Le classifiche delle Università lasciano il segno. Gioie e dolori a Perugia.

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Le classifiche prestano spesso il fianco a numerose critiche, non ultime quelle sulla qualità della vita di cui ha già parlato Hic Rodus in un post a cui ispiro scherzosamente il titolo. Le classifiche delle Università non fanno eccezione (oramai sono un fenomeno del dibattito nazionale e locale). Le critiche sono facili perché è difficile sintetizzare fenomeni complessi con pochi, e talora discutibili, indicatori.

Qualche tempo fa il Censis ha sfornato la sua classifica delle Università, anzi, le sue classifiche, visto che si considerano diversi raggruppamenti omogenei, tra le quali quella dei Grandi Atenei, ovvero le università che contano tra i 20.000 e i 40.000 iscritti. In questa particolare classifica l’Università di Perugia si piazza prima di fronte agli atenei di Pavia e del Salento. A fare la differenza per Perugia sembrano essere le borse di studio e il web, due tra i 5 macro-indicatori considerati (comprendenti anche servizi, strutture e internazionalizzazione). 5 indicatori sono sicuramente pochini. Per quanto riguarda l’Università di Perugia, la pubblicazione di questa classifica ha fatto molto scalpore perché è uscita praticamente in contemporanea con un’altra classifica delle Università, quella de Il Sole 24 ore. Il “caso” Perugia, gioie e dolori in pochissimi giorni, mi sembra calzante per verificare alcune contraddizioni.

La classifica delle migliori università italiane nel 2015 secondo Il Sole 24 Ore si basa su 12 indicatori, tra cui i tassi di occupazione degli ex studenti, l’attrattività per chi arriva da fuori regione, il numero di stage e tirocini, la produzione scientifica e il giudizio degli studenti stessi. La classifica è stilate grazie alle banche dati messe a disposizione dal MIUR e da ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca). La classifica non si distingue tra atenei grandi e piccoli, Perugia si piazza 37ma, Pavia 10ma, l’Università del Salento (Lecce) 49ma. Prima di tutte Verona. Un vero e proprio rovescio per l’Università di Perugia, sia rispetto all’indagine Censis dello stesso anno che alla precedente indagine de Il Sole 24 Ore (-10 posizioni).

Logo_Università_di_PerugiaLa classifica de Il Sole 24 ore è sicuramente più completa (12 indicatori contro 5) ma non è esente da limiti. Il dibattito nazionale e locale si concentra spesso sul risultato globale dei singoli Atenei, talvolta  si tenta un’analisi approfondita passando in rassegna i singoli indicatori. Spesso, soprattutto nel dibattito locale, i rettori delle Università vengono chiamati a difendersi in caso di ranking che li penalizzano. Ad esempio il rettore dell’Università di Perugia si è trovato a difendersi a seguito dei risultati deludenti del suo Ateneo nell’indagine de Il Sole 24 ore di questo anno.

Ma con le sole classifiche italiane ci si diverte poco (due a quanto sappia). Se guardiamo ai ranking internazionali ne abbiamo molte di più. E’ assai interessante osservare quale sia la collocazione delle università italiane nei diversi ranking internazionali, ciascuno dei quali è concepito in base a parametri e indicatori assai diversi (la maggior parte delle quali con l’obiettivo di valutare l’attività di ricerca).

Il ranking mondiale Times Higher Education 2014-2015 classifica le migliori università a livello mondiale attraverso indicatori di performance basati su alcuni aspetti fondamentali come insegnamento, ricerca, trasferimento di conoscenze e visione internazionale per un totale di 13 indicatori di performance. In questa speciale classifica, tra le prime 500 solo 17 sono italiane e la prima italiana è la scuola Normale Superiore di PISA (63), la seconda è Trieste (tra il 201mo e il 225mo posto).

La classifica CWTS Leiden 2015 valuta invece la performance scientifica di 750 importanti università di tutto il mondo. Un sofisticato insieme di indicatori bibliometrici fornisce statistiche sull’impatto scientifico delle università e sul coinvolgimento delle università in collaborazione scientifica. Tale classifica si dà l’obiettivo di fornire un insieme di indicatori più avanzati e di utilizzare una metodologia più trasparente. Tale classifica non si basa su dati soggettivi e

si astiene dal aggregare varie dimensioni della performance universitaria in un indicatore complessivo singolo.

Dopo aver scaricato il dataset degli indicatori e aver effettuato alcune analisi abbiamo verificato che l’ateneo di Perugia, in un particolare indicatore di impatto scientifico (P_top10: citazioni delle pubblicazioni scientifiche nel primo decile) arriva 320ma (11ma tra le italiane), davanti a Trieste (381ma) e molto davanti a Verona (429ma). Le cose addirittura migliorano per un indicatore più di elite (P_top1: citazioni delle pubblicazioni scientifiche nel primo percentile). Questo ci dice che a Perugia il vertice della piramide della ricerca è messo meglio della base. Nell’indagine del Sole 24 ore l’Ateneo di Perugia si classificava male anche nell’indicatore di ricerca (38ma in Italia, dove l’indicatore è dato dai giudizi ottenuti dai prodotti di ricerca nella valutazione ANVUR).

Le classifiche lasciano il tempo che trovano, è impossibile sintetizzare un fenomeno complesso in un solo indicatore (vale anche per la ricerca, come recita chiaramente il manifesto di Leiden). Il Sole 24 ore cerca di rimediare lasciando al lettore la possibilità di modificare la classifica attraverso una personale attribuzione dei pesi ai vari indicatori. Naturalmente poi tutti sappiamo che la stessa Università ha al proprio interno sia Dipartimenti eccellenti che realtà problematiche.

Credo che queste classifiche, che hanno la pretesa di informare le scelte dei cittadini, debbano essere sostanzialmente abbandonate o migliorate. Innanzitutto si dovrebbe abbandonare la consuetudine di fornire una classifica globale e dare solo delle classifiche parziali per macro-indicatori (ad esempio: servizi offerti, occupabilità degli studenti, impatto della ricerca e qualità della didattica). Poi si dovrebbe tener conto di tutte le evidenze disponibili; sulla produttività della ricerca ci sono moltissimi indicatori, anche internazionali, perché ricorrere solo ad uno tra i tanti disponibili? Si tratta quindi di affrontare il tema con qualche accortezza in più, in modo da tenere più in conto la complessità del fenomeno.

Nota finale: l’Università di Perugia è la mia Alma mater.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Paolo Eusebi
Statistico, lavora per la Direzione Salute della Regione Umbria e 
il Dipartimento di Medicina dell’Università di Perugia. 
Appassionato di scienze della vita, economia e politica.

2 commenti

  • Condivido che le classifiche siano deleterie. Purtroppo sono una fissazione anglosassone, forse come degenerazione/esagerazione del sistema meritocratico.

  • paoloeusebi

    Parafrasando la famosa massima sui modelli statistici: “Tutte le classifiche sono sbagliate, alcune di esse sono utili”. Quelle sulle Università mi sono sembrate piuttosto fuorvianti e necessitano di un forte miglioramento. Il discorso sul merito, la meritocrazia e come essa è stata interpretata nel mondo anglosassone è molto interessante e lo riprenderò in un prossimo post.
    Grazie per l’attenzione!

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