Chi se ne frega dell’Africa

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Due indicatori: esplode l’epidemia di Ebola in Africa e i giornali hanno punte di panico solo fino a quando non diventa chiaro che da noi non sarebbe successo nulla e degli oltre 10.000 deceduti africani (a Marzo 2015) non ci importa; lo stesso volontario italiano contagiato e curato in Italia ha fatto notizia lì per lì, fin quando stavamo a vedere se le nostre strutture sanitarie tenevano, poi ce lo siamo dimenticati fino a Natale quando, tutti più buoni, abbiamo seguito la sua conferenza stampa di guarigione. Poco fa poi c’è stato il terribile attentato a Parigi, con i palinsesti zeppi del sangue parigino. Di quello dei 2.000 ammazzati da Boko Haram negli stessi giorni solo tardivi trafiletti con taglio basso. Non vorrei essere troppo cinico, ma dell’Africa non ce ne importa un fico secco. Ci preoccupano i barconi pieni di gente nera che arrivano da noi perché disturbano e – complice l’inettitudine istituzionale e una legislazione discutibile – creano oggettivi problemi (ma non quelli urlati da Salvini), ci preoccupano i disordini islamisti che ci impediscono di andare in vacanza a Sharm el-Sheik (ma adesso ci pensa il nuovo regime militare egiziano a sistemare le cose!) ma per il resto, siamo sinceri, ci importa qualcosa dell’Africa?

Dichiaro subito che questo non è un post moralista ma scritto all’insegna del più bieco utilitarismo. Quindi faccio un applauso a tutti i volontari che sono in Africa per qualunque ragione etica (curare i malati, sostenere i poveri, interporsi fra gli eserciti), dichiaro senza falsi scopi che li ammiro sinceramente, ma cambio subito pagina e mi chiedo: è una cosa intelligente e utile infischiarsene? Per rispondere dobbiamo sapere qualcosa di più dell’Africa.

Quello che bisogna sapere è l’enormità di risorse di cui dispone, che diventano – per condizioni storico-sociali, cause perenni di conflitto:

La si potrebbe chiamare “maledizione delle risorse”: l’Africa siede su un letto di materie prime, energetiche e non. Ma questi tesori non sono il presupposto di uno sviluppo che crea opportunità e distribuisce ricchezza a tutta la popolazione, in un progetto condiviso. Al contrario, in Paesi avvezzi al dispotismo, in cui la democrazia è ancora acerba, le risorse naturali diventano, in ultima istanza, la vera ragione di conflitti tra gruppi, spesso demarcati secondo linee etniche e religiose (Davide Vannucci, La “maledizione delle risorse” in Africa, “Linkiesta”).

Petrolio, risorse minerarie particolarmente pregiate e indispensabili a molti settori produttivi occidentali, spesso ancora non sfruttate; prodotti agricoli di pregio ed enormemente sviluppabili. L’Africa è povera, l’Africa è devastata da guerre infinite e sempre più invasa, da Nord verso Sud, dalla piaga del jihadismo ma accidenti se non sarebbe utile avere rapporti commerciali e licenze di sfruttamento minerario in Africa!

INVESTIMENTI-CINESI-IN-AFRICALa Cina, notoriamente un popolo di gente che di commercio e di affari capisce poco, ha quasi raggiunto in Africa i 200.000 milioni di dollari di investimenti nel 2012 con una crescita annua del 19%; in particolare sono oltre duemila le imprese cinesi che stanno investendo in più di 50 Paesi e regioni africane (fonte: Ce.S.I.). L’investimento globale del 2013 in Africa è stato di 210 miliardi di dollari, più di quanto gli Stati Uniti abbiano investito in Europa (fonte: Il Nuovo Cantiere) e assieme a ragioni economiche vi sono, indubbiamente, anche strategie politiche che però in questo momento non voglio considerare.

Intanto da noi si parla, cosa in cui eccelliamo, e ci diciamo che sì, tutto sommato “è il momento di investire limitandosi quasi sempre alle regioni del Nord Africa, una cosa estremamente intelligente visto che in seguito alle cosiddette “Primavere” le economie di quest’area sono crollate. Scrive Riccardo Settimo nel paper della Banca d’Italia, L’interscambio commerciale e gli investimenti dell’Italia nei paesi del nord Africa (Settembre 2014):

A oltre due anni di distanza dai drammatici eventi della Primavera Araba, i 5 paesi del nord Africa – Algeria, Egitto, Libia, Marocco e Tunisia (d’ora in avanti NA5) – appaiono ancora bloccati in una difficile fase di transizione. Le speranze di intraprendere un sentiero di crescita economica solido ed equilibrato sono riposte, oggi come allora, nella capacità dei nuovi referenti politici di realizzare le profonde riforme strutturali necessarie al rilancio degli investimenti privati, al miglioramento della competitività e alla diversificazione delle economie.

Algeria e Marocco, finora meno interessati dagli sconvolgimenti politici, hanno ripreso a crescere, nel 2013, ai tassi medi dell’ultimo decennio. La Tunisia, dopo la recessione del 2011, sembra avviata a un rapido recupero. Le economie di Egitto e Libia, invece, continuano a risentire di un elevato grado di incertezza politica.

L’economia italiana ha certamente risentito della crisi degli NA5, a causa degli stretti legami commerciali e di investimento esistenti con la regione. Per le stesse ragioni, tuttavia, il nostro paese è nelle condizioni di poter beneficiare dell’eventuale rilancio economico dell’area nel prossimo futuro.

E va bene, aspettiamo il prossimo futuro, ma intanto potremmo guardare all’Africa subsahariana, no?

Per quanto riguarda l’Africa subsahariana, che sta mostrando da anni un trend espansivo ragguardevole, l’Italia… sta a guardare. Leggiamo dal pregevole e recente rapporto ISPI, La politica dell’Italia in Africa (Dicembre 2013):

I paesi dell’Africa subsahariana attraversano una fase di straordinaria espansione economica. Dalla metà degli anni novanta, i loro tassi di crescita hanno iniziato a stabilizzarsi per poi raggiungere risultati via via più ragguardevoli nel decennio successivo […] Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale prospettano una ulteriore crescita del 5,0% nel 2013 e del 6,0% nel 2014, al di sopra non solo dei modesti 1,2% e 2,0% attesi per le economie avanzate, ma anche del 4,5% e 5,1% stimati per le economie emergenti e in via di sviluppo nel loro complesso. […]

In anni recenti, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna hanno mantenuto o incrementato la loro attenzione per questa regione. E diverse nazioni emergenti del sud del mondo – la Cina, l’India, il Brasile, la Turchia, i paesi del Golfo e altri – si stanno ritagliando un ruolo di maggiore influenza a livello globale anche attraverso una crescente penetrazione in Africa […]. In Africa subsahariana, l’Italia partecipa alle operazioni anti-pirateria nell’Oceano Indiano, ha appoggiato la missione del 2013 in Mali, e svolge un ruolo di primo piano nella mediazione in Somalia. Roma contribuisce anche ai dispositivi Frontex/Eurosur per il monitoraggio delle frontiere europee, di cui ha chiesto recentemente il rafforzamento.

L’Africa è stata sempre un’area di evidente priorità per la cooperazione italiana. Dopo aver raggiunto livelli molto elevati durante gli anni ottanta, tuttavia, gli aiuti allo sviluppo italiani hanno attraversato un lungo periodo di declino, sostanzialmente ininterrotto. In termini di rapporto tra aiuti e Pil, la quota dello 0,7% concordata in sede di Nazioni Unite e Unione Europea appare irraggiungibile allo stato attuale per l’Italia – scesa allo 0,13% nel 2012 – ma l’allineamento alla media dei donatori dell’OCSE (0,43%) dovrebbe essere un obbiettivo minimo.

Sul piano delle relazioni economico-commerciali, gli investimenti diretti esteri italiani in Africa subsahariana sono cresciuti da 21,2 milioni di dollari nel 2000 a 638,5 milioni di dollari nel 2011. Il valore degli scambi commerciali tra Italia e Africa subsahariana è invece pari a 13,6 miliardi di euro, ovvero all’1,8% dell’interscambio commerciale italiano. Quelle con l’Africa subsahariana sono dunque quote di commercio estremamente limitate e marginali, particolarmente basse se si considera la relativa vicinanza geografica dell’Italia con la regione.

Conclusione: oltre ai cinesi un gran numero di altre economie competitive stanno dandosi da fare mentre l’Italia sta sostanzialmente a girarsi i pollici (maggiori desolanti informazioni nel Rapporto ISPI); facciamo qualche missione internazionale per far vedere che ci siamo (ma ai margini), tagliamo i fondi alla cooperazione, non abbiamo presenze diplomatiche.

Fonte: Rapporto AIDWatch 2012

Fonte: Rapporto AIDWatch 2012

Oltre al sottile (non poi tanto) razzismo verso quel che accade in Africa e alla mancanza di lungimiranza economico-imprenditoriale, pecchiamo anche di ipocrisia congenita quando –rifiutando per esempi i migranti – dichiariamo essere meglio “aiutarli a casa loro”. Non ho mica capito in che modo. Aiutarli a casa loro può essere una splendida idea se si sviluppa il capitale sociale locale e si fanno investimenti in quei paesi (questione che ci rimanda al desolante quadro già visto). Aiutarli a casa loro significa sostenere governi stabili e democratici, aprire scuole, finanziare imprese e costituire le basi affinché non sia necessario fuggire alla disperazione, perché localmente ci sia sviluppo, perché chi arriva in Italia sia qualificato e divenga un sostegno alla nostra economia. La porta d’ingresso dello sviluppo locale che – com’è noto – traina poi imprese, economia, diplomazia e tutto il resto è la cooperazione allo sviluppo ma se continuiamo a spendere più o meno 1.600 milioni l’anno (dato 2012, fonte OpenAid Italia; erano 1.414 nel 2004), ovvero lo 0,19% del PIL che – secondo alcuni critici – sarebbe da rivedere al ribasso allo 0,13% (lo scrivo in lettere, se no non ci credete: ZERO VIRGOLA TREDICI), oltre a fare la passerella esattamente come in altre circostanze cosa pensiamo di ottenere? Chi, guardando anche solo all’Unione Europea, spende molto di più non è più generoso, o più buono, o più caritatevole ma semplicemente più lungimirante, più intelligente e più concentrato sui futuri benefici.

Insomma, se non si tratta, come nei casi estremi, di razzismo, certo c’è molto provincialismo. Sappiamo tutto del nostro ombelico ma quasi nulla di cosa si muove oltre confine; i nostri competitori si agitano come api matte ma noi siamo fermi e immobili nella nostra Splendida Eccezionalità (non dimentichiamoci mai, per carità, che siamo un popolo straordinario!). La lezione da trarre è alla fine simile a quella già vista a proposito degli investimenti per la ricerca che – come abbiamo visto su Hic Rhodus –l’Italia ha tagliato in epoca di crisi mentre il resto del mondo l’aumentava. Noi tagliamo la ricerca, tagliamo la cooperazione, non ci misuriamo coi modelli di sviluppo stranieri, non investiamo, non andiamo a cercare le risorse dove ci sono, non stiamo nei tavoli della diplomazia che conta. Finiremo tutti a fare i centurioni romani al Colosseo per i turisti americani e cinesi, ammesso che continuino a venire in Italia.

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