È un teatro, sì; ma è Scarpetta, non Shakespeare

Prima parte, dove il vostro commentatore si lamenta, come tutti

Mentre attendo l’esito delle votazioni per eleggere il Capo dello Stato, leggo sulla stampa un numero davvero alto di pareri, tutti classificabili come “autorevoli”, che si lamentano della pochezza dei Grandi Elettori, ovvero della pochezza dei nostri rappresentanti politici. Chi con tono malinconico, chi in forma esasperata, ho letto davvero decine di opinioni sostanzialmente uniformi nel sottolinearne l’inadeguatezza, l’ottusità, l’incapacità di interpretare l’unico ruolo per il quale i cittadini li hanno votati: decidere; in questo momento, eleggere il migliore Presidente possibile per il bene del Paese. Cosa si debba intendere con “migliore” e in cosa consista “il bene del Paese” è esattamente il luogo dove casca l’asino, potreste dire voi. E invece no, rispondo io. E vi spiego: il bene del Paese è:

  • un Presidente non divisivo (quindi no a Berlusconi, per dire);
  • uno competente davvero (quindi no a Casellati, per esempio);
  • uno stimato anche all’estero, specie in Europa, perché non siamo più all’epoca della Repubblica Sabauda, o Partenopea, e siamo strettamente intrecciati a regole, vincoli, relazioni e trattati (quindi no a Casini, per citare uno dei tanti già comparsi sul proscenio e rapidamente bruciati).

Non è difficile, no?

Di contro, il male del Paese è la stupidità, il rancore, il piccolo cabotaggio, vale a dire ciò che ha esattamente fatto Salvini, che ha avuto la palla al piede davanti alla porta vuota (assenza di proposte di “sinistra”, investitura dalla destra a trattare la cosa) e ha clamorosamente sbagliato il tiro, un errore che arriva dopo una serie di sconfitte, dal Papeete in poi, che a casa sua non tarderanno a fargli pagare.

Diciamo pure che questa impasse ha diverse ragioni:

  1. una procedura elettorale insostenibile e farraginosa; questa elezione si potrebbe sbrigare in una sola giornata, democraticissimamente, se i Grandi Elettori convenissero per votare fra un gruppo di candidati proposti da partiti o raggruppamenti; i due con più voti vanno al ballottaggio, chi vince va al Colle. Non avere dei nomi, ma necessitare di trame, sotterfugi, tentativi e nascondini, produce questo spettacolo indecoroso che all’estero, proprio, non riescono a capire (neanche noi, figurarsi!). Ovviamente, serve una modifica costituzionale;
  2. il doppio legame Colle-Chigi; Draghi è stato (forse) bruciato perché andarsene al Colle vuole dire far cadere il governo; quindi serve una accordo preliminare se si vuole eleggere Draghi; ma anche se non lo si vuole eleggere, perché dopo i reiterati sgarbi di cui è stato fatto oggetto in questi giorni io non darei per scontato che Draghi resti a fare il premier, semmai con un Presidente della Repubblica nato da una maggioranza spuria e a lui avversa;
  3. l’assoluta inanità della “sinistra” e di Letta che continua la tradizione dei segretari dem di fingersi morti. I (pochissimi) elogi che leggo sull’operato di Letta riguardano timidi bisbigli di pure ovvietà; non un’azione da protagonista, non un chiaro e solare tentativo di costruire un fronte (sì, certo, c’è la palude dei 5 Stelle, ma se Letta fosse un vero leader si mangerebbe Conte a colazione e Di Maio a pranzo);
  4. la completa, assoluta, indiscutibile incapacità politica di Salvini, che ha tritato tutto e tutti e ha compiuto il suo capolavoro con Casellati, “una donna”, alla quale sono mancati 133 voti per essere eletta e – udite udite! – ben una settantina della sua parte, gente che nel segreto del catafalco le ha scritto “marameo!” sulla scheda (La Russa, a votazione in corso, avrebbe detto “Sarebbe un miracolo avere più di 400 voti per la Casellati. Gli Italiani di centrodestra sono molto migliori di noi, non meritano questo centrodestra di Palazzo”);
  5. infine, ma più importante di tutti: questa gente non vuole Draghi, punto e basta; non lo vogliono perché Draghi ha preso ha pesci in faccia la destra ma è “il banchiere” per la sinistra; è un tecnocrate chiamato da Mattarella a salvare il salvabile, e la sua presenza è quindi il monito quotidiano all’incapacità della politica di fare il minimo richiesto, e quindi loro, “i politici”, ora si vendicano coi distinguo, i “meglio che resti a Palazzo Chigi”, la ricerca di rose alternative e margherite petalose.

Parte seconda, dove propongo una spiegazione cervellotica al teatro testé descritto

Quindi poniamoci la domanda: perché i politici sono così stupidi (mica solo quelli italiani, eh)? Per evitare di ripetere cose trite e probabilmente un po’ superficiali, come tante avrete letto nei giornali (come le ho lette io), propongo una chiave di lettura un pochino cervellotica, eccessivamente sociologica, quindi: armatevi di pazienza e leggete solo se non avete di meglio da fare.

Ci sono sostanzialmente due macro-fattori sociali che convergono, come vedremo, per determinare certi comportamenti:

  1. la complessità sociale, di cui ho tante volte parlato su questa pagina;
  2. l’esasperato individualismo dell’epoca attuale, altro tema più volte affrontato.

La complessità riguarda in sostanza l’imprevedibilità delle conseguenze a causa dell’esponenziale moltiplicarsi di relazioni sociali (il tema è molto più complesso, se lo volete approfondire potete leggere QUI e QUI); la complessità è aumentata a livelli non più governabili, negli ultimi decenni, e rende opaco il futuro, incerta la decisione, imperscrutabile il contesto. L’individualismo è la seconda componente della nostra condizione sociale attuale; i cosiddetti “legami forti” (famiglia, amicizie, vicinato, il partito…) sono ormai scomparsi, e hanno lasciato il posto alla superfetazione dell’Ego, al narcisismo, all’individualismo edonistico (altro tema complicatissimo, ne ho parlato, fra l’altro, QUI).

La combinazione di questi due macro fattori si traduce, a livello individuale, nella minor presa di concetti politici antichi come la lealtà, l’ideale (quando non l’adesione ideologica), la mitica “fedeltà alla linea” di novecentesca memoria. I partiti più nuovi, come il M5S, ben rappresentanti questa crisi di sistema, ne mostrano chiarissimamente le conseguenze pratiche, nei comportamenti disordinati, schizofrenici, dei suoi eletti; gente che dice qualunque cosa, fa qualunque altra cosa (effetto della complessità), senza contezza dello spettacolo deprimente che mostra (effetto del narcisismo individualista). Queste conseguenze, eclatanti nei 5 Stelle, hanno contagiato ogni altra forza politica: nel PD è piuttosto evidente; nella Lega pure. Perfino fra i piccoli liberali e radicali di centro, forse meno nella destra di Meloni, grazie al collante (parziale) ideologico.

Queste persone, in conclusione, non sanno cosa devono fare perché non c’è più un’ideologia (e questo – per quanto mi riguarda – è un bene), ma non c’è neppure una guida morale, un indirizzo etico ispirato a quella Chimera che chiamiamo “bene collettivo”. Stanno lì – non tutti, ma in buona parte – come straordinaria vittoria alla lotteria, come gratificazione narcisistica, come euforia del potere, e vanno come i lemming gioiosi correndo verso qualunque burrone in cui si possano gioiosamente lanciare, inconsapevoli, sciocchi, stolidi.

Naturalmente ci sono non pochi politici – a destra e a sinistra – con la testa sulle spalle, competenze e visione; perché non riescono a prevalere? Oltre al fatto di essere in netta minoranza, ci sono due ordini di problemi: il primo è comunque organizzativo: le liste elettorali del partito dove militano sono fatte da una ristretta cerchia alla quale solitamente costoro non appartengono; possono quindi suggerire, insistere, ogni tanto compiere piccoli strappi, ma il loro destino politico sarebbe segnato se, al dunque, non ingoiassero il rospo (esempi: Carfagna, Giorgetti, qualche dem); l’alternativa è andarsene e diventare politicamente insignificanti (esempio: Calenda). Il secondo ordine di problemi è definitivo: nella massa di incompetenti miracolati (ma presuntuosissimi), provare a fare un discorso serio, e credere di convincere il partito e i suoi leader, è folle. Questo vale in tutte le organizzazioni, e io che ne ho frequentate non poche so bene quanto fa male sbattere la faccia contro il muro opportunista della pochezza intellettuale. 

Chi sa, chi capisce, chi conosce le cose, si riserva in questi casi un angolino qualificato (per esempio in una commissione parlamentare) e cerca di ben operare lì, mentre deve desistere dalla possibilità di indirizzare la linea del partito.

Certo, servirebbe una riflessione sul reclutamento del personale politico, che – coerentemente con quanto appena scritto – è subito risolta: poiché ai vertici dei partiti vanno leader spregiudicati che garantiscono al meglio la conservazione darwiniana degli inetti, l’organizzazione, e le liste, riflettono massimamente quest’equilibrio: qualche competente, sì, per fare bella figura e capire le cose che vanno capite; per il resto, omologati, conservatori, yesmen, gente grata al capo.

Negli ultimi 30 anni il circolo virtuoso dei partiti come scuole formative, dove si iniziava a praticare la politica dal basso, nei Comuni e nelle Province, e se ci si distingueva si accedeva a livelli superiori, al Parlamento, quel circolo virtuoso non esiste più. Un sistema che non impediva l’ingresso a sciocchi e opportunisti, ma certamente lo limitava assai, li lasciava per lo più ai margini. Oggi il partito emblema dell’imbecillità contemporanea fa le “parlamentarie”, dove i più simpatici fra i condomini di Tor Bella Monaca o di Stadera o di San Ferdinando passano dal nulla della loro vita borghese al nulla – ma ben pagato – della loro vita di parlamentari. Quel partito è la punta dell’iceberg, la più evidente e paradossale. Ma per diversi altri, ormai, le cose non vanno molto meglio. 

Poi, alla fine, i Grandi Elettori potrebbero compiere il miracolo consegnandoci Il Migliore Presidente Della Repubblica Di Tutti I Tempi. Può succedere, per esempio, che avendo bruciato tutti i potenziali candidati, e di fronte alla (giusta) risolutezza di Mattarella, si decidano a votare Draghi. Poi c’è la stanchezza, la consapevolezza che è meglio votare Qualcuno piuttosto che andare avanti a minare il proprio stesso partito, semmai il proprio stesso governo. Può succedere, e forse forse tutto questo teatro potrebbe proprio andare a finire così. Ma attenzione: un Presidente di tutti eletto al primo turno, acclamato, stimato e riconosciuto, non è esattamente lo stesso Presidente scelto obtorto collo fra mille inganni. Il giudizio per i teatranti rimane il medesimo.