tale affermazione ha il semplice significato di negare l’immanenza di dio, la sua precedenza nell’ordine delle cose; significherebbe che la fede – in quanto conseguenza – è un costrutto, un artificio, una sovrastruttura, e che la liturgia, conseguentemente, è l’artefice di tali costrutti, è la fabbrica dei concetti religiosi che proverrebbero da dio solo in quanto si ha fede in ciò. Si crea una ridondanza, un loop: quella fede in dio imparata nella liturgia mi assicura del fatto che essa (la liturgia) sia la vera parola di Dio. Come dire (ma qui è più banale): la Bibbia è la voce di Dio perché così è scritto nella Bibbia, che non può mentire in quanto è voce di Dio.

La CEI avrebbe potuto meglio affermare che il credente soffre per la mancanza di un suo rapporto diretto con la divinità (semprechè anche in questo caso non si profili un altro genere di blasfemia, visto che dovrei poter parlare con Lui anche da casa, nel mio foro interiore); o che la “chiesa” è per definizione una pluralità, una condivisione del Mistero, e il cristiano soffre la separazione, ma ovviamente questa sarebbe stata una ben debole giustificazione. Parlare di “sorgente” della fede, invece, rimanda con tutta evidenza alla funzione dei simboli nella comunicazione; in tutta la comunicazione, ma indubbiamente assai di più in quella connotata di emotività (vs. razionalità). 

Dio non si spiega, dio “si sente” (ciò che si chiama fede) e tale sentire, essendo immateriale, al di là del razionale e del sensibile, non può che vivere nei simboli. È la conseguenza dell’impossibile incontro fra la divinità immanente e l’umanità contingente, di cui ho già trattato nel post citato nelle prime righe sopra: non potendosi fare un discorso argomentato su dio, si deve necessariamente farne uno completamente simbolico.

Il simbolo, ricordiamolo, sostituisce un referente: la bandiera è il simbolo della patria; il pugno chiuso è il simbolo della lotta degli oppressi; la minuziosa liturgia della chiesa cattolica (e di altre chiese) è il simbolo di dio (lo rappresenta, lo sostituisce): fate questo in memoria di me (Luca, 22: 19) significa usate i simboli che qui apprendete (il pane, il vino) per rappresentare questo momento. Che voi crediate o no nella transustanziazione, si tratta di simboli.

Accade però che i simboli, essendo costrutti linguistici, facendo riferimento a modelli cognitivi eccetera, mutano col tempo, sbiadiscono nella mente, sono oggetto di interpretazione e deviazioni. La necessità di una ritualità rigida, adattata nei secoli solo con processi assai lenti e spesso sofferti, riguarda la necessità di evitare le deviazioni, le amnesie, le interpretazioni che agirebbero sulla fede, trasformandola o negandola.
In conclusione: la CEI ci vuole a messa perché il messaggio cattolico deve essere ripetuto e ribadito, uguale a se stesso, ogni giorno (o almeno ogni domenica, o almeno nelle “feste comandate”, almeno a Natale…) affinché non sbiadisca. Alla faccia dello Spirito Santo.

In un’epoca, come è noto, di veloce secolarizzazione della società, dove molteplici sono le lusinghe, le distrazioni, le stanchezze e l’oggettiva lontananza materialista dal concetto del divino, la preoccupazione palese della CEI sembra in conclusione non riguardare il benessere dei fedeli, la loro anima, e il loro appagamento nella comunione con dio ma, al contrario, il mantenimento dell’imprinting simbolico sulla propria comunità, il rafforzamento del legame comunicazionale, il recupero del senso dei simboli che, con tutta evidenza, includono anche la gerarchia.